AMAZON, FACEBOOK, DAZN E GLI ALTRI: LA MORTE ANNUNCIATA DELLO SPORT IN TV?

di Nunzio Salvatore Minissale
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C’era una volta un duopolio. Una scelta che molti italiani appassionati di sport dovevano compiere, ogni anno, per poter seguire la propria squadra del cuore: Sky o Mediaset Premium? C’erano (e ci sono ancora) molti altri italiani che per risolvere il dilemma preferivano la “terza via”: lo streaming. Illegale, certo, spesso di bassa qualità e con il commentario in improbabili lingue di dubbia origine, ma che dava la possibilità, con il semplice ausilio di una connessione ad internet, di seguire i principali eventi sportivi di tutto il mondo.

Oggi quel mondo non c’è più. Da qualche anno, infatti, i colossi del web hanno cominciato a presidiare il mercato dei diritti di trasmissione dello sport tramite piattaforme esistenti o create appositamente. Una torta che cresce sempre di più e della quale tutti vogliono un pezzetto. L’ultimo in ordine di tempo ad averla addentata è stato Amazon: è notizia di pochi giorni fa l’accordo tra il colosso di Seattle e la Federtennis francese che consentirà, dal 2021, la messa in onda di alcuni match del celeberrimo Roland Garros (uno degli eventi tennistici più seguiti al mondo) sulla piattaforma Prime Video, interrompendo un dominio, quello del canale televisivo Eurosport, che durava da 27 anni. Questo accordo, che riguarda (almeno per adesso) solo il mercato francese, produrrà presumibilmente un aumento di sottoscrizioni ad Amazon Prime, il servizio di spedizioni veloci e gratuite che include anche l’accesso alla sopracitata Prime Video, e consentirà alla Federtennis un incremento degli introiti televisivi del 25%. Un accordo “win-win”, dunque. Tranne che per Eurosport.

Fonte: hwupgrade.it

Questo è solo l’ultimo morso di Amazon alla grande torta dello sport live: rimanendo sempre in ambito tennistico, negli ultimi tempi ha acquisito, per la Gran Bretagna, i diritti di trasmissione di US Open, Masters 1000, ATP 500 e circuito donne (WTA). Negli USA invece, il gigante guidato daJeff  Bezos ha pagato, nel 2017, 50 milioni di dollari per trasmettere 10 gare di NFL (il campionato professionistico di football americano, un torneo che accoglie all’interno 7 dei 20 brand sportivi più ricchi al mondo secondo Forbes). L’intento sembra chiaro: invogliare l’utenza alla sottoscrizione dell’abbonamento Prime offrendo un ampio ventaglio di servizi, tra cui anche importanti eventi sportivi. Questo potrebbe configurarsi come un embrionale tentativo di sostituirsi alle classiche emittenti televisive a pagamento, che, per loro stessa natura, si limitano a trasmettere gli incontri, risultando così “limitate”; pensiamo invece alle potenzialità di una piattaforma come Amazon, in un mondo in piena rivoluzione digitale, con devices “always connected”: al gol della propria squadra del cuore, si potrebbe ricevere un messaggio sul proprio account Amazon che ci ricorda la possibilità di acquistare la divisa sullo stesso sito, e (sempre grazie al servizio di consegne veloci di Prime) riceverla il giorno dopo. Magari con un piccolo sconto per festeggiare il gol segnato.

Fonte: techxplore.com

Tornando al presente e a ciò che sta già rivoluzionato il modo di “vedere” lo sport, è del 2016 l’accordo tra NFL(sempre loro) e Twitter per la trasmissione, gratuita e disponibile su più devices, della partita del giovedì sera, il “Thursday Night”. Jack Dorsey, Ceo di Twitter, affermò:“Questo accordo trasformerà il modo di seguire il football da parte degli appassionati”. E sempre più spesso, infatti, i vertici delle leghe professionistiche dei più disparati sport decidono di affidarsi, per la trasmissione dei match cosiddetta “in chiaro” (ossia gratuita) a piattaforme online, piuttosto che ad emittenti televisive. Il caso da citare qui è quello di Facebook: il colosso di Zuckerberg ha scelto per sé una fetta sostanziosa della famosa torta, sottoscrivendo, un anno fa, un accordo con la UEFA per la trasmissione in chiaro di alcune partite della Champions League (triennio 2018-21) in tutta l’America latina. Gli utenti argentini, cileni o paraguayani potranno quindi vedere 32 matches a stagione direttamente dalla pagina Facebook della UEFA Champions League. “Come la più grande piattaforma di social media online a livello mondiale, Facebook garantirà un’ampia copertura in chiaro della competizione di club più prestigiosa al mondo. Attendiamo con impazienza il lancio di questa nuova partnership che garantirà di raggiungere l’ampia comunità di tifosi locali di calcio in un modo altamente innovativo e accessibile”; queste parole, pronunciate da Guy-Laurent Epstein, direttore marketing di UEFA, chiariscono le motivazioni dietro alla scelta: un unico accordo con una piattaforma accessibile da tutti significa più pubblico e più facilmente raggiungibile. E ancora una volta, la televisione rimane il grande sconfitto di questa partita.

