Domino’s alla conquista dell’Italia

Di Giorgia Labieni

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Avete mai assaggiato la pizza di Domino’s? Se la risposta è no, allora nei prossimi mesi potrebbe cambiare. Il colosso statunitense ha infatti espresso il desiderio di voler aprire ben 880 sedi nel nostro paese entro il 2030.

Per chi di voi non conoscesse il brand: Domino’s, fondata nel 1960 dai fratelli Tom e James Monaghan in Michigan, è oggi la seconda più grande catena di pizzerie a domicilio degli Stati Uniti e conta più di 16mila ristoranti in 85 paesi diversi, compreso il nostro.

Uno dei suoi maggiori punti di forza è la distribuzione, dalla selezione dei migliori fornitori, all’allestimento del punto vendita, alla selezione e formazione dei dipendenti, nonché l’efficienza del sistema di consegne, che posizionano l’azienda al di sopra dei maggiori concorrenti odierni. 

Fonte: zero.eu

Alessandro Lazzaroni, AD di Domino’s in Italia, ha deciso di acquistare i diritti per l’utilizzo del brand con l’idea di poter esportare la pizza americana sul suolo italiano, offrendo un servizio difficilmente replicabile dalle normali pizzerie: possibilità di ordinare online, di pagare sia in contanti sia con carta, e una consegna veloce e puntuale. 

L’azienda è già presente in Italia dal 2015, con la fondazione del suo primo punto vendita a Milano, e poi in altre 7 diverse città, fino ad arrivare a 28 pizzerie tra Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna. 

L’espansione intende coprire il territorio compreso tra nord e centro Italia, fermandosi a Roma, il mancato investimento nelle regioni del sud implica diverse ragioni, una tra tutte la difficile penetrabilità del mercato. 

Qual è quindi l’obiettivo di Domino’s e perché ha deciso di investire così tanto proprio nel paese dove è stata creata la pizza e ha assunto il valore che ha oggi? 

Alessandro Lazzaroni sostiene che:
“Gli italiani amano mangiare bene, ma non sono incatenati alle tradizioni. Piuttosto, sono curiosi di provare cose nuove”, egli è fiducioso sul successo di tale investimento, tanto da prefiggersi l’obiettivo di raggiungere il 2% della quota di mercato delle pizzerie in Italia nei prossimi dieci anni diventando “la prima società digitale di consegne in Italia”.

Fonte: bergamonews.it

L’operazione, prevede di suddividere i nuovi e potenziali punti vendita in un 50% franchising e il restante gestiti dall’azienda per arrivare nel 2021 a un rapporto 30%-70%, con un investimento di circa 250 mila euro per punto vendita, 14 impiegati ciascuno, di cui sei corrieri; il focus è stato su questi ultimi, in quanto l’ azienda è stata l’unica multinazionale ad aver sottoscritto la Carta di Bologna, un accordo che prevede la tutela e la regolamentazione di questa posizione lavorativa.  È utile riportare alla memoria ciò che accadde nel 2018, quando un altro colosso americano, Starbucks, decise di spostarsi sul nostro paese, i social e la stampa iniziarono ad esprimere i primi dubbi, su come e se questo tipo di catene potessero o meno rovinare e danneggiare l’immagine e la reputazione dei prodotti alimentari del nostro paese, se prima si disquisiva sul caffè e i prodotti da bar, oggi l’attenzione è rivolta alla pizza. 

Specialmente su Twitter si notano le prime critiche e i primi dubbi, molti sono scettici e sono convinti che saranno soldi mal investiti, altri sostengono come tale iniziativa possa seriamente ledere il mercato italiano, mentre altri suggeriscono come il governo debba fermare questa espansione tramite regolamentazioni. 

I dubbi sono leciti, l’Italia è il paese leader per quanto riguarda cucina e ingredienti di prima qualità e la presenza di questi colossi potrebbero seriamente corrodere il nostro sistema. 

Fonte: wired.it

È lo stesso Lazzaroni a chiarire la situazione, illustrando come la materia prima utilizzata e le fasi di lavoro siano di altissima qualità, così come gli ingredienti e la fragranza dei prodotti, in particolare Domino’s Italia utilizza solo materie da produttori certificati, e alcuni di questi fanno parte della categoria dei D.O.P., “Denominazione di Origine Protetta”.  

Questo tipo di operazione è stata implementata anche in altri paese europei, come Norvegia, Svezia, Irlanda etc., risultando però fallimentare e portando l’azienda a chiudere più di 100 punti vendita per mancati profitti.

