I nuovi biscotti della Ferrero

Barilla, Ferrero e le dolci strategie di marketing

di Riccardo Rocco Tornesello
Tempo di lettura: 2 minuti

Dopo la febbre dei Nutella Biscuits da gennaio arrivano i Biscocrema. Barilla e Ferrero sono pronte per una nuova sfida.

Il clamoroso successo di Ferrero, che a poche settimane dal lancio ha trasformato i propri biscotti in un vero e proprio fenomeno di costume, ha imposto a Barilla una replica immediata

Per rispondere al fenomeno dei Nutella Biscuits, il gruppo emiliano lancia i Biscocrema, una frolla al cacao con all’interno un cuore di crema Pan di Stelle, ricoperto da una cialda di cioccolato su cui è apposta l’iconica stella. 

Nuovi biscotti Pan di Stelle
Fonte: il messaggero.it

Un ‘’gioiellino’’ che debutterà sugli scaffali da gennaio 2020, andando a rafforzare ulteriormente l’offerta del colosso di Parma a solo un anno dal lancio della sua crema.

Nonostante per Julia Schwoerer, Vice President Marketing di Mulino Bianco, i Biscocrema non rappresentino una risposta alla competizione con Ferrero ma una naturale estensione di marca, la sfida è titanica. 

‘’Non vogliamo fare la guerra dei numeri né delle quote, noi siamo leader di mercato con il 37% di quota valore’’ ha dichiarato Schwoerer in occasione della presentazione del nuovo biscotto, augurandosi che queste attività contribuiscano a far crescere la categoria in modo sano

Barilla, infatti, ha deciso di colpire il proprio competitor mirando ai suoi punti deboli: il nuovo biscotto sarà venduto in monoporzioni da due biscotti, per limitare le calorie e sarà prodotto senza olio di palma, come tutta la linea Pan di Stelle. 

Vi è proprio l’olio di palma all’origine delle ostilità tra le due multinazionali italiane. 

Nell’estate del 2016, Barilla elimina l’olio di palma dai propri prodotti e lo scrive a caratteri cubitali nelle confezioni dei suoi brand simbolo, tra cui Pan di Stelle. Una mossa a sorpresa, in quanto fino ad allora Barilla aveva seguito la linea delle altre società italiane, contrastando il clima avvelenato intorno all’olio di palma attraverso una campagna di rassicurazione nei confronti dei propri clienti, i quali hanno iniziato ad interrogarsi sulla qualità di ciò che mangiano e sui rischi per la propria salute.

I nuovi biscotti della Ferrero
Fonte: startingfinance.com

Tornando alla mania dei Nutella Biscuits, si stima che nelle prime tre settimane dal lancio siano stati venduti 57 milioni di biscotti, per un fatturato che ha già superato la soglia degli 8 milioni di euro. Mantenendo questi ritmi di vendita, si stima che il colosso di Alba potrebbe abbondantemente superare i 130 milioni, oltrepassando così il prefissato obiettivo degli 80 milioni di fatturato.

Stando ai numeri di Barilla però, i biscotti più venduti al momento sono le Gocciole di Pavesi (gruppo Barilla), mentre al secondo posto c’è Pan di Stelle.  La neonata Crema Pan di Stelle invece, diretta concorrente di Nutella, ha conquistato “una quota di mercato del 7,5% in valore”, facendo crescere l’intera categoria delle creme spalmabili dell’11%. 

Certo, ‘’Se tutte le guerre fossero fatte di biscotti il mondo sarebbe migliore’’ e nell’attesa di vedere chi vincerà la battaglia commerciale sugli scaffali, non ci resta che affrettarci ad appendere la calza sopra al camino. 

 


Team Oikosmos al Marketers World 2019

MARKETERS WORLD 2019: UN MIX DI EMOZIONI

di Anna Lo Coco, Roberto Faraci e Giuseppe Samperi
Tempo di lettura: 4 minuti

“Se vuoi costruire una barca non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito” - Il Piccolo Principe.

Il 18, 19 e 20 ottobre il Team Oikosmos ha partecipato al Marketers World 2019, un evento che riunisce appassionati di Digital Marketing, e freelancers di tutta Italia. Dal networking al videoediting, dal copywriting all’ipnosi passando dagli Analytics: questo, e tanto altro, è stato per noi il Marketers World 2019.

Plenario del Marketers World durante il primo giorno

Un evento che ci ha offerto la possibilità di vivere un’esperienza unica, di conoscere non solo grandissimi professionisti del settore, ma soprattutto persone straordinarie. Giorno dopo giorno la nostra stanchezza cresceva proporzionalmente alle nostre emozioni, grazie ai numerosi spunti che ci sono stati offerti. Non sono state giornate incentrate solamente sulla crescita professionale, ma ci hanno permesso soprattutto di scoprire lati nascosti di noi stessi, mettendo in luce gli angoli bui di cui non eravamo a conoscenza. Siamo stati stimolati a metterci continuamente in discussione e come non avrebbe potuto essere così?
Il fascino magnetico di Dario Vignali e dei membri della sua Family ci ha fatto apprendere quasi per osmosi anche quando eravamo distrutti a fine giornata.

Come può un evento essere indimenticabile se gli ospiti non si sentono a casa fin dal primo giorno? Come possono emozionarsi se non si sentono parte di qualcosa e, soprattutto, se non hanno modo di relazionarsi l’uno con l’altro?
I ragazzi di Marketers si saranno di certo posti queste domande!

Il primo giorno può essere riassunto in tre semplici concetti: condivisione, valori comuni e divertimento. Dietro l’apparente contesto formalizzato di networking si celava un’anticipazione dei temi che avremmo affrontato nelle giornate successive. Il grande salone che ospitava l’evento altro non era che un enorme contenitore di spunti, idee ed emozioni. Ogni spazio era apparentemente dedicato ad attività ludiche e divertenti, ma che in realtà erano molto di più di questo, non a caso

“Il Business sta all’uomo come il gioco sta al bambino” – Dario Vignali

Non possiamo dimenticarci il nostro ingresso all’interno della sala principale e lo stupore nel vedere l’esperto di jumping effettuare salti e capriole nel grande tappeto elastico. In quel momento abbiamo capito che sarebbe stato un evento indimenticabile!
Il salto fatto dall’esperto potrebbe essere comparato a quello fatto da un aspirante freelancer/imprenditore che decide di mettersi in gioco costruendo una nuova realtà. Sicuramente all’inizio non è semplice, l’ansia, la paura di sbagliare e di essere giudicati non ci permettono di avere una visione lucida di ciò che sono i nostri obiettivi. Dopo il primo salto è tutto più chiaro, qualunque sia l’atterraggio. La paura iniziale scompare e lascia spazio alla voglia di scoprire le numerose possibilità che possiamo cogliere.