Questi piccoli esempi disegnano un mercato globale che sembra aver virato in una direzione precisa; e per quanto riguarda l’Italia, invece? anche nel bel paese, da un anno a questa parte, l’utenza media ha imparato a familiarizzare con il concetto di “sport (legale) in streaming”. L’assegnazione di 4 partite di Serie A a settimana a Perform ed al suo servizio di eventi live on-demand DAZN ha aperto la strada, anche in Italia, ad un nuovo modo di seguire lo sport, più “smart” e accessibile senza tv. Si potrebbe continuare citando anche le iniziative dei singoli club calcistici ( la AS Roma è stata la prima società in Europa a trasmettere, nel 2016, un’intera partita in diretta sulla propria pagina Facebook) o dei tornei “minori” e federazioni di sport meno seguiti (sempre su Facebook). Il messaggio che se ne ricava, banalmente, è che la rivoluzione digitale ha prodotto conseguenze importanti anche nel mondo dello sport: ha dato l’opportunità (gratuita) a molti tornei di raggiungere un pubblico più vasto, e ha permesso a nuovi player (le piattaforme online, per l’appunto) di entrare in un mercato che, fino a pochi anni fa, viveva in una situazione di oligopolio che sembrava impossibile da scardinare. Ne saranno felici gli utenti, che potranno tendenzialmente pagare di meno per la visione di un Federer-Nadal o di un Barcellona-Real Madrid; e sarà interessante vedere come i grandi colossi televisivi come Sky reagiranno a questo cambio di paradigma. Pochi anni e capiremo se vedere lo sport in tv sarà rimasta una piacevole abitudine, o soltanto un dolce ricordo d’infanzia.


Tra Ambush e Viral Marketing: il caso di Kinsey Wolansky

di Alessio Lo Giudice

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Voi tutti saprete, appassionati di calcio e non, cosa è successo la notte del primo Giugno al Wanda Metropolitano di Madrid. Durante la finale di Champions League tra Tottenham e Liverpool, al 17’ minuto del primo tempo, una giovane e prestante ragazza, Kinsey Wolansky ha, eludendo i controlli, fatto un’invasione di campo, cogliendo di sorpresa tutti i presenti.

Fonte: repstatic.it

Complice un primo tempo fin lì non piuttosto brillante tra le due squadre, l’attenzione su questa invasione di campo è stata massima. La Uefa di solito tende a non riprendere le invasioni di campo per policy contro i fenomeni di ambush marketing.

Dal punto di vista social l’accaduto è stato ri-condiviso quasi istantaneamente da varie pagine sul web, ed è subito venuto fuori tra i vari commenti degli utenti il nome della ragazza e il suo profilo Instagram, come avviene spesso nel caso di fenomeni virali sul web. Al momento dell’accaduto il suo profilo Instagram contava meno di 300 mila followers; analizzandolo tramite il sito Ninjalitics, abbiamo monitorato la crescita esponenziale dello stesso che da quel momento ha avuto una crescita vertiginosa. In questo momento il profilo conta 2,6 milioni di followers ed è allo stato attuale in continua crescita.

Fonte: trends.google.it

Come possiamo vedere dalle immagini che seguono, la curva del grafico di analisi dei followers ha avuto un andamento esponenziale tra la la notte in cui è avvenuto l’evento e il giorno seguente.

La crescita è stata però interrotta da Instagram che, riscontrando un aumento del tutto anomalo dei followers, ha temporaneamente bloccato l’account. Analizzando il profilo giorno per giorno, questi sono i dati raccolti.

Fonte: ninjialitics.it

Come è possibile vedere, da quando il profilo è stato inserito sulla piattaforma Ninjalitics, (prima di quel giorno l’account non era ancora stato monitorato dal sito) a giorno 1, l’incremento è stato di 557543 followers. Il giorno successivo non risultano dati raccolti per via del blocco, mentre invece quando il profilo è stato riaperto ha avuto un incremento netto di più di 1,5 milioni di followers. Ma quanti seguaci ha potenzialmente perso la giovane modella a causa del blocco del profilo subito?

Questo non si può sapere, è possibile notare però come la popolarità che nasce e si sviluppa sui social network sia comunque sotto il controllo di chi lo gestisce.

Fonte: trends.google.it

Di seguito, analizzando il profilo, possiamo ancora notare come, oltre al numero dei followers, sia aumentato in modo proporzionale anche il numero dei like e il numero di interazioni nei post pubblicati successivamente all'invasione. Questo ci dimostra la totale autenticità delle interazioni e soprattutto la potenza mediatica che ha ancora la TV.

Fonte: ninjialitics.it
Fonte: ninjialitics.it

Ovviamente nei giorni a seguire, il numero di nuovi followers è andato a scemare, a dimostrazione del fatto che la popolarità ottenuta sul social è stata una conseguenza dovuta a quanto accaduto; sarà adesso abilità della modella continuare a crescere, o almeno mantenere questi numeri, creando contenuti in linea con il target di riferimento. Ma andrà realmente cosi? O la modella godrà soltanto dei famosi «15 minuti di popolarità» di cui parlava Andy Warhol?

Se pensate però che quanto accaduto sia solo una mossa per far crescere la popolarità della modella sui social vi sbagliate. La ragazza in questione infatti, si è scoperto essere la compagna di Vitaly Zdorovetskiy, noto Youtuber (il suo canale ha quasi 10 milioni di followers) ed ex attore a luci rosse, il quale risulta essere proprietario del sito web per adulti Vitaly Uncensored, che compariva sul costume indossato dalla ragazza durante l’invasione. Lo scopo principale della ragazza era appunto la promozione (in questo caso ovviamente illecita) al sito web in questione, che addirittura è andato in crash per il numero esorbitante di visite registrate dopo i fatti del 1 giungo.