Le parti sono schierate e per sapere come si evolverà la situazione non ci resta che aspettare la risposta alla domanda fondamentale: riuscirà Domino’s ad abbattere la tradizione e a conquistare la pancia degli italiani? 

 


Coronavirus: chiariamoci le idee

La Cina è in quarantena: strade deserte, scuole chiuse, mezzi pubblici inutilizzabili e produzione industriale sospesa. No, non è il prologo di un film apocalittico sulla fine del mondo, ma le conseguenze della diffusione dell’ormai noto coronavirus. Tv, giornali e social media sono in continuo aggiornamento con notizie provenienti da Pechino, Usa, Russia ed Italia che hanno momentaneamente bloccato i voli e inizia a manifestarsi una certa diffidenza nei confronti della popolazione cinese. Ma cosa sta davvero accadendo? Chiariamoci le idee.

Turisti cinesi con mascherine per corona virus in aereoporto
Fonte: Thenational

I coronavirus, innanzitutto, fanno parte di un’ampia famiglia di virus in grado di causare sia malattie comuni come un semplice raffreddore, fino ad arrivare a patologie più gravi come la SARS (Sindrome respiratoria acuta grave), già manifestatasi in Cina nel 2002 con 8.000 persone contagiate e 775 decessi accertati, o la MERS (Sindrome respiratoria mediorientale). Quello manifestatosi per la prima volta a Wuhan, è dunque un nuovo ceppo mai stato identificato precedentemente dall'uomo, dal nome "Coronavirus 2019-nCoV".

Virus Coronavirus 2019-nCoV al microscopio
Fonte: Wikipedia

Attualmente non è noto come si sia sviluppato. Alcuni sostengono che sia arrivato all’uomo dal serpente e dal pipistrello (molte altre malattie respiratorie simili a questa, provengono proprio da questi animali). Altri affermano invece, che si sia propagato dal mercato del pesce della cittadina cinese, anche se, a ben vedere, non ci sono riscontri oggettivi sulla presenza del primo paziente su cui è stato riscontrato il virus al mercato, in periodi antecedenti il primo dicembre (giorno del suo ricovero). A far discutere è stata inoltre la comunicazione tardiva da parte delle autorità di Pechino, all'Organizzazione Mondiale della Sanità (OSM), circa la diffusione del nuovo agente infettivo, arrivata soltanto a fine mese. Dalla provincia orientale di Hubei, il nuovo coronavirus si sarebbe propagato in altre zone della Cina arrivando rapidamente, a causa degli spostamenti aerei, in altre parti del mondo. Da dicembre ad oggi sarebbero 20 mila i contagi ed oltre 400 le morti causate dal virus. Da qui è possibile monitore la diffusione in tempo reale grazie alla mappa fornita dalla Johns Hopkins University.

Soltanto il 20 gennaio è stata scoperta la trasmissibilità tra esseri umani del nuovo ceppo, dalla National Health Commission cinese: il contagio avviene attraverso il contatto con gocce di respiro di soggetti infetti, provocate da tosse, starnuti e mucosa nasale. Il tasso di contagiosità non è comunque alto, compreso tra 1,5 e 2, il che significa che ogni infetto può contagiare da una a due persone (per il morbillo, ad esempio, il tasso va da 7 a 29). Il periodo di incubazione, cioè l’arco temporale tra il contagio e il manifestarsi dei primi sintomi clinici, va dai due giorni alle due settimane, tuttavia il problema maggiore è dato dalla complessa diagnosi. Il coronavirus presenta, infatti, sintomi comuni ad una semplice influenza quali raffreddore, febbre, tosse secca e difficoltà respiratorie. Di conseguenza, in caso di sospetto contagio, sono necessari degli esami di laboratorio per confermarne la presenza. La letalità (il numero dei decessi rispetto alla percentuale dei casi), infine, è bassa; basandosi sui pazienti curati in ospedale è del 3% e, sale al 20%, nei casi più gravi. È possibile comunque consultare, per maggiori informazioni, l’apposita pagina web istituita dal Ministero della Salute.