“Tutte le volte che si lancia un’attività imprenditoriale si lancia un’avventura, in cui l’eroe deve misurarsi con paura, ostacoli ed insuccessi. È importante sviluppare una visione che ci dia la direzione” – Alex Bellini

Speech di Alex Bellini durante il Marketers World

Dal lato opposto della sala c’era uno spazio dedicato agli appassionati di skateboard. La visione di numerosi ragazzi che tentavano di imbattersi in qualcosa di nuovo, vederli cadere per poi rialzarsi più motivati di prima, ci ha fatto riflettere su come le cadute e gli errori debbano essere vissuti come stimoli per migliorarsi e non come sconfitte. Ogni caduta ci fa scoprire qualcosa di noi stessi, ci rende più forti e ci permette di crescere. Non è semplice rialzarsi e spesso si cade nello sconforto, ma “bisogna sempre ricordare il perché hai cominciato” - Alex Bellini. Un grande imprenditore è proprio colui che sbaglia, cade ma trova sempre la forza ed il coraggio di rialzarsi più forte e consapevole di prima.

Spesso le sconfitte vengono percepite dalla nostra mente come qualcosa di negativo, come qualcosa di cui vergognarsi, ma in realtà sono proprio queste che ci rendono consapevoli di ciò che sappiamo fare e di ciò che vogliamo diventare.

Una parte fondamentale nella vita di un imprenditore è il confronto, dove l’interlocutore può essere una persona con cui condividere passioni e valori o un competitor. In entrambi i casi il risultato è l’apprendimento di qualcosa di nuovo, in quanto il dialogo costruttivo è sempre fonte di crescita professionale e personale. A ricordarci questa fase della vita di un imprenditore sono stati i tavoli da Ping Pong, non a caso situati proprio al centro della sala, che hanno rappresentato per tutti un momento di svago e gioco. Ma c’è di più!
Durante una partita di Ping pong siamo l’uno di fronte all’altro, ad armi pari e con la stessa porzione di campo a disposizione. Probabilmente uno dei due è più forte dell’altro, ma chi perde è senza dubbio colui che si porta a casa un enorme bagaglio di conoscenze ed esperienze.
Questo è lo stesso principio che dovrebbe guidare un dialogo costruttivo; bisogna condividere la propria conoscenza, in quanto:

“ Essere gelosi del proprio obiettivo è proprio quello che non riesce a fartelo raggiungere” – Alex Bellini

E dopo aver fatto tutto questo, come si può continuare a crescere e a sviluppare un’idea o un progetto di business?
Come ben sappiamo, il mondo cambia e cambia anche il modo di fare le cose. Ogni imprenditore deve riuscire a stare a passo con i tempi e cercare di reinventarsi ed innovare la propria azienda. Questo non è semplice se fatto da soli, bisogna sempre ragionare in ottica di team e per farlo bisogna essere dei “buoni ascoltatori” non solo all’interno dell’azienda ma anche al di fuori di essa:

“Non devi essere professionista nel lavoro, devi essere professionista nella vita” – Sergio Borra

Ritornando alla citazione iniziale che ci ha guidato per tutti i tre giorni del Marketers World 2019, possiamo dire che si può insegnare la nostalgia tramite il desiderio, creando una struttura di valore condiviso.

Il Marketers World è stato come un’onda in un mare in tempesta, ci ha colpito e stravolto, permettendoci di cambiare prospettiva su noi stessi e sul concetto di team.
Sicuramente ci porteremo sempre dietro tutto ciò che abbiamo appreso in questo percorso!

“Come si fa a decidere di cambiare? Tramite le emozioni che ci spingono ad agire. La maggior parte delle persone vive in bianco e nero, quando ti emozioni la tua vita diventa per un attimo a colori” – Luca Mazzucchelli.

Team Oikosmos al Marketers World 2019


L'articolo annuncia il crollo della Borsa di New York con sede a Wall Street

La crisi del 1929: dai Tre Porcellini ai Cookies

di Carmelo Falzone
Tempo di lettura: 3 minuti

Cos’è stata la crisi del 1929 e cosa ha portato con sé?

Tutti i libri di storia ne parlano ed è uno dei temi più battuti dagli economisti, ma cosa è davvero accaduto durante il fatidico 29 ottobre 1929 e quali sono state le conseguenze nella società dell’epoca?
Siamo nel pieno degli Anni Venti, chiamati “Ruggenti” poichè è proprio durante questi anni che avviene il consolidamento degli Stati Uniti come potenza mondiale e modello da seguire in diversi settori come quelli del cinema e della musica. Il benessere era un concetto tangibile, lo si poteva davvero toccare!

Adesso è lecito chiedersi come sia possibile accostare la parola “crisi” a questo tenore così smisuratamente alto. Il concetto è molto semplice: per chi ha soldi da investire è il momento di arricchirsi. Oltre 1 milione di americani investe i propri risparmi in borsa e nel giro di pochi anni questi aumentano del 400%.

Poi la mattina del 24 ottobre 1929 (giovedì nero) accadde l’impensabile: l’indice della borsa di New York registra un inaspettato ribasso; ben 5 giorni dopo, il 29 ottobre 1929 (martedì nero), accade il definitivo crollo della borsa valori.

L'articolo annuncia il crollo della Borsa di New York con sede a Wall Street
Fonte: studiarapido.it

Si assiste così alla nascita di ondate di panico dovute al fallimento delle imprese, crollo della produzione industriale e conseguente disoccupazione, che toccherà livelli altissimi e ben presto si diffonderà in tutto il mondo.