Considerato, infatti, il vasto interesse e l’audience per un evento del genere, se l’avvenente modella ha guadagnato oltre 2 milioni di followers su Instagram, la crescita ottenuta da Vitaly Uncensored in termini di followers sui vari social, senza tener conto di quanto abbia “girato” il nome del sito in sé, ha un valore di circa 3,5 milioni di euro. A riferirlo è stato una nota società di marketing, Apex Group Marketing; dunque rispetto alla multa di 15.000 euro ricevuta e una notte in questura per la giovane ragazza, il piano escogitato è andato a buon fine, generando una piccola fortuna  alla giovane coppia.

Un ultimo aspetto da analizzare che però chiarisce i due fatti precedentemente osservati, è la viralità del fenomeno. Infatti, come visibile su Google Trends, la sera stessa dell’accaduto e nei giorni a seguire, il nome della modella e del brand sponsorizzato sul costume della ragazza, hanno avuto un picco massimo di ricerche online in quasi tutto il mondo.

Fonte: trends.google.it
Fonte: trends.google.it
Fonte: trends.google.it

Addirittura la sera stessa dell’evento il brand è stato più cliccato della modella stessa.

Fonte: trends.google.it

Da quanto analizzato in questo articolo emergono diverse considerazioni in merito: senza dubbio, nella sua totale scorrettezza, questa mossa di marketing, o come la si voglia chiamare, è stata ben pianificata e soprattutto risulta essere andata a buon fine, avendo generato click, visite e abbonamenti al sito stesso.

 

 

 


#FOODMATCH19 RECAP: NOI C'ERAVAMO!

di Roberta Signorino Gelo

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#maps4business è stato l’hashtag ufficiale di quest’anno e rappresenta una allusione a tutte le vie di crescita per avere successo nel settore del Food&Beverage. Stiamo parlando dell’evento Food Match 2019, convegno organizzato da Gruppo Food e da Facebook e svoltosi lo scorso 28 Febbraio presso la sede de Il Sole 24 Ore di Milano.

Giunto ormai alla sua quinta edizione il Food Match, che vede ogni anno il confronto tra l’industria agroalimentare italiana e il retail sugli ultimi trend del settore, quest’anno si è focalizzato sull’innovazione e sulla rivoluzione digitale e ha visto la partecipazione di numerosi personaggi di spicco aventi differenti background.

Ad aprire le danze è stato lo scrittore Alessandro Baricco, autore di “The Game – Le mappe per leggere la rivoluzione digitale”. Egli, definendo il mondo digitale “un sistema con cui siamo in grado di tradurre ogni pezzo di mondo in un numero”, ha fornito una visione semplice e completa di ciò che è e cosa rappresenta la digitalizzazione, descrivendone dapprima tutti i vantaggi (come quello di esprimere liberamente il proprio pensiero) ma esaltando contemporaneamente il bisogno costante di ritrovare un senso di umanità e naturalità.

Christian Centonze, Food Industry Director di Nielsen, assumendo una prospettiva più economica ha successivamente sottolineato come non è mai stato così importante come in questo periodo costruire attivamente relazioni con i clienti. La loro conoscenza e la capacità di catturare l’attenzione saranno infatti i nuovi vantaggi competitivi delle aziende: occorre condivisione di informazioni per creare valore, in poche parole quello che occorre è l’agilità. Da qui nasce la nuova accezione del punto vendita, il quale diventa un “media” che deve essere in grado di dare un’esperienza sempre più coinvolgente al cliente. Il futuro? Ruoterà principalmente su 3 tematiche: la frammentazione, l’impazienza e l’attenzione.

Cosa vuol dire dunque essere agili? Vuol dire saper coinvolgere in maniera molto rapida i consumatori, capire come essi entrano in contatto con il modo in cui le aziende comunicano con loro. Jenny Bullis, EMEA Head of Marketing Science Facebook ha spiegato tale concetto illustrando come un messaggio pubblicitario ottimizzato per mobile crea molto più engagement dello stesso fruito in un formato standard per tutti i canali utilizzati dal consumatore.

Ponendo il focus sempre più sul Food&Beverage, il Market Research Director di Blog Meter Alberto Stracuzzi ha fornito dei dati molto interessanti riguardo ciò di cui i consumatori parlano e quello che condividono sui social network: dolci e dessert seguiti dalla categoria pizza sono stati i protagonisti di più di 9 milioni di post nell'ultimo anno. Tali dati fanno intuire come i canali social rappresentino per le aziende del settore una grande opportunità per avere visibilità.

Prima di concludere la mattinata con la premiazione della quinta edizione di Prodotto Food, concorso annuale che premia i prodotti più innovativi di diverse categorie merceologiche, la mattinata è proseguita con una tavola rotonda che ha fornito ricchi spunti sulla tematica del dialogo tra consumatore e brand. Moderata dalla direttrice Food Maria Cristina Alfieri, il dibattito si è svolto tra Luca Colombo (Country manager Facebook Italia), Renato Roca (Direttore Marketing Findus Italia), Vitaliy Novikov (Country General Manager e CEO per l’Italia di Coca-Cola Hellenic Bottling Company) e Giorgio Santambrogio (Presidente di ADM).
Tra gli spunti più importanti, l’esigenza di raccontare il prodotto e la storia del prodotto; l’innovazione è importante ma va unita all’aspetto umano e relazionale e tale connubio rappresenta il futuro del retail. Infine si ricorda l’utilizzo della tecnologia in-store per educare il consumatore quale ottima opportunità per sfruttare i trend in crescita dei prodotti “Free From” e “Rich in”.