Cinese con mascherina e smartphone in aeroporto
Fonte: Thenational

Tuttavia, non finisce qui: sono anche i risvolti economici e sociali dell’epidemia a preoccupare le grandi potenze mondiali. Anche se è ancora troppo presto per valutare i reali impatti del coronavirus sulla crescita del gigante asiatico, le prospettive non sono certo positive. È previsto che il Pil cinese perda poco più di un punto percentuale già nel primo trimestre del 2020, rispetto a quanto preventivato, se i settori più colpiti dal calo dei consumi dei cinesi (trasporti e intrattenimento pubblico), dovessero scendere del 10%, secondo quanto riportato da Standard & Poor’s. Sotto la lente d’ingrandimento degli investitori, anche il settore tecnologico: ad oggi la Cina è al secondo posto nel mercato globale per valore e quantità degli investimenti di venture capital in startup e società tecnologiche. Si teme che la relazione negativa tra epidemie ed effetti economici, comporti un calo nell'afflusso di capitali privati. Il vero problema risiede però, nella chiusura temporanea di migliaia di fabbriche che blocca la produzione e, di conseguenza, le catene del valore globalizzate non soltanto nel settore dell’automotive e della chimica.

C’è da preoccuparsi anche a livello mondiale. Pechino rappresenta quasi un terzo della crescita globale con una quota percentuale superiore ad Europa, Usa e Giappone messe insieme, come ribadito da Andy Rothman, economista di Matthews Asia. Di conseguenza, alla luce di una crescita globale del 2,9% stimata per il 2020, l’impatto negativo sul Pil mondiale, potrebbe anche arrivare ad essere superiore all’1,8%.

Cinese fa shopping in un centro commerciale con buste rosse in mano e smartphone
Fonte: Luxetalent

E l’Italia? Essendo un paese che più di altri basa la propria economia sulle esportazioni e, considerando che il popolo cinese è tra i maggiori consumatori a livello globale, non si può certo stare sereni. I settori più colpiti saranno il lusso e il turismo. Il primo vale il 50% della bilancia commerciale, con i cinesi protagonisti del 28% degli acquisti (spesa media giornaliera pari a 300 euro). Il secondo, dopo un 2019 che aveva fatto registrare il record assoluto di presenze cinesi (5,3 milioni), per quest’anno dovrà prevedere numeri certamente più contenuti. Basti pensare ad una città d’arte come Firenze che prevede un calo da gennaio a maggio di circa 400 mila unità. Paura, quarantena, diffidenza e blocco degli spostamenti stanno facendo crollare il mercato cinese, fondamentale per l’Italia.

Nella speranza che in tempi brevi l’epidemia riesca ad essere contenuta, il vaccino scoperto e il virus debellato, il nostro pensiero non può non andare al Dott. Li Wenliang, uno dei primi medici cinesi ad avere intuito la pericolosità del nuovo virus. Accusato dalla polizia di Wuhan di aver “turbato l’ordine sociale e diffuso notizie false”, il medico cinese è deceduto il 5 febbraio per aver contratto il virus che aveva scoperto, ma che nessuno aveva creduto potesse esistere. Pochi giorni dopo le accuse, il coronavirus ha iniziato a diffondersi in tutta la Cina. Vorremmo ricordarlo con le parole scelte da Enrico Mentana sul suo profilo Instagram:

“Beati i mondi che non hanno bisogno di eroi, addio Dott. Li”.

Dott. Li Wenliang in ospedale
Fonte: RaiNews

Amazon e il suo Marketplace

Novità in cas(s)a Amazon

di Laura Marina Popa
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Amazon da anni sta investendo in ricerca sui metodi di pagamento; sta lavorando ad un nuovo sistema che permette di acquistare i suoi prodotti attraverso la scansione del proprio palmo della mano e intanto, in Italia, sta testando la possibilità di dilazionare i pagamenti a tasso zero.

Questa funzione era già presente in altri paesi quali, Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Germania.

Per il momento il colosso americano dell'e-commerce non ha ancora diffuso un comunicato ufficiale, ma la notizia appare fondata alla luce dell’opzione presente in riferimento all’acquisto di alcuni prodotti con il metodo “Pagamento a rate mensili” e alla pubblicazione di una pagina sui “Termini e condizioni dei pagamenti a rate”.

L’opzione però presenta dei limiti. Infatti, non solo al momento è disponibile solamente per un campione di utenti, ma anche solo per determinati prodotti:

  • Prodotti nuovi (Amazon Warehouse Deals esclusi)
  • Dispositivi Amazon nuovi
  • Dispositivi Amazon certificati.
Amazon offre l'opzione dei pagamenti a rate
Fonte: iGizmo.it

 

Anche l’utente deve possedere una serie di requisiti per acquistare un prodotto su Amazon pagandolo a rate:

  • Residente in Italia
  • Account it attivo da almeno 1 anno
  • “Una buona cronologia di pagamenti su Amazon.it”, come si legge sul sito: vale a dire che occorre aver acquistato spesso sul marketplace
  • Possedere una carta di credito o di debito MasterCard, VISA o American Express. Escluse le carte prepagate e il circuito Maestro.