Tuttavia, perché soffermarci solo sui suoi aspetti negativi?
Possiamo invece evidenziare delle vere e proprie novità ed invenzioni nate durante questo periodo, forse per necessità di consolazione e distrazione, e che continuano a far parte della nostra vita quotidiana:

  • Siamo ormai abituati alle “zip”, anche chiamate “chiusure lampo”, ma in loro risiede una grande importanza, collegata alle esigenze del periodo: fornivano la possibilità di indossare alcuni abiti per quasi tutto l’anno grazie alla zip aperta o chiusa.
  • Nacquero i giochi da tavolo, come il Monopoly. In particolare, divenne una nuova mania il minigolf.
  • Tra le invenzioni più dolci, invece, i cookies ci mostrano come una mancanza o un errore possa invece diventare pregio. La chef Ruth si trovava senza cacao a causa della crisi. Pensò allora di spezzettare una tavoletta di cioccolata in piccoli frammenti, sperando che si sciogliessero. Il cioccolato non si sciolse, ma il "test" ebbe un successo inaspettato.
L'invenzione inaspettata: i cookies
Fonte: pillsbury.com
  • Una delle invenzioni che sta molto a cuore ad ognuno di noi è quella dei Tre Porcellini, un cortometraggio a lieto fine di soli 8 minuti lanciato da Walt Disney: a causa dei tempi duri che stava affrontando il paese in quel periodo, il pubblico individuò nel Lupo il simbolo della crisi. Gli statunitensi si sentivano rappresentati dai tre porcellini in quanto, così come loro con il Lupo, essi stavano combattendo contro la Grande Depressione. Il film ebbe un successo senza precedenti e la canzone “Who is afraid of the Big Bad Wolf” divenne un motto per la società americana.
Il cortometraggio di Walt Disney: i Tre Porcellini
Fonte: paperpedia.fandom.com

Ad oggi sono passati ben novant’anni, ed oltre a ricordare le tragedie causate era giusto ricordare anche le poche conseguenze positive. Perché si sa, così come avvenne con la crisi del '29, un qualsiasi momento negativo (nel suo complesso), porta quasi sempre a qualcosa di positivo nel suo piccolo.


La foto mostra i tre economisti che hanno vinto il Premio Nobel per l'Economia

PREMIO NOBEL PER L'ECONOMIA 2019

di Roberto Faraci
Tempo di lettura: 2 minuti

Oggi, lunedì 14 ottobre, a Stoccolma, è stato assegnato il premio Nobel per l’Economia a ben tre economisti, Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer, per l’approccio sperimentale nella lotta contro la povertà globale. I tre vincitori hanno diritto a 9 milioni di corone svedesi da dividersi tra loro.

I vincitori

L’indiano Abhijit Banerjee e la franco-americana Esther Duflo, marito e moglie, insegnano al Massachusetts Institute of Technology. L’americano Michael Kramer, invece, è docente ad Harvard. Stiamo parlando di tre “giovani” vincitori, in quanto tutti sotto i 60 anni. Ma il membro del trio che merita un occhio di riguardo è Esther Duflo. L’economista franco-americana non solo è la più giovane vincitrice di un premio Nobel per l’Economia, con i suoi 46 anni, ma è anche la seconda donna della storia a ricevere questo prestigioso riconoscimento. Proprio su questo tema ha deciso di soffermarsi la giovane economista: “Sono onorata. Questo premio è la dimostrazione che è possibile per una donna avere successo ed essere riconosciuta per i propri successi. Spero di poter essere un esempio per moltissime donne”.

La foto mostra i tre economisti che hanno vinto il premio nobel per l'economia
Fonte: repubblica.it

Lotta contro la povertà globale

Il Comitato per i Nobel, nell’annunciare i vincitori, ha sottolineato i grandi risultati ottenuti dalle ricerche dei tre giovani economisti, in grado di “migliorare enormemente la nostra capacità di lottare in concreto contro la povertà”. E ancora, è stato evidenziato “il grande contributo nell’introduzione di un nuovo approccio per ottenere risposte affidabili sui modi migliori per combattere la povertà globale”. Un ruolo chiave è stato giocato dai numerosi studi e ricerche sul campo. In particolare, Kramer ha dimostrato quanto possa essere efficace un approccio sperimentale, usando test sul campo per mettere alla prova una serie di interventi che avrebbero potuto migliorare i risultati scolastici nel Kenyaoccidentale". Gli studi di Banerjee e Duflo, molto simili a quelli di Kramer, in quanto spesso condotti in collaborazione, sono stati effettuati in altri paesi, tra cui l’India. In sostanza, grazie ad uno di questi studi, più di 5 milioni di ragazzi indiani hanno beneficiato di programmi scolastici di tutoraggio correttivo.


GIORNATA NAZIONALE DEL MERITO

di Anna Lo Coco
Tempo di lettura: 3 minuti

Martedì 8 ottobre si è tenuta la Terza Giornata Nazionale del Merito presso la sede del Centro Filologico Milanese ideata dal Forum della Meritocrazia in collaborazione con CFMT- Centro di Formazione Management del Terziario.
Durante la giornata si è parlato di come il merito sia importante, anzi fondamentale, sia per le strategie di business delle varie aziende sia nel mondo della formazione.

Ad aprire il convegno è M. Cristina Origlia, presidente di FdM, che ha fatto presente come il destino dell’Italia è da costruire tramite delle strategie economiche e politiche accompagnate dalla trasformazione culturale, che sicuramente aiuta il paese a ricostruire le proprie virtù civiche.

Dopo una breve introduzione prende la parola Silvia Pugi, consigliere CFMT e direttore CSR di Manageritalia che ribadisce il ruolo della meritocrazia come uno dei fattori chiave per il successo di un’azienda.
L’obiettivo di quest’ultima, infatti, è innovare e l’innovazione porta dietro di sè merito e competenza, senza queste due parole chiave l’azienda non può avere successo.
Viene poi affrontato il tema della “fuga dei cervelli” che potrebbe essere evitata creando delle opportunità che permettono ai giovani di rimanere in Italia. A tal proposito vengono esposti i progetti portati avanti, uno di questi è Big, un business game che crea un confronto tra studenti e managers per dar vita a nuove idee.

In seguito prende la parola Mario Vanni, Capo di Gabinetto del Sindaco nel Comune di Milano, che elogia Milano come una città che compete e che si preoccupa che nessuno rimanga indietro. Milano come una città che accetta il merito.

Subito dopo M.Cristina Origlia dà il via ad una conversazione tra Alessandra Perrazzella, vice direttrice di Banca Italia, ed Enrico Cerreda, AD IBM Italia, sul tema del merito come mindset per innovare.