Qual è dunque il trend emergente? La normalità. Come ha affermato nel suo intervento la food blogger Chiara Maci “La gente vuole l’imperfezione. Le persone cercano il difetto perché cercano la realtà. Un consiglio alle aziende? Non nascondere i propri limiti: avvicinano alle persone.


IL GRANDE BLUFF DEL BLUE MONDAY

di Dario Consoli
tempo di lettura: 3 minuti

Ogni settimana un lunedì si sveglia e sa già che lo insulteranno tutti. Si sa, il lunedì non è mai stato il giorno più atteso della settimana, anzi! Si dice che ci siano due tipi di persone: quelli che odiano il lunedì… e quelli che sono in ferie. Oggi in particolare, se questa giornata non vi è andata proprio giù ed avete l’impressione di aver trascorso il lunedì più “lunedì” di sempre, non vi sbagliate affatto; gli anglosassoni lo hanno battezzato “Blue Monday”, letteralmente “lunedì triste”, indicando con tale nome il giorno in assoluto più deprimente dell’anno. Sì, proprio così, avete appena trascorso la giornata più triste per eccellenza. E non siamo noi a dirvelo, ma niente popò di meno che la scienza! L’individuazione di questa data, il terzo lunedì del mese di gennaio, viene attribuita a Cliff Arnall, psicologo presso l’Università di Cardiff, che nel 2005 tramite una formula matematica che incrociava variabili come il meteo, i sensi di colpa per i soldi spesi durante le festività natalizie, il calo di motivazione dopo le vacanze e la crescente necessità di darsi da fare, individuò il Blue Monday.

Non ci credete? Ecco a voi la famosa equazione

Continuate a non crederci? Beh, fate più che bene!

Dietro questa strana ricorrenza in realtà si cela una curiosa ed interessante strategia di Marketing. Il grande bluff del Blue Monday è stato infatti architettato dai creativi di Sky Travel, il canale Tv specializzato in viaggi, che per incentivare le vacanze post-Natale, decisero di fare leva su quella sensazione di malinconia che arriva dopo un periodo prolungato di feste. Un mix tra pseudoscienza e tecniche di comunicazione aggressive diedero vita ad una campagna pubblicitaria geniale trasformatosi in fenomeno virale. Vero o no infatti, gli esperti oggi fanno a gara per trovare la giusta ricetta per non essere schiacciati dalla tristezza del nuovo anno. Per superare il Blue Monday è necessario prendere consapevolezza che c’è bisogno di agire, fare qualcosa che ci renda felici, che ci faccia star bene.

E cosa c’è di meglio di una bella vacanza? La trovata pubblicitaria di Sky Travel funzionava più o meno così; prenotare il prossimo viaggio era la soluzione proposta dalla compagnia inglese per spronare i cittadini a fare le valigie e partire, abbandonando alle spalle tutti i malesseri… ed aumentare le vendite delle agenzie di viaggi in un periodo un po' morto dell’anno.

Più che scienza quindi, una vera e propria bufala ben escogitata ed architettata. Secondo le ricostruzioni del Guardian, la storia della formula scientifica di Arnall era stata montata a tavolino da un’agenzia di marketing e comunicazione, e la firma dello studioso serviva solo per dare autorevolezza alla fantomatica teoria. Sembra infatti che prima dello psicologo della Cardiff Univeristy, furono offerti soldi ad altri scienziati e ricercatori affinché si intestassero la teoria scientifica del Blue Monday. Tuttavia, non si può negare che le basi sulla quale si fonda il lunedì più triste dell’anno non sono poi così tanto assurde. Ovviamente non esiste alcun calcolo scientifico o fondamento certo, ma le ragioni del malessere di inizio anno effettivamente sono solite presentarsi in ognuno di noi: l’inverno con le sue giornate fredde e ancora poco piene di luce, la consapevolezza che le prossime festività sono lontane, l’estratto conto della carta di credito in negativo a causa dei tanti regali di Natale.

Insomma, nonostante la consapevolezza che si tratti di un falso mito, la leggenda del Blue Monday ha creato un vero e proprio fenomeno popolare con ripercussioni al limite della credibilità, soprattutto nel Regno Unito, dove ogni lunedì di gennaio si tengono campagne per la prevenzione della depressione da Blue Monday, o dove molte persone chiedono ed ottengono dalle proprie aziende il giorno libero o una riduzione degli orari di lavoro.

L’alta viralità social del fenomeno non sfugge a chi si occupa di marketing e comunicazione; sono tanti i brand che cavalcano l’onda del “lunedì nero” attuando strategie di Real-Time Marketing, come in passato hanno fatto ad esempio Tempo ed Estathé.

 

Che sia finzione o che sia realtà, l’invito è quello di non farsi condizionare più di tanto ed affrontare questo lunedì come tutti gli altri giorni della settimana, e se proprio lo reputate un giorno non tanto felice provate a guardare il bicchiere mezzo pieno: il lunedì d'altronde è il giorno della settimana più distante dal lunedì successivo! Quindi Keep Calm e buon inizio di settimana a tutti!

 


FINO A CHE PUNTO SI PARLERA' DI SHARING ECONOMY?