Una volta che si è usufruito del pagamento rateale, non sarà possibile dilazionare ulteriori acquisti finché l'utente non avrà finito di pagare le rate della precedente transazione.

La dilazione di pagamento consiste in cinque rate mensili comprese di Iva e senza alcun interesse o onore finanziario. I costi di spedizione vengono inclusi nella prima rata il cui pagamento avverrà il giorno della spedizione del collo, le successive saranno addebitate ogni 30 giorni a partire dalla prima.

L'utente non può chiedere una suddivisione differente dell'importo da pagare, ma può decidere di saldare in anticipo le rate in qualsiasi momento.

Chissà se Amazon con questa nuova strategia riuscirà a conquistarsi una fetta di mercato più grande di quella che già possiede.

Infatti, è uno dei pochi marketplace che consente di pagare in comode rate il che fa sì che si distingua dagli altri e-commerce, inoltre è provato che questo metodo di pagamento riesce garantisce una maggiore accessibilità ai certe tipologie di prodotti.

Amazon e il suo Marketplace
Fonte: TuttoTech.net

Voi ne fate parte di quel campione di utenti che ha accesso a questa nuova modalità? Inserisci un prodotto nel carrello e controlla se compare la dicitura: “Paga in 5 rate mensili da xx,xx €”.


I nuovi biscotti della Ferrero

Barilla, Ferrero e le dolci strategie di marketing

di Riccardo Rocco Tornesello
Tempo di lettura: 2 minuti

Dopo la febbre dei Nutella Biscuits da gennaio arrivano i Biscocrema. Barilla e Ferrero sono pronte per una nuova sfida.

Il clamoroso successo di Ferrero, che a poche settimane dal lancio ha trasformato i propri biscotti in un vero e proprio fenomeno di costume, ha imposto a Barilla una replica immediata

Per rispondere al fenomeno dei Nutella Biscuits, il gruppo emiliano lancia i Biscocrema, una frolla al cacao con all’interno un cuore di crema Pan di Stelle, ricoperto da una cialda di cioccolato su cui è apposta l’iconica stella. 

Nuovi biscotti Pan di Stelle
Fonte: il messaggero.it

Un ‘’gioiellino’’ che debutterà sugli scaffali da gennaio 2020, andando a rafforzare ulteriormente l’offerta del colosso di Parma a solo un anno dal lancio della sua crema.

Nonostante per Julia Schwoerer, Vice President Marketing di Mulino Bianco, i Biscocrema non rappresentino una risposta alla competizione con Ferrero ma una naturale estensione di marca, la sfida è titanica. 

‘’Non vogliamo fare la guerra dei numeri né delle quote, noi siamo leader di mercato con il 37% di quota valore’’ ha dichiarato Schwoerer in occasione della presentazione del nuovo biscotto, augurandosi che queste attività contribuiscano a far crescere la categoria in modo sano

Barilla, infatti, ha deciso di colpire il proprio competitor mirando ai suoi punti deboli: il nuovo biscotto sarà venduto in monoporzioni da due biscotti, per limitare le calorie e sarà prodotto senza olio di palma, come tutta la linea Pan di Stelle. 

Vi è proprio l’olio di palma all’origine delle ostilità tra le due multinazionali italiane. 

Nell’estate del 2016, Barilla elimina l’olio di palma dai propri prodotti e lo scrive a caratteri cubitali nelle confezioni dei suoi brand simbolo, tra cui Pan di Stelle. Una mossa a sorpresa, in quanto fino ad allora Barilla aveva seguito la linea delle altre società italiane, contrastando il clima avvelenato intorno all’olio di palma attraverso una campagna di rassicurazione nei confronti dei propri clienti, i quali hanno iniziato ad interrogarsi sulla qualità di ciò che mangiano e sui rischi per la propria salute.

I nuovi biscotti della Ferrero
Fonte: startingfinance.com

Tornando alla mania dei Nutella Biscuits, si stima che nelle prime tre settimane dal lancio siano stati venduti 57 milioni di biscotti, per un fatturato che ha già superato la soglia degli 8 milioni di euro. Mantenendo questi ritmi di vendita, si stima che il colosso di Alba potrebbe abbondantemente superare i 130 milioni, oltrepassando così il prefissato obiettivo degli 80 milioni di fatturato.