Alessandra Pezzarella si concentra su ciò che manca in Italia rispetto all’estero: l’entusiasmo, ovvero “la scintilla che scatta dentro”.
Per ritrovare questo bisognerebbe mettere da parte gli interessi individualisti ed agire per il bene comune, cercando di allargare lo sguardo e di superare una serie di egoismi che ogni individuo si porta dentro.

Enrico Cerreda sottolinea invece l’importanza dei dati, che sono al centro di ogni decisione aziendale ma anche formativa.

Entrambi parlano di innovazione e trasformazione tecnologica. Nel mondo bancario iniziano ad entrare degli ingegneri per riuscire a controllare questa trasformazione e per cercare dei nuovi spunti ed innovare grazie ad essa. IBM, dal suo canto, sta puntando alla creazione di centri europei che facciano da interfaccia tra clienti e le nuove tecnologie.

“ L’avvento della tecnologia cambia il modo di vigilare” – Alessandra Perrazzella

Inoltre Cereda afferma che bisognerebbe avere una maggiore consapevolezza delle competenze che gli italiani hanno rispetto al resto del mondo, perché possono fare la differenza.

“Dobbiamo avere la consapevolezza delle nostre capacità che sono uniche” – Enrico Cereda

Alessandra Perrazzelli apre il tema dell’inclusione affermando che il merito va di pari passo con essa.

“L’inclusione porta ricchezza all’azienda, perché la diversità porta ricchezza alle nostre aziende” – Enrico Cereda

A tal proposito IBM negli USA è riuscito a formare tantissimi ragazzi che non avevano la possibilità di iscriversi all’università, dandogli l'opportunità di inserirsi all’interno di aziende.

La parola passa a Mattia Adani, consigliere FdM, che tramite la misurazione di determinati indicatori, come il meritometro, e confrontandola con gli altri paesi europei, ha dimostrato come l’Italia debba ancora lavorare per diminuire la disuguaglianza e concentrarsi sul merito.
Sicuramente la meritocrazia è sempre più urgente ed è una battaglia di lungo termine.

Luca Peyrano, CEO di Elite, ha parlato di come la cultura imprenditoriale italiana sia forte ma non sempre aperta al cambiamento per questo si sta pensando di fare degli investimenti sugli imprenditori facendoli avvicinare sempre di più alla meritocrazia, mettendo a loro disposizione capacità e competenze che li aiutino a crescere.

“Meritocrazia è saper fallire per poi sapersi riprendere” – Roberta Guaineri
(Assessore al Turismo, Sport e Qualità della vita comune di Milano)

Si conclude con la squadra del forum della meritocrazia che ribadisce l’importanza della società civile per avere un impatto positivo, perché “più siamo, più contiamo!”.

 


RETAIL DESIGN 2019: LE DIMENSIONI FISICHE NELL'ERA DIGITALE

di Marta Candito

Tempo di lettura: 4 minuti

Il 13 giugno 2019 si è svolto, presso il Campus dell’Università degli studi di Parma, il workshop: “Retail Design: Le dimensioni fisiche nell’era digitale” a cura del RetaiLab, laboratorio di ricerca sulla distribuzione interno all’università.

Come ogni anno, il team Oikosmos ha partecipato attivamente all’evento curandone alcuni aspetti organizzativi.

Una giornata ricca di spunti di riflessione sull’importanza della fisicità in un contesto come quello odierno, dove digitalizzazione è la parola d’ordine.

Layout, attrezzature, display, packaging continuano ad essere elementi preziosi su cui l’impresa deve lavorare per riuscire ad instaurare una relazione di fiducia e fedeltà con il consumatore.

Durante il workshop, moderato da Luigi Rubinelli, direttore di RetailWatch, i docenti del RetaiLab hanno avuto l’occasione di esporre i risultati delle proprie ricerche nonché di confrontarsi con imprese e professionisti.

Dopo un breve "Welcome Coffee", Gaetano Aiello, presidente dell’Accademia Nazionale di Economia Aziendale, ha aperto il convegno soffermando la propria attenzione sul  fenomeno dei prodotti cosiddetti italian sounding e sull’importanza del “made in”. A seguire, la professoressa Cristina Ziliani ed il professore Davide Pellegrini hanno illustrato i punti salienti del corso di laurea di Trade and Consumer Marketing e del lavoro che quotidianamente viene svolto all’interno del laboratorio del RetaiLab.

A prendere la parola è stato poi Sigurdur Thorsteinsson, partner di Design Group Italia, il quale ha cercato di fare luce sul ruolo che la tecnologia gioca nel processo d’innovazione.

“La tecnologia è un elemento che aiuta e facilita il cambiamento ma non si può pensare che sia la base dello stesso” spiega Thorsteinsson durante il suo intervento. E’ importante infatti non dimenticare che a scegliere sono i consumatori e che gli stessi si orientano verso scelte emotive e irrazionali alle quali poi cercano di aggiungere un velo di razionalità. In un contesto come quello odierno lo sviluppo della tecnologia contribuisce a rafforzare il fattore umano e, quindi, la risposta per le imprese sembra essere solo una: il Design Thinking.

Il convegno è proseguito poi con la presentazione della ricerca svolta dalle professoresse Tania Vergura e Beatrice Luceri sull’impatto che il packaging esercita sulle scelte del consumatore.

Tra le componenti del pack, il materiale è sicuramente quello che più incide sulla valutazione del prodotto. Il consumatore è, infatti, abituato ad associare determinati nessi al materiale.

Focalizzando l’attenzione sui principali materiali utilizzati in sei diverse categorie di alimenti e sull’importanza associata da parte dei consumatori al fattore della sostenibilità ambientale, i risultati della ricerca dimostrano che molto spesso le risposte emotive non sono sempre perfettamente allineate con le risposte cognitive. Questo implica che l’impresa debba conoscere entrambe le risposte e assumere le decisioni sulla base delle stesse. Saper emozionare e il rispetto per l’ambiente diventano così le due chiavi per un packaging di successo.

L’importanza del packaging, quale driver di scelta, è stata poi ripresa nella seconda parte dell’evento, dove l’attenzione si è spostata sul mondo dei freschi e dell’ortofrutta.

A riguardo, dall’intervento del professore Guido Cristini e della professoressa Silvia Bellini è emerso che la presenza di informazioni sui prodotti, quali ad esempio il grado di maturità degli stessi, aiuti il consumatore ad effettuare una scelta più consapevole. Questo contribuisce ad evitare che il consumatore si disorienti e rinunci all’acquisto.