5. FINO A CHE PUNTO SI PARLERA' DI SHARING ECONOMY?                                                         tempo di lettura: 2 minuti

   di Francesca Cisternino

La parola del 2018 è condivisione, e non mi riferisco alle foto dei cenoni pubblicate nelle storie di instagram, ma all’ evoluzione del mondo dei servizi attraverso la sharing economy.

Grazie all’ ubiquità degli smartphone e alla diffusione di apposite applicazioni, è improvvisamente diventato possibile trasformare le città in una grande comunità. In poco tempo abbiamo iniziato a condividere: l’auto mediante app che utilizzano sistemi di car sharing, il nostro tempo libero, offrendo aiuto al vicinato dietro un piccolo pagamento, un posto letto per i turisti.

Tuttavia a giudicare dalle ultime news che riguardano i principali portavoce dello sharing, la risposta sarebbe negativa.

Perché? Semplicemente si è perso l’obiettivo iniziale e se n’è creato un altro secondo cui gli unici vincitori sono le tanto amate startup (con valutazioni da decine di miliardi di dollari), i cui guadagni finiscono nelle tasche di pochi venture capitalist.

Facciamo alcuni esempi: con Uber si è passati dalla condivisione di un’auto, a driver professionisti che svolgono un lavoro di fatto dipendente (ma senza godere di tutele lavorative), inoltre il colosso continua a lavorare alla sua flotta di auto autonome e nel giro di pochi anni potrà anche fare a meno dei driver. In questo modo Uber diventerà una normalissima compagnia di taxi.

Allo stesso modo anche le persone che ci portano la pizza a casa sono rider di Deliveroo o Glovo, privi di assicurazione e sottoposti ad un ranking feroce, in cui un punteggio basso può causare l’estromissione dalla piattaforma

Non ci dimentichiamo di Airbnb che nasce con l’idea di offrire un divano a qualche turista, per poi trasformarsi in un vero business per chi possiede diversi appartamenti e preferisce affittare per brevi periodi (causando l’espulsione di chi già abitava in quelle case e provocando un aumento dei prezzi dell’affitto). Oggi Airbnb è pronta a costruire le proprie case in collaborazione con Brookfield Property Partners, una delle più grandi agenzie immobiliari al mondo. Non si starà mica trasformando in un servizio alberghiero? Cosa condivideranno i turisti?

Insomma l’ideologia californiana che ha dato vita all’economia condivisa si è trasformata in una fortemente centralizzata, questo perché le piattaforme non sono state ben distribuite e indirizzate a comunità mirate (come si pensava all’inizio) ma sono diventati dei monopoli verticali in cui c’è spazio per una sola app nel settore.

Senza fare di tutta l’erba un fascio, continuano ad esistere ancora realtà che conservano l’idea originaria di condivisione: BlaBlaCar consente di trovare un passaggio dovendo solo dividere le spese, Enjoy, Car2Go o le biciclette di Mobike sono effettivamente dei mezzi condivisi.

 


Dolce&Gabbana vs Cina: come rovinare la tua brand reputation

di Federica Montalbano

Tempo di lettura: 5 minuti

La scorsa settimana abbiamo assistito ad un teatrino tutto italiano che però ha coinvolto l’intero mercato mondiale del lusso e della moda.

Partiamo dall’inizio.

Il primo atto si apre con delle pubblicità raffiguranti una modella cinese che racchiude tutti i cliché di quella cultura: kimono, ambiente decorato con oggetti che richiamano la cultura asiatica e l’uso delle bacchette per mangiare il cibo. Il cibo in questione però non era cinese bensì italiano. Vi starete chiedendo: dov’è il problema? Il punto è proprio questo. Prima di iniziare una campagna di marketing in una cultura diversa dalla nostra bisogna analizzarla e capire la sensibilità della popolazione per evitare ripercussioni sull'azienda. La ragazza nello spot mangiava cibi italiani quali la pizza, gli spaghetti e il cannolo siciliano e proprio su quest’ultimo la voce fuori campo propinava doppi sensi prendendola in giro con frasi del tipo “è troppo grosso per te?”.

Nel secondo atto invece, dopo questa chiara offesa alla cultura cinese, tutti si aspettavano delle scuse da manuale che però non sono arrivate. Al loro posto si è assistito a commenti contro il popolo cinese accusato di puzzare, di essere ignorante e mafioso.

Il giorno dopo è andato in scena il terzo atto con delle scuse poco sentite e piene di errori da parte di Stefano Gabbana e Domenico Dolce. La domanda sorge spontanea: non potevate pensarci prima?

Non stiamo parlando di una commedia di Totò o di una serie tv di Netflix ma del caso Dolce e Gabbana vs Cina.

Per la promozione della propria linea in Cina, uno dei grandi marchi del luxury italiano come D&G, ha deciso di organizzare un grande evento a Shangai. L’hashtag scelto per l’occasione avrebbe dovuto essere #DGTheGreatShow. La sfilata attendeva 1500 invitati, tra cui attori, cantanti e membri dello spettacolo molto conosciuti nel paese e i costi organizzativi ammonterebbero intorno a 12 milioni di euro. La scelta sbagliata della casa di moda però è stata nella campagna di comunicazione “DGLovesChina” organizzata per l’occasione, che prevedeva tre video in cui una ragazza cinese mangiava cibo italiano. I video diffusi sul social network più popolare della Cina, Weibo, hanno mosso in poche ore le indignazioni del popolo asiatico, ferito per il trattamento che la casa di moda aveva riservato alla propria cultura.