Stando ai numeri di Barilla però, i biscotti più venduti al momento sono le Gocciole di Pavesi (gruppo Barilla), mentre al secondo posto c’è Pan di Stelle.  La neonata Crema Pan di Stelle invece, diretta concorrente di Nutella, ha conquistato “una quota di mercato del 7,5% in valore”, facendo crescere l’intera categoria delle creme spalmabili dell’11%. 

Certo, ‘’Se tutte le guerre fossero fatte di biscotti il mondo sarebbe migliore’’ e nell’attesa di vedere chi vincerà la battaglia commerciale sugli scaffali, non ci resta che affrettarci ad appendere la calza sopra al camino. 

 


Team Oikosmos al Marketers World 2019

MARKETERS WORLD 2019: UN MIX DI EMOZIONI

di Anna Lo Coco, Roberto Faraci e Giuseppe Samperi
Tempo di lettura: 4 minuti

“Se vuoi costruire una barca non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito” - Il Piccolo Principe.

Il 18, 19 e 20 ottobre il Team Oikosmos ha partecipato al Marketers World 2019, un evento che riunisce appassionati di Digital Marketing, e freelancers di tutta Italia. Dal networking al videoediting, dal copywriting all’ipnosi passando dagli Analytics: questo, e tanto altro, è stato per noi il Marketers World 2019.

Plenario del Marketers World durante il primo giorno

Un evento che ci ha offerto la possibilità di vivere un’esperienza unica, di conoscere non solo grandissimi professionisti del settore, ma soprattutto persone straordinarie. Giorno dopo giorno la nostra stanchezza cresceva proporzionalmente alle nostre emozioni, grazie ai numerosi spunti che ci sono stati offerti. Non sono state giornate incentrate solamente sulla crescita professionale, ma ci hanno permesso soprattutto di scoprire lati nascosti di noi stessi, mettendo in luce gli angoli bui di cui non eravamo a conoscenza. Siamo stati stimolati a metterci continuamente in discussione e come non avrebbe potuto essere così?
Il fascino magnetico di Dario Vignali e dei membri della sua Family ci ha fatto apprendere quasi per osmosi anche quando eravamo distrutti a fine giornata.

Come può un evento essere indimenticabile se gli ospiti non si sentono a casa fin dal primo giorno? Come possono emozionarsi se non si sentono parte di qualcosa e, soprattutto, se non hanno modo di relazionarsi l’uno con l’altro?
I ragazzi di Marketers si saranno di certo posti queste domande!

Il primo giorno può essere riassunto in tre semplici concetti: condivisione, valori comuni e divertimento. Dietro l’apparente contesto formalizzato di networking si celava un’anticipazione dei temi che avremmo affrontato nelle giornate successive. Il grande salone che ospitava l’evento altro non era che un enorme contenitore di spunti, idee ed emozioni. Ogni spazio era apparentemente dedicato ad attività ludiche e divertenti, ma che in realtà erano molto di più di questo, non a caso

“Il Business sta all’uomo come il gioco sta al bambino” – Dario Vignali

Non possiamo dimenticarci il nostro ingresso all’interno della sala principale e lo stupore nel vedere l’esperto di jumping effettuare salti e capriole nel grande tappeto elastico. In quel momento abbiamo capito che sarebbe stato un evento indimenticabile!
Il salto fatto dall’esperto potrebbe essere comparato a quello fatto da un aspirante freelancer/imprenditore che decide di mettersi in gioco costruendo una nuova realtà. Sicuramente all’inizio non è semplice, l’ansia, la paura di sbagliare e di essere giudicati non ci permettono di avere una visione lucida di ciò che sono i nostri obiettivi. Dopo il primo salto è tutto più chiaro, qualunque sia l’atterraggio. La paura iniziale scompare e lascia spazio alla voglia di scoprire le numerose possibilità che possiamo cogliere.

“Tutte le volte che si lancia un’attività imprenditoriale si lancia un’avventura, in cui l’eroe deve misurarsi con paura, ostacoli ed insuccessi. È importante sviluppare una visione che ci dia la direzione” – Alex Bellini

Speech di Alex Bellini durante il Marketers World

Dal lato opposto della sala c’era uno spazio dedicato agli appassionati di skateboard. La visione di numerosi ragazzi che tentavano di imbattersi in qualcosa di nuovo, vederli cadere per poi rialzarsi più motivati di prima, ci ha fatto riflettere su come le cadute e gli errori debbano essere vissuti come stimoli per migliorarsi e non come sconfitte. Ogni caduta ci fa scoprire qualcosa di noi stessi, ci rende più forti e ci permette di crescere. Non è semplice rialzarsi e spesso si cade nello sconforto, ma “bisogna sempre ricordare il perché hai cominciato” - Alex Bellini. Un grande imprenditore è proprio colui che sbaglia, cade ma trova sempre la forza ed il coraggio di rialzarsi più forte e consapevole di prima.