Il compito dell’impresa diventa pertanto, riuscire a rispondere attraverso il packaging alle due esigenze del consumatore: minimizzare il tempo dedicato alla scelta del prodotto e raccogliere informazioni dettagliate sullo stesso. Secondo la professoressa Silvia Bellini questa duplice anima del consumatore può essere soddisfatta dallo “smartpack”.

Nella parte finale del convegno, la sostenibilità ambientale ha assunto un ruolo centrale. Packaging e sostenibilità, al giorno d’oggi non possono essere due aspetti scollegati. In un contesto dove il consumatore mostra una sempre più accentuata sensibilità per l’ambiente è imprescindibile per le imprese pensare di sottovalutare in fase di progettazione del packaging aspetti quali la tipologia di materiale, la quantità e le modalità di smaltimento dello stesso.

A tal proposito interessante è evidenziare l’attenzione che Coop Italia ha da 10 anni riservato all’ambiente e con la sua campagna Coop for Kyoto, il cui successo è confermato dal crescente numero di aziende coinvolte, da 30 a 400.

Infine a prendere la parola è il professore Edoardo Sabbadin, il quale attraverso un breve e divertente gioco ha cercato di fare il punto della situazione e colto i temi che si presume saranno il centro d’interesse dei prossimi anni.


VINITALY 2019

di Anna Lo Coco
tempo di lettura: 4 minuti

Vinitaly nasce nel 1967 ed è il Salone Internazionale del vino e dei distillati più grande al mondo. Si svolge ogni anno a Verona ed è rivolto agli appassionati e agli operatori specializzati.
Vinitaly 2019 si svolgerà dal 7 al 10 aprile ed accoglierà più di 4000 espositori provenienti da tutta Italia e da paesi esteri. Ci saranno degli spazi dedicati esclusivamente alla degustazione di vini bianchi, rossi e di spumanti, in cui verranno presentate anche produzioni internazionali. Inoltre, ci sarà un corso dedicato ai vini biologici certificati.
Possiamo dunque affermare che Vinitaly rappresenta la vetrina del vino italiano, poiché le aziende comunicano, sia all’interno sia all’esterno, i propri valori e le proprie scelte proponendo le novità.
In occasione di questo evento abbiamo pensato di approfondire il tutto con David RamirezMarketing Specialist di Gruppo Food.

Cosa significa partecipare al Vinitaly?

“Partecipare a Vinitaly, per chi lavora nel settore, è un modo per confrontarsi con una platea internazionale sui temi della filiera e del business enologico, ed è quindi un appuntamento imprescindibile, non solo per le aziende produttrici che hanno così l’occasione di promuoversi, ma per tutti gli operatori che desiderano restare aggiornati sui temi di attualità, i trend dei diversi mercati e dei diversi canali, nonché per partecipare a percorsi di formazione” afferma David Ramirez, che continua “Vinitaly ha saputo creare attorno al business del vino made in Italy un vero e proprio portafoglio di eventi ed enti che, ruotando attorno ai diversi aspetti che caratterizzano il settore, ne hanno sancito il successo e l’internazionalizzazione”.

(Fonte: https://winenews.it/it/vinitaly-sempre-piu-digital-nel-mondo-e-a-verona-degustazioni-ed-eventi-in-fiera-ed-in-citta_387220/2/)

Quali sono le tecniche per far capire il valore/qualità di un determinato vino rispetto ad un altro?

“Il vino è un bene estremamente complesso, e per il consumatore medio (non appassionato) questo si traduce in una problematicità al momento dell’acquisto. Basti pensare al fatto che oggi in Italia sono presenti oltre 500 denominazioni differenti tra DOP e IGP, ognuno con le proprie caratteristiche e i suoi disciplinari di produzione da seguire. Farsi strada tra questa varietà di scelta così ampia è un compito cognitivamente impossibile e si va incontro a quello che in marketing è definito “information overload”. Finisce spesso che in punto vendita, se non intervengono appigli emotivi o neurali (anche in mondo enologico si comincia finalmente a parlare di neuromarketing) alle denominazioni o più spesso alle etichette, è quasi ovvio che il prezzo diventa driver di scelta, puntando a certe fasce in relazione all’occasione di consumo.
Non è certo sbagliato questo approccio, ma non tiene conto e non dà merito al reale valore intrinseco del vino - che può non avere a che fare con il prezzo.
Ad oggi internet e le molte app aiutano a mitigare questi gap informativi, tuttavia si tratta sempre di azioni attivate dal cliente stesso, mentre manca spesso una logica push da parte di aziende e rivenditori. Nei punti vendita specializzati (come nelle enoteche) questo problema viene risolto dagli addetti, ma non sempre è così (basti pensare alla GDO).
Si tratta perciò essenzialmente di un gap informativo e di comunicazione, e le possibilità per diminuirlo non mancano, ma ci vuole impegno lungo la filiera e, non ultimo, da parte del Trade” – David Ramirez, Marketing Specialist di Gruppo Food

Qual è la differenza tra pubblicizzare un vino piuttosto che un altro prodotto?

“Innanzitutto, credo che sia importante, anche in questo caso, fare una differenza tra comunicazione e pubblicità. Per fare un’analogia, forse un po’ azzardata (non me ne vogliano i produttori che mi leggono) ma che aiuta a inquadrare il punto, si potrebbe confrontare a livello di marketing il settore del vino con quello delle automobili. Di automobili ci sono le categorie in base a specifiche caratteristiche strutturali, ci sono i brand, ci sono scale prezzo molto ampie e ogni fascia con le proprie differenze interne; allo stesso modo nel vino si possono ritrovare attributi concettualmente simili, ma a mio parere con una dimensione di complessità maggiore (denominazioni, metodi di produzione, origine, certificazioni, regioni, consorzi, anno e invecchiamento, temperature di servizio, bicchieri adatti, abbinamenti, etc.), certo a fronte di valori monetari unitari molto minori (fattore che si rapporta comunque al diverso orizzonte temporale di “utilizzo del bene”).
Con qualche veloce confronto è possibile verificare come i frame psicologici con i quali vengono pubblicizzate queste due diverse categorie siano simili: chi utilizza valori emotivi (libertà, spensieratezza, divertimento, “coolness”), chi origini (autenticità, appartenenza al territorio, valore dell’origine), chi dimensioni cognitive (utilità, semplicità, comodità).
La pubblicità del vino deve quindi cercare di essere sempre più ancorata alle dimensioni più vicine a quelle dell’azienda e del vino in questione, studiata in base al target di riferimento, tenendo presente che oggi i messaggi indifferenziati e generici sono controproducenti e mostrare delle generiche vigne nei formati adv espone al rischio di essere ignorati.
Consideriamo anche che la pubblicità oggi per essere efficace deve essere sempre più multi-canale. La comunicazione invece è un altro paio di maniche”. – David Ramirez, Marketing Specialist di Gruppo Food