Su Instagram DietPrada, da sempre famoso per il suo atteggiamento molto critico verso il fashion business, critica i tre spot di D&G. Stefano Gabbana avvezzo alle polemiche social, non si tira indietro di fronte alle critiche e risponde offendendo la cultura cinese e peggiorando la situazione in cui la sua azienda già si trovava. Dopo la divulgazione di questa chat, tutti gli e-commerce cinesi hanno eliminato dai loro stock i prodotti D&G e molti VIP invitati alla sfilata hanno sabotato l’evento che per questo è stato annullato. Sul web circolavano video in cui venivano bruciati e tagliuzzati i vestiti e gli accessori della maison.

Con il suo messaggio Stefano Gabbana non ha solo bruciato 1/3 del suo fatturato ma ha anche causato gravi danni alla reputazione della sua società.

Warren Buffett ha detto che “ci vogliono vent’anni per costruirsi una reputazione e cinque minuti per perderla. Se lo tieni a mente agirai in maniera diversa.”  Questo ovviamente non è affiorato nella mente del proprietario di D&G, anche perché per giustificarsi dell’accaduto ha dichiarato che il suo account è stato hackerato.

Nel bel mezzo della crisi reputazionale che la maison sta affrontando, con un giorno di ritardo arriva l’atteso video di scuse, in cui i due proprietari del brand D&G si impegnano a far sì che ciò non accada mai più e che faranno qualcosa di più grande per il mercato cinese. Scuse però che non convincono molti. Si possono notare molti errori, per esempio: il video è mal recitato e con frasi fuori luogo. Non bisogna fare delle scuse solo per il mero dovere di doverle fare, con voce rotta e facce chiaramente compromesse dalla notte insonne passata a pensare alla grande crisi in cui sono stati travolti, ma delle scuse sincere e sentite.

La reputazione è un valore inestimabile e nell'era del web 2.0, la rete non dimentica, ma amplifica i tuoi errori. Il mercato asiatico fra un paio di mesi dimenticherà questa storia, così come la dimenticheremo anche noi, ma la rete avrà in mano tutto, pronta a farlo riaffiorare quando sarà necessario.

Così come quando Domenico Dolce si era schierato a favore della famiglia tradizionale sostenendo di non essere d’accordo al concepimento di un figlio da madre surrogata. Sul web era scoppiata la polemica con i sostenitori dei diritti dei gay, ricevendo le indignazioni anche di Elton John che aveva difeso i propri figli nati appunto da madre surrogata.

Già quest’anno Stefano Gabbana dal suo profilo Instagram aveva commentato una foto di Selena Gomez con “è proprio brutta”; la star non si è pronunciata su questo episodio ma per lei lo hanno fatto i suoi fan e Miley Cyrus.

Potremmo continuare con vari casi in cui il brand D&G è stato coinvolto in scandali causati dai suoi proprietari, ma lascio al network questo arduo compito. A mio parere Stefano Gabbana e Domenico Dolce dovrebbero limitarsi a fare i sarti e designer per la loro società e lasciare spazio al team di social media manager della loro azienda anche se un errore dobbiamo addebitarlo anche a loro in tutta questa storia.

Senza dubbio in futuro il team di comunicazione analizzerà bene la cultura e la tradizione del mercato in cui intende approdare e si spera che in futuro i due designer non commettano altre sciocchezze con le loro reazioni. Alla fine a rimetterci è sempre l’azienda e soprattutto il brand, che perde valore e fiducia agli occhi dei consumatori, ma anche dei VIP che non si sentono più di voler rappresentare un marchio di cui non condividono i valori e scelte.

Quello di Dolce e Gabbana è un chiaro caso di crisi reputazionale mal gestita, in cui le aziende dovrebbero cercare di non inciampare mai o almeno di attutire i colpi con stile.


Novità da Google Maps: arrivano le chat

di Veronica Amato

Tempo di lettura: 2 minuti

"See your messages with local businesses in Google Maps". Con un post su un blog aziendale, Google annuncia così la nuova funzione per Maps. Ma di cosa si tratta esattamente?

Fra non molto sarà reso disponibile dalle mappe di Google il servizio di chat che consentirà a tutti gli utenti di entrare direttamente in contatto con ristoranti, pasticcerie, negozi d’abbigliamento, cinema e altre attività aderenti.

L'implementazione pensata da Google è completa: partendo dall'app My Business, i gestori di attività commerciali potranno inviare e ricevere messaggi, ma non sarà solo questa l’unica novità apportata. Sarà infatti inserita una sezione recensioni riservata a tutti i clienti. Le aziende potranno così rispondere alle recensioni, vedere i clienti che seguono l'attivita e sviluppare quindi un'interazione a 360°.

Non è tutto: con il nuovo tasto Pubblica si potranno caricare foto, condividere le informazioni delle imprese commerciali, creare delle offerte e ricevere le notifiche ogni volta che il cliente interagisce con la scheda di Google. Il tutto grazie a My Business.

L’idea chiave secondo cui si basa Google nell’apportare innovazione tecnologica è che i singoli individui abbiano la necessità di autogestirsi, ed è proprio in quest'ottica che interviene la società nella ricerca di soluzioni alle esigenze dei propri clienti.

Una strategia customer oriented che vede il colosso tecnologico in continua crescita. Da Chrome a Maps, da Calendar a Drive e Fit, ecco dunque come Google continua ad ampliare l'assortimento di servizi offerti cercando di rendere le proprie piattaforme pratiche e facilmente utilizzabili da qualsiasi tipologia di utente, consumer o business che siano.