Spesso le sconfitte vengono percepite dalla nostra mente come qualcosa di negativo, come qualcosa di cui vergognarsi, ma in realtà sono proprio queste che ci rendono consapevoli di ciò che sappiamo fare e di ciò che vogliamo diventare.

Una parte fondamentale nella vita di un imprenditore è il confronto, dove l’interlocutore può essere una persona con cui condividere passioni e valori o un competitor. In entrambi i casi il risultato è l’apprendimento di qualcosa di nuovo, in quanto il dialogo costruttivo è sempre fonte di crescita professionale e personale. A ricordarci questa fase della vita di un imprenditore sono stati i tavoli da Ping Pong, non a caso situati proprio al centro della sala, che hanno rappresentato per tutti un momento di svago e gioco. Ma c’è di più!
Durante una partita di Ping pong siamo l’uno di fronte all’altro, ad armi pari e con la stessa porzione di campo a disposizione. Probabilmente uno dei due è più forte dell’altro, ma chi perde è senza dubbio colui che si porta a casa un enorme bagaglio di conoscenze ed esperienze.
Questo è lo stesso principio che dovrebbe guidare un dialogo costruttivo; bisogna condividere la propria conoscenza, in quanto:

“ Essere gelosi del proprio obiettivo è proprio quello che non riesce a fartelo raggiungere” – Alex Bellini

E dopo aver fatto tutto questo, come si può continuare a crescere e a sviluppare un’idea o un progetto di business?
Come ben sappiamo, il mondo cambia e cambia anche il modo di fare le cose. Ogni imprenditore deve riuscire a stare a passo con i tempi e cercare di reinventarsi ed innovare la propria azienda. Questo non è semplice se fatto da soli, bisogna sempre ragionare in ottica di team e per farlo bisogna essere dei “buoni ascoltatori” non solo all’interno dell’azienda ma anche al di fuori di essa:

“Non devi essere professionista nel lavoro, devi essere professionista nella vita” – Sergio Borra

Ritornando alla citazione iniziale che ci ha guidato per tutti i tre giorni del Marketers World 2019, possiamo dire che si può insegnare la nostalgia tramite il desiderio, creando una struttura di valore condiviso.

Il Marketers World è stato come un’onda in un mare in tempesta, ci ha colpito e stravolto, permettendoci di cambiare prospettiva su noi stessi e sul concetto di team.
Sicuramente ci porteremo sempre dietro tutto ciò che abbiamo appreso in questo percorso!

“Come si fa a decidere di cambiare? Tramite le emozioni che ci spingono ad agire. La maggior parte delle persone vive in bianco e nero, quando ti emozioni la tua vita diventa per un attimo a colori” – Luca Mazzucchelli.

Team Oikosmos al Marketers World 2019


L'articolo annuncia il crollo della Borsa di New York con sede a Wall Street

La crisi del 1929: dai Tre Porcellini ai Cookies

di Carmelo Falzone
Tempo di lettura: 3 minuti

Cos’è stata la crisi del 1929 e cosa ha portato con sé?

Tutti i libri di storia ne parlano ed è uno dei temi più battuti dagli economisti, ma cosa è davvero accaduto durante il fatidico 29 ottobre 1929 e quali sono state le conseguenze nella società dell’epoca?
Siamo nel pieno degli Anni Venti, chiamati “Ruggenti” poichè è proprio durante questi anni che avviene il consolidamento degli Stati Uniti come potenza mondiale e modello da seguire in diversi settori come quelli del cinema e della musica. Il benessere era un concetto tangibile, lo si poteva davvero toccare!

Adesso è lecito chiedersi come sia possibile accostare la parola “crisi” a questo tenore così smisuratamente alto. Il concetto è molto semplice: per chi ha soldi da investire è il momento di arricchirsi. Oltre 1 milione di americani investe i propri risparmi in borsa e nel giro di pochi anni questi aumentano del 400%.

Poi la mattina del 24 ottobre 1929 (giovedì nero) accadde l’impensabile: l’indice della borsa di New York registra un inaspettato ribasso; ben 5 giorni dopo, il 29 ottobre 1929 (martedì nero), accade il definitivo crollo della borsa valori.