Vino e comunicazione

“Cerco di differenziare la comunicazione dall’adv perché mai come nel settore vitivinicolo il valore del vino deve essere comunicato, nel senso che deve essere trasmessa la conoscenza relativa alla specifica bottiglia all’interlocutore, ed è oggi sempre più difficile farlo con metodi broadcast perché le persone cercano sempre più la personalizzazione (trend conosciuto e ormai trasversale).
La figura del Sommelier al ristorante nasce proprio per portare la conoscenza del produttore sul proprio prodotto fino all’ultimo miglio, al consumatore, facendo quindi da ponte vivente, e consigliando quest’ultimo sui migliori abbinamenti e sulla storia che ogni etichetta porta con sé: storie spesso di famiglie, generazioni, passioni e terre vitate.
I vini italiani sono apprezzati in tutto il mondo proprio per queste storie, autentiche narrazioni che arricchiscono il valore del liquido versato nei bicchieri.
Tutti gli ultimi report e ricerche parlano di consumi che si spostano verso i segmenti premium, dove regna la qualità: è compito di ogni rivenditore, e non più quindi solo dei sommelier al ristorante, accompagnare questo spostamento dei consumi con proposte comunicative adeguate a supportare i clienti.”
E nell’ambito della GDO? David Ramirez conclude:
“Qualcosa si sta facendo anche in GDO, ma è ancora troppo poco.
Banalmente, ne gioverebbe l’intera filiera a partire da valori più alti e margini commerciali migliori - e potenzialmente anche l’ecosistema, considerando lavorazioni agricole e produzioni mirate a qualità migliori”.

 

 

 


DALLARA ACADEMY

L’impresa può creare felicità?

di Francesca Bisi
tempo di lettura: 5 minuti
video BEST OF in fondo all'articolo

DALLARA ACADEMY


"L’impresa può creare felicità?"

Questo è il grande interrogativo che ha caratterizzato la giornata del 27 marzo in Dallara Academy in occasione della pubblicazione del libro “Creazione di lavoro nella stagione della quarta rivoluzione industriale. Il caso dell’Emilia-Romagna” a cura di Stefano Zamagni, docente di Economia Politica all’Università di Bologna e Adjunct Professor of International Political Economy alla Johns Hopkins University di Bologna, con la prefazione di Mons. Matteo Zuppi.

DALLARA ACADEMY

Il libro è nato dal bisogno di interpretare l’ambiente che ci circonda: l’avvento delle nuove tecnologie ha inevitabilmente cambiato “l’idea stessa di lavoro, le relazioni interpersonali, i modelli culturali, il rapporto uomo-natura” ed è compito dell’uomo saper reagire con saggezza. In particolare, il contesto di riferimento che prende in considerazione l’autore riguarda gli ultimi vent’anni in Emilia-Romagna e l’impatto della rivoluzione digitale nel mondo del lavoro.

“Dallara Academy nasce dall’idea che l’imprenditore vuole restituire al territorio parte di quello che gli ha dato”

Stefano Zamagni, Docente di Economia Politica dell'Università di Bologna

La scelta del luogo non è stata casuale perché Dallara è un esempio tangibile di un'impresa ad impatto sociale “che si cura di togliere i viluppi che impediscono alla società di crescere grazie ad un progetto di sviluppo in sinergia con il territorio”, ha spiegato Stefano Zamagni.

Nella giornata tanti sono stati gli ospiti che hanno partecipato alla discussione del libro tra cui Sara Rainieri, Pro Rettrice alla Didattica dell’Università di Parma, Giampaolo Dallara, Presidente di Dallara, Franco Mosconi, docente di Economia industriale all’Università di Parma e co-autore del volume, e Andrea Pontremoli, Amministratore delegato e Direttore generale di Dallara.

DALLARA ACADEMY
Da sinistra: Franco Mosconi, Andrea Pontremoli, Sara Rainieri, Stefano Zamagni, Giampaolo Dallara, Angelia Dallara

 

 

DALLARA ACADEMYIl primo intervento è stato fatto dal professore Franco Mosconi, che ha collaborato per la stesura del primo capitolo sulla manifattura, in cui ci ha parlato della vocazione dell’imprenditore come figura capace di seguire il bene comune e rendere accessibili a chiunque i beni di questo mondo.

Questa immagine di imprenditore prende vita proprio in Emilia-Romagna, grande area di manifattura avanzata che guarda ai mercati internazionali grazie alla forte struttura tecnologica costruita negli anni.

 

“È il lavoro che deve essere sempre pensato per l’uomo.”

Franco Mosconi, Docente di Economia Industriale all'Università degli Studi di Parma

 

Il lavoro si crea, lo creano le imprese e non si redistribuisce”, questa è una importante lezione che la regione Emilia-Romagna ha interpretato alla perfezione nella ricerca di un dialogo tra le reciproche competenze per trovare risposte efficaci e innovative per tutti.

DALLARA ACADEMYLa discussione poi è continuata con il Pro Rettore Sara Rainieri, in rappresentanza dell’Università degli Studi di Parma. La parola chiave per affrontare il mondo del lavoro è multidisciplinarietà per offrire agli studenti le giuste competenze per adattarsi alle sfide di questa rivoluzione che sta emergendo.

 

“È solo dialogando in maniera costante con le aziende che possiamo capire bene quali sono le competenze e i modi di formare i giovani.”

Sara Rainieri, Pro Rettore alla didattica dell'Università degli Studi di Parma

 

Sara Rainieri ha parlato del coraggio di non essere sempre tradizionalisti, ma di investire in verticale e Dallara è uno di questi esempi con la sua Academy che forma ogni giorno molti studenti.

 

DALLARA ACADEMYSul tema del lavoro si è poi soffermato l’ingegnere Giampaolo Dallara che ha raccontato l’evoluzione della società italiana in cui “le persone vivevano per sopravvivere” ad un futuro in cui prevedono “che l’uomo lavorerà l’1% del suo tempo”. Il grande problema è quello di garantire una dignità alle persone tramite il lavoro, “capire come organizzarlo in maniera diverso”.