 


INSTAGRAM E SHOPPING: ARRIVANO 3 NUOVE FUNZIONI

di Federica Montalbano
tempo di lettura: 2 minuti

Nella settimana più frenetica dell’anno per quanto riguarda gli acquisti, Instagram lancia tre nuove funzioni per lo shopping che renderanno più visibili i prodotti che i profili Business vogliono promuovere.

Il Black Friday è il giorno più atteso per tutte le attività commerciali, online e offline, è una giornata di shopping sfrenato a caccia dell’acquisto perfetto prima dei grandi saldi invernali.

Instagram non poteva perdere l’occasione per ricordare ai suoi utenti che oltre ad essere una piattaforma di condivisione di esperienze ed immagini è anche una piattaforma di business.

Fra le nuove funzioni di Instagram vi è la lista acquisti. Con questa nuova feature gli utenti avranno un’opzione simile a quella dei siti degli acquisiti online, potendo salvare i prodotti che gli interessano.

Ma come funziona? Semplicemente, basta toccare il tag di un prodotto in una storia o in post del proprio feed. Attraverso l’icona di salvataggio nell’angolo in basso a destra dell’immagine vi sarà l’opzione “Salva in acquisti”. In questo modo l’user potrà accedere alla raccolta acquisti dal proprio profilo sfogliando gli elementi salvati.

Un’altra funzione è acquista tramite video. In questo modo sarà possibile acquistare i prodotti direttamente dai video, grazie al pulsante shopping posto nell’angolo in basso a sinistra del video stesso. Premendo il pulsante si potranno visualizzare i prodotti sponsorizzati, il loro prezzo e accedere alla scheda prodotti che fornirà una descrizione più accurata.

Inoltre, i profili Business avranno una sezione Shopping in cui mostrare i prodotti, totalmente rinnovata. Con ciò si punta a facilitare la visione di tutti i prodotti presenti all’interno di un post, di un video o di una storia. Attraverso questa funzione gli utenti potranno sfogliare l’intero catalogo dell’azienda che ha chiesto la sponsorizzazione. La sezione del negozio includerà un feed di immagini dei prodotti sulle quali è possibile fare clic per visualizzare le informazioni.

In questo modo Instagram da vetrina fotografica diventa una vetrina per i rivenditori i quali possono liberamente mostrare i loro prodotti senza effettuare molti sforzi. Tutte queste funzioni così intuitive per l’utente alla fine non sono altro che soluzioni pratiche per apportare benefici ai marchi rendendo ancor più visibile il loro portafoglio prodotti.

 


strategy funnel marketing

ALLA BASE DEL FUNNEL MARKETING

di Mario Francese
tempo di lettura: 3 minuti

Il mondo, oggigiorno, si evolve molto velocemente, e con lui anche tutti noi.

Siamo quotidianamente bombardati da advertising, pubblicità varie, sistemi di vendita più o meno efficaci, e questo ci porta passivamente ad “abituarci”, nel corso del tempo, alle strategie del mercato, seppur senza conoscerle.

Il Marketing è, nel business, l’elemento che si evolve più velocemente di tutti, proprio per rispondere in maniera efficace al nostro adattamento.

Uno dei sistemi di Marketing più efficaci attualmente è sicuramente il Funnel Marketing. Ma che cos’è esattamente?

Il Funnel Marketing è un approccio di marketing finalizzato alla generazione di contatti, alla loro conversione e alla loro fidelizzazione con il fine di aumentarne il Life Time Value.

Ciò significa, per i “non addetti ai lavori”, creare contatti e trasformarli in clienti che spendano ripetutamente presso la nostra azienda.

Ma l’elemento fondamentale che distingue il funnel marketing dalle altre strategie è uno: è un sistema. La maggior parte delle aziende ha un’attività di marketing online finalizzata solo alla sponsorizzazione: pagano per farsi vedere sui social o sui motori di ricerca. Ma questo senza generare contatti, senza vendere, senza coinvolgere l’utente. La differenza tra un’azienda “normale” e un’azienda che applica il funnel marketing è che la prima gode solo di presenza online, la seconda ha attivo un sistema.

Il Posizionamento 

Prima di sviluppare un funnel, l’azienda deve avere chiaro il proprio Posizionamento. Questo significa conoscere il proprio cliente ideale, le sue abitudini, i suoi bisogni, dove vive, per cosa pagherebbe. Senza conoscere il proprio cliente, un’azienda “spara nel mucchio”. È fondamentale invece essere dei cecchini, per ottimizzare ogni singolo euro investito nel marketing.

Successivamente, bisogna conoscere i propri concorrenti: cosa offrono? A chi si rivolgono? Che bisogni soddisfano?

Infine, l’impresa deve sapersi distinguere. Deve quindi chiedersi “Cosa succede acquistando il mio servizio? Cosa faccio di diverso rispetto alla concorrenza? Cosa si perde il cliente che non acquista presso di me?”

Questi sono processi fondamentali per iniziare a sviluppare un proprio sistema.

La Strategia

Il secondo aspetto da considerare è la Strategia: qual è il mio core product? Come posso accompagnare il mio cliente verso l’acquisto del mio prodotto? Come posso fare up-selling e cross-selling? Come posso monetizzare da ogni singolo cliente? 

La strategia prevede la costruzione di una “mappa” che rappresenti l’intero ecosistema di prodotti che posso offrire al mio cliente ideale, con il fine di massimizzare le mie entrate.