L'articolo annuncia il crollo della Borsa di New York con sede a Wall Street
Fonte: studiarapido.it

Si assiste così alla nascita di ondate di panico dovute al fallimento delle imprese, crollo della produzione industriale e conseguente disoccupazione, che toccherà livelli altissimi e ben presto si diffonderà in tutto il mondo.

Tuttavia, perché soffermarci solo sui suoi aspetti negativi?
Possiamo invece evidenziare delle vere e proprie novità ed invenzioni nate durante questo periodo, forse per necessità di consolazione e distrazione, e che continuano a far parte della nostra vita quotidiana:

  • Siamo ormai abituati alle “zip”, anche chiamate “chiusure lampo”, ma in loro risiede una grande importanza, collegata alle esigenze del periodo: fornivano la possibilità di indossare alcuni abiti per quasi tutto l’anno grazie alla zip aperta o chiusa.
  • Nacquero i giochi da tavolo, come il Monopoly. In particolare, divenne una nuova mania il minigolf.
  • Tra le invenzioni più dolci, invece, i cookies ci mostrano come una mancanza o un errore possa invece diventare pregio. La chef Ruth si trovava senza cacao a causa della crisi. Pensò allora di spezzettare una tavoletta di cioccolata in piccoli frammenti, sperando che si sciogliessero. Il cioccolato non si sciolse, ma il "test" ebbe un successo inaspettato.
L'invenzione inaspettata: i cookies
Fonte: pillsbury.com
  • Una delle invenzioni che sta molto a cuore ad ognuno di noi è quella dei Tre Porcellini, un cortometraggio a lieto fine di soli 8 minuti lanciato da Walt Disney: a causa dei tempi duri che stava affrontando il paese in quel periodo, il pubblico individuò nel Lupo il simbolo della crisi. Gli statunitensi si sentivano rappresentati dai tre porcellini in quanto, così come loro con il Lupo, essi stavano combattendo contro la Grande Depressione. Il film ebbe un successo senza precedenti e la canzone “Who is afraid of the Big Bad Wolf” divenne un motto per la società americana.
Il cortometraggio di Walt Disney: i Tre Porcellini
Fonte: paperpedia.fandom.com

Ad oggi sono passati ben novant’anni, ed oltre a ricordare le tragedie causate era giusto ricordare anche le poche conseguenze positive. Perché si sa, così come avvenne con la crisi del '29, un qualsiasi momento negativo (nel suo complesso), porta quasi sempre a qualcosa di positivo nel suo piccolo.


La foto mostra i tre economisti che hanno vinto il Premio Nobel per l'Economia

PREMIO NOBEL PER L'ECONOMIA 2019

di Roberto Faraci
Tempo di lettura: 2 minuti

Oggi, lunedì 14 ottobre, a Stoccolma, è stato assegnato il premio Nobel per l’Economia a ben tre economisti, Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer, per l’approccio sperimentale nella lotta contro la povertà globale. I tre vincitori hanno diritto a 9 milioni di corone svedesi da dividersi tra loro.

I vincitori

L’indiano Abhijit Banerjee e la franco-americana Esther Duflo, marito e moglie, insegnano al Massachusetts Institute of Technology. L’americano Michael Kramer, invece, è docente ad Harvard. Stiamo parlando di tre “giovani” vincitori, in quanto tutti sotto i 60 anni. Ma il membro del trio che merita un occhio di riguardo è Esther Duflo. L’economista franco-americana non solo è la più giovane vincitrice di un premio Nobel per l’Economia, con i suoi 46 anni, ma è anche la seconda donna della storia a ricevere questo prestigioso riconoscimento. Proprio su questo tema ha deciso di soffermarsi la giovane economista: “Sono onorata. Questo premio è la dimostrazione che è possibile per una donna avere successo ed essere riconosciuta per i propri successi. Spero di poter essere un esempio per moltissime donne”.