 

Per Giampaolo Dallara sono i giovani che devono guidare questo cambiamento. È un invito a pensare in un altro modo a come potrebbe svilupparsi la società, ossia dove le persone si preoccupano degli ultimi e vivono il lavoro non solo come produzione di beni, ma anche al servizio della comunità.

 

“Il problema non è il tempo libero che avremo, il problema è il lavoro degli altri”

Giampaolo Dallara, Presidente e Fondatore Dallara

 

DALLARA ACADEMYLa parola poi è passata al CEO di Dallara, Andrea Pontremoli, che ha immediatamente constato la differente visione di obiettivi tra il manager e l’imprenditore: il primo lavora per gli obiettivi definiti dal consiglio di amministrazione, il secondo vede l’azienda come un “figlio”. L’imprenditore moderno deve poter creare un futuro dove “questo suo figlio stia sempre meglio”, pensando non solo al successo dell’azienda, ma anche al futuro del territorio dove opera.

 

“Strategia non vuol dire pensare adesso a quali decisioni dovremo prendere in futuro, ma vuol dire quali decisioni prendo adesso per cambiarlo.”

Andrea Pontremoli, CEO Dallara

Dallara con la sua Academy punta tutto sulle nuove generazioni con l’obiettivo di formarle e aiutarle a costruire le competenze necessarie a gestire e disegnare il futuro. Futuro che è il risultato delle nostre scelte, non di proiezioni matematiche, è un cambio di prospettiva in cui le persone diventano sempre più consapevoli che “il futuro più facile da predire è quello che provi a costruire”.

Infine, la giornata si è conclusa con l’intervento dell’autore del libro, Stefano Zamagni, che ha risposto all’interrogativo: “L’impresa può creare felicità?”.

DALLARA ACADEMYLa sua riflessione è partita dalla constatazione che c’è sempre di più una concezione “petrolifera” del lavoro: il lavoro assimilabile ad una miniera e al quale si può attingere al bisogno. Questo è un grave errore di valutazione perché non si cerca lavoro, il lavoro si crea. In Italia questa mentalità è frutto della concezione neo-statalistica, secondo cui è lo Stato che crea il lavoro, quando invece lo Stato deve favorire la creazione di lavoro da parte dell’impresa.

Per Zamagni un buon imprenditore deve avere tre caratteristiche: la propensione al rischio, la capacità di innovare e possedere l’arte della combinazione.

La prima non significa essere temerario, ma significa agire pur non sapendo dove andrà finire; la seconda parla dell’importanza di avere il coraggio di rompere gli schemi e di cercare sempre nuove soluzioni; infine, la terza è l’idea dell’imprenditore come un “direttore d’orchestra” che conosce i propri dipendenti e li sa mettere in armonia.

Anche il rapporto tra manager e imprenditore è un nodo cruciale: sono due figure diverse che rischiano spesso di entrare in conflitto e questo è una grave pericolo, in quanto devono imparare ad “andare alla stessa velocità” e lavorare in sinergia.

Che ruolo ha la scuola in questa trasformazione? Scuola e lavoro vengono troppo spesso poste come alternative, quando invece devono convergere. Ecco perché, secondo l’autore, bisogna tornare a parlare di educazione, partendo dalla fondamentale distinzione tra istruire ed educare. Istruire vuol dire mettere dentro la testa concetti, nozioni che crea soggetti sempre più bravi a risolvere problemi di scelta in cui si è chiamati a selezionare un’opzione tra tante di cui si conoscono tutte le caratteristiche. Educare invece è l’esatto contrario, significa tirare fuori le competenze che permettono di essere inserirti nella realtà e risolvere problemi di decisione in cui non si sanno le caratteristiche delle opzioni che si hanno di fronte. L’università deve tornare ad avere compiti educativi, non solo istruttivi.

Questo è stato l’obiettivo della ricerca che ha portato alla stesura di questo libro: capire come l’impresa civile può operare al meglio nel territorio. Non basta occuparsi di far funzionare bene l’azienda, ma essa deve preoccuparsi anche che nel territorio ci sia un progetto di sviluppo umano integrato, questa dovrebbe essere la sua vera missione.

DALLARA ACADEMY

L’impresa può quindi creare felicità? Si, può farlo se l’impresa diventa il luogo “dove si forma il carattere umano e ha di mira la felicità delle persone che ci lavorano e del contesto circostante”.

L’impresa non deve operare in un “deserto sociale": nel crescere deve considerare non solo la dimensione quantitativa, ma anche quella spirituale. Lo scopo di fare impresa è “consentire alle persone di fiorire, sbocciare”.

“Quando il sole tramonta, quando le cose si fanno difficili, non piangere. Perché le lacrime ti impedirebbero di vedere le stelle.”

Rabindranath Tagore, Premio Nobel per la letteratura nel 1913

Una di queste stelle è proprio “il network delle imprese che rappresentano il modello della via Emilia” conclude Stefano Zamagni.

 

Vuoi ripercorrere i momenti salienti della giornata? ecco qui il video "BEST OF":

https://youtu.be/bBtHYBZ6sdg

 


INSIDE DIGITAL ERA

di Manuela Fiku

Fin dall'antichità l'uomo ha avuto bisogno di sviluppare strumenti per risolvere un problema o migliorare un aspetto della propria vita quotidiana.

Da sempre quindi la tecnologia si intreccia con la storia della civiltà, determinandone tradizioni, cultura e modi di procedere.

Oggi però il progresso incalza a ritmi mai visti prima e guida le nostre vite. Se prima volevamo elimiare gli sforzi, oggi vogliamo essere potenziati. Cambiano le esigenze, cambiano gli obiettivi.

Esattamente 30 anni fa nasceva il world wide web. Da allora di cose ne sono successe.

Le nostre scelte vanno di pari passo con gli algoritmi che decidono cosa dovremmo vedere e analizzano quello che facciamo. Nel peggiore dei casi, non possiamo nemmeno abbassare i nostri dispositivi perché abbiamo perso la nostra capacità di resistere.

Tutto continua a cambiare e ad evolversi attraverso la digital transformation che richiede nuove skills per il futuro.

Sentiamo spesso parlare di User Experience, Growth Hacking, Startup, Criptovalute...
Ma cosa sono esattamente? Quali sono gli sbocchi lavorativi? Quali sono le competenze richieste?