La Big Idea

Il terzo passo consiste nel definire la Big Idea: la promessa che offro al mio cliente, la trasformazione che gli garantisco tramite il mio meccanismo. Deve essere veicolata attraverso un messaggio originale che incuriosisca il mio cliente.

Marketing Storyboard

Per veicolare il mio messaggio in maniera efficace, entra in gioco il quarto elemento: Marketing Storyboard. Questo consiste nella “storia” che accompagna il mio utente ad acquisire consapevolezza e che lo converta da contatto a cliente pagante.

L'offerta

La consapevolezza crescente del mio utente trascina quest’ultimo a desiderare il mio prodotto o servizio, lasciando spazio al quinto aspetto chiave: l’Offerta. La mia offerta è ciò che mi garantisce la conversione del contatto in cliente.

Questi aspetti sono chiaramente da modellare in base all’azienda che adotta il sistema. Va da sé che il Funnel Marketing può essere applicato praticamente in ogni business, il che è l’elemento più interessante e che dimostra la sua efficacia.


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ManiApp: l’app che ti permette di trovare la tua “ansia gemella”

di Federica Montalbano
tempo di lettura: 3 minuti

In un mondo utopico tutti cammineremmo sopra le grate senza aver paura di cadere di sotto, prenderemmo un ascensore senza pensare minimamente di poter restarci dentro, ma quando pensi che tutto possa andare per il meglio arriva lei, la migliore amica di ogni essere umano: l’ansia.

Si perché anche se volessimo mascherarla, lei è sempre lì, che ci fa salire 10 piani di scale quando gli ascensori sono vecchi, che ci fa spostare dalle grate quando stiamo camminando tranquillamente o che ci induce a controllare costantemente le tasche dei pantaloni per essere sicuri di non aver dimenticato lo smartphone.

Alcune ansie le esterniamo, altre invece le teniamo nascoste (forse per l’ansia di condividerle?)

Adesso non dobbiamo più nasconderle, anzi possiamo trovare la nostra “ansia gemella”. Come vi starete chiedendo: lo spiega Costantino Della Gherardesca, volto dello spot ufficiale di ManiApp condiviso sulla pagina Facebook di Netflix.

Cosa c’entra Netflix? Cosa è ManiApp? Scusate forse vi ho messo un po' troppa ansia.

Il 21 settembre scorso Netflix ha lanciato una nuova serie tv, Maniac, che ha tutti i presupposti per essere considerata un ulteriore successo per il colosso americano; protagonista un cast stellare fra cui spicca il recente premio Oscar Emma Stone e la star Jonah Hill con la regia di Cary Fukunaga. L’unica nota negativa di questa serie tv è che non vi sarà una seconda stagione (almeno da quanto annunciato fino ad oggi), si spera quindi in un finale non da cardiopalma.

Netflix non ne sbaglia una e per pubblicizzare l’uscita di questa nuova serie tv si rivolge a Dude per la creazione di un app e della campagna pubblicitaria di Maniac.

L’app in questione si chiama ManiApp e permette come detto in precedenza di collegarti con la tua “ansia gemella”.

Attraverso il sito puoi creare un profilo e scegliere un avatar o semplicemente loggarti tramite Facebook, una volta eseguito l’accesso potrai scegliere fra 10 ansie.

Nell’app possiamo trovare “Minacciosa natura” per coloro che hanno paura dei topi, ragni, serpenti o anche dei piccioni; “Stressante lavoro” per coloro che temono i colloqui, il lunedì o il profilo LinkedIn. “Scuola Paranoica” per la generazione Z che teme i debiti formativi, le interrogazioni a sorpresa o la maturità, ma anche per gli universitari che temono il salto d’appello o la sessione d’esami estiva. “Disagi sociali” (una fra le mie preferite) per coloro che hanno l’ansia di puzzare, avere qualcosa tra i denti o sbagliare i congiuntivi. Troviamo anche i “Grandi classici” come scendere in cantina, chiudere il gas o la fatidica dieta. Vi sono le “Orrende situazioni” come imbustare la spesa velocemente o perdere il portafoglio, le “Cose evitabili” come l’ansia (giustamente), le bambole, i calzini spaiati o i manichini. In un mondo tutto social non potevano mancare le “Ossessioni digitali” come l’assenza del Wi-Fi, perdere lo smartphone o gli hashtag. Le “Vacansie”, “Luoghi maledetti” come la palestra a cui non ci iscriveremo mai; “Ignobili trend” in cui spicca il calzino + sandalo. Per concludere con “Amori difficili” e “Odiabile Cibo”.

Praticamente già la scelta dell’ansia ti mette ansia!

Dopo aver effettuato la scelta, ManiApp elabora un verdetto e classifica l’utente in base alle proprie ansie. La personalissima “diagnosi” che ne verrà fuori essendo molto ironica potrà essere condivisa sui social; queste vanno da “evitosi” per chi vuole evitare le cose, a “iposbattite notificosa”, “stagiste disagiotica”e “poloansiabilità deforestica”.

Dopo essere stati catalogati con la propria “patologia” si possono iniziare i match con gli altri utenti per trovare così la propria ansia gemella. Quando ci si imbatte in qualcuno che condivide la nostra stessa ansia ci sarà concesso di inviare una gif di “sostegno”.

Obiettivo dell’app? Aiutare le persone a sentirsi più “normali”, ansie a parte.

E tu che ansia hai?