Oikosmos è dunque lieta di presentare INSIDE DIGITAL ERA, un progetto che ci sta molto a cuore, un ciclo di seminari tutto incentrato sul digital che tocca vari ambiti del mondo economico.

Come si inserisce il digital in amministrazione aziendale? In finanza? In Marketing? A livello internazionale?
Con testimoni d'eccezione provenienti da aziende importanti abbiamo quindi deciso di portare il digitale nel Dipartimento di Economia.

Perchè?

Perchè siamo nati come webTV e quindi il digitale fa parte del nostro dna.

Perchè la tecnologia non è qualcosa che ci capita, è qualcosa che scegliamo di creare e, nel nostro piccolo, è qualcosa che cerchiamo di capire.

Perchè solo attraverso la conoscenza possiamo costruire il futuro che vogliamo.

Perchè siamo INSIDE DIGITAL ERA

#StayTuned #StayIDE #IDE2019

 

 

 


ON/OFF FOR ENTREPRENEURS | LUIGI GALIMBERTI E MASSIMO AMBANELLI

di Anna Lo Coco
tempo di lettura: 3 minuti

Martedì 5 maggio si è svolto il primo incontro di “On/Off for Entrepreneurs”, un ciclo di eventi che ci vede come partner, in cui si è discusso di imprenditorialità nel settore food e agroalimentare. Protagonisti? Luigi Galimberti CEO di SferaMassimo Ambanelli CEO di HiFOOD e Marco D'angelo Fouder di Project Mii.

Le Officine On/Off possiamo intenderle come una community collaborativa che promuovono l’autoimprenditorialità, mettendo a disposizione dei veri e propri spazi di co-working e un laboratorio di fabbricazione digitale.

L’evento inizia con dei brevi saluti da parte di alcuni collaboratori:

"Digital Innovation Hub ha una missione semplice: l'innovazione attraverso la trasformazione digitale”.

Roberto Buratti – Unione Parmense Industriali

"L'idea imprenditoriale è anche una zona di fallimento del mercato. Su 100 idee, magari al mercato ne arrivano due, ed è per questo che l'attore pubblico deve dare il giusto supporto".

Alain Marenghi – Aster-AreaS3

Continuano i saluti con Vittorio Cavani (Giovani Imprenditori) e Davide Bezzecchi (Project manager di UPIDEA) che aiutano le imprese a crescere e fungono da ponte tra le nuove start up e le aziende di confindustria.

Ma entriamo nel vivo dell’evento, prende la parola Luigi Galimberti, fondatore della start up “SFERA”, che esordisce raccontando la sua storia personale.

Un racconto particolare quello di Galimberti, che dopo un fallimento, una crisi profonda, decide di partire da se stesso, cercando di capire chi è e cosa sapesse fare.

Quasi per caso partecipa ad un convegno che lo rende consapevole dei problemi dell’agricoltura. Decide, così, di ripescare un’idea e in poco tempo, precisamente nel 2015, nasce SFERA.

Le startup non nascono da buone idee... Nascono da bisogni reali”.

Galimberti – Fondatore di SFERA

SFERA AGRICOLA” è azienda Toscana composta da una serra attiva, che permette la crescita di ortaggi in condizioni ottimali, indipendentemente dalle condizioni metereologiche.

L’idea nasce dalla sofisticazione dei bisogni del consumatore che sono sempre più attenti alla provenienza degli ortaggi.

Nasce con “SFERA” il primo pomodoro al mondo Nichel Free, privo di metalli pesanti che soddisfa una buona parte della clientela femminile allergica.

"Una volta si moriva di fame, oggi si muore per quello che si mangia. Il cibo oggi ha troppe sostanze chimiche, ed è diventato pericoloso".

Luigi Galimberti – Fondatore di SFERA

Tre sono le parole chiave di SFERA: servizio, velocità e trasparenza.

Galimberti si sofferma anche sulla Digital Trasformation affermando che l’innovazione di Sfera è un’innovazione di processo e che, in realtà, tutto sta nel mindset e nel saperlo trasmettere.

Successivamente prende la parola Massimo Ambanelli, co-fondatore di “HI-FOOD”.

Anche Ambanelli esordisce con la propria storia personale, viaggia molto, frequenta un Master negli USA. È lì che inizia a parlare delle mancanze del settore alimentare, ma soprattutto è lì che cambia il suo pensiero.

“In Italia ci insegnano che c’è sempre qualcuno più bravo di te”.

Massimo Ambanelli - Co fondatore di HI-FOOD”

Durante il suo racconto Ambanelli si sofferma sul concetto di “TEAM”, specificando che è semplice sbagliare, ma che da soli è difficile riprendersi, mentre in team è facile cambiare rotta. Bisogna, inoltre, crederci tanto per riuscire ad assumersi dei rischi e durare.

Sottolinea ancora una volta l’importanza di creare rete:

"Se un’idea è valida sta in piedi da sola; bisogna condividerla quanto più possibile per creare le condizioni tali da farla rendere al massimo”.

Massimo Ambanelli- Co fondatore di HI-FOOD

HI-FOOD è un motore di innovazione che utilizza l'innovazione per creare ingredienti naturali potenziandoli con funzionalità tecnologiche. Assurdo? Non per HiFOOD.

Guidata dalla ricerca e dallo sviluppo, l’azienda, nata nel 2012, si focalizza sul free from diventando un supporto fondamentale per prodotti con un alto contenuto di innovazione e conoscenza.

Tanti i casi in cui HI-FOOD interviene, tra quisti l'utilizzo di un’economia circolare utilizzando le crusche per estrarre delle proteine dagli scarti.

A guidare il confronto Marco D'Angelo, marketer e startupper appassionato di tecnologia, founder di PROJECT MII, startup che opera in ambito Blockchain e filiera agroalimentare.

A concludere questo incontro di digital e food ma soprattutto imprenditoria intervengono i founder di due startup: Alessandro Candiani, fondatore di DNA-PHONE, piattaforma per la ricerca chimica, e Angela Montanari, fondatrice di TOMAPAINT , startup che dagli scarti del pomodoro estrae la bioresina da applicare nei contenitori creando così vernici.

“Mi piace unire il concetto di bellezza a quello della passione. Quando si fa qualcosa con la giusta passione deve per forza uscire qualcosa di bello”.

Alessandro Candiani – fondatore di DNAPhone