La foto mostra i tre economisti che hanno vinto il premio nobel per l'economia
Fonte: repubblica.it

Lotta contro la povertà globale

Il Comitato per i Nobel, nell’annunciare i vincitori, ha sottolineato i grandi risultati ottenuti dalle ricerche dei tre giovani economisti, in grado di “migliorare enormemente la nostra capacità di lottare in concreto contro la povertà”. E ancora, è stato evidenziato “il grande contributo nell’introduzione di un nuovo approccio per ottenere risposte affidabili sui modi migliori per combattere la povertà globale”. Un ruolo chiave è stato giocato dai numerosi studi e ricerche sul campo. In particolare, Kramer ha dimostrato quanto possa essere efficace un approccio sperimentale, usando test sul campo per mettere alla prova una serie di interventi che avrebbero potuto migliorare i risultati scolastici nel Kenyaoccidentale". Gli studi di Banerjee e Duflo, molto simili a quelli di Kramer, in quanto spesso condotti in collaborazione, sono stati effettuati in altri paesi, tra cui l’India. In sostanza, grazie ad uno di questi studi, più di 5 milioni di ragazzi indiani hanno beneficiato di programmi scolastici di tutoraggio correttivo.


GIORNATA NAZIONALE DEL MERITO

di Anna Lo Coco
Tempo di lettura: 3 minuti

Martedì 8 ottobre si è tenuta la Terza Giornata Nazionale del Merito presso la sede del Centro Filologico Milanese ideata dal Forum della Meritocrazia in collaborazione con CFMT- Centro di Formazione Management del Terziario.
Durante la giornata si è parlato di come il merito sia importante, anzi fondamentale, sia per le strategie di business delle varie aziende sia nel mondo della formazione.

Ad aprire il convegno è M. Cristina Origlia, presidente di FdM, che ha fatto presente come il destino dell’Italia è da costruire tramite delle strategie economiche e politiche accompagnate dalla trasformazione culturale, che sicuramente aiuta il paese a ricostruire le proprie virtù civiche.

Dopo una breve introduzione prende la parola Silvia Pugi, consigliere CFMT e direttore CSR di Manageritalia che ribadisce il ruolo della meritocrazia come uno dei fattori chiave per il successo di un’azienda.
L’obiettivo di quest’ultima, infatti, è innovare e l’innovazione porta dietro di sè merito e competenza, senza queste due parole chiave l’azienda non può avere successo.
Viene poi affrontato il tema della “fuga dei cervelli” che potrebbe essere evitata creando delle opportunità che permettono ai giovani di rimanere in Italia. A tal proposito vengono esposti i progetti portati avanti, uno di questi è Big, un business game che crea un confronto tra studenti e managers per dar vita a nuove idee.

In seguito prende la parola Mario Vanni, Capo di Gabinetto del Sindaco nel Comune di Milano, che elogia Milano come una città che compete e che si preoccupa che nessuno rimanga indietro. Milano come una città che accetta il merito.

Subito dopo M.Cristina Origlia dà il via ad una conversazione tra Alessandra Perrazzella, vice direttrice di Banca Italia, ed Enrico Cerreda, AD IBM Italia, sul tema del merito come mindset per innovare.

Alessandra Pezzarella si concentra su ciò che manca in Italia rispetto all’estero: l’entusiasmo, ovvero “la scintilla che scatta dentro”.
Per ritrovare questo bisognerebbe mettere da parte gli interessi individualisti ed agire per il bene comune, cercando di allargare lo sguardo e di superare una serie di egoismi che ogni individuo si porta dentro.

Enrico Cerreda sottolinea invece l’importanza dei dati, che sono al centro di ogni decisione aziendale ma anche formativa.

Entrambi parlano di innovazione e trasformazione tecnologica. Nel mondo bancario iniziano ad entrare degli ingegneri per riuscire a controllare questa trasformazione e per cercare dei nuovi spunti ed innovare grazie ad essa. IBM, dal suo canto, sta puntando alla creazione di centri europei che facciano da interfaccia tra clienti e le nuove tecnologie.

“ L’avvento della tecnologia cambia il modo di vigilare” – Alessandra Perrazzella

Inoltre Cereda afferma che bisognerebbe avere una maggiore consapevolezza delle competenze che gli italiani hanno rispetto al resto del mondo, perché possono fare la differenza.

“Dobbiamo avere la consapevolezza delle nostre capacità che sono uniche” – Enrico Cereda

Alessandra Perrazzelli apre il tema dell’inclusione affermando che il merito va di pari passo con essa.

“L’inclusione porta ricchezza all’azienda, perché la diversità porta ricchezza alle nostre aziende” – Enrico Cereda

A tal proposito IBM negli USA è riuscito a formare tantissimi ragazzi che non avevano la possibilità di iscriversi all’università, dandogli l'opportunità di inserirsi all’interno di aziende.

La parola passa a Mattia Adani, consigliere FdM, che tramite la misurazione di determinati indicatori, come il meritometro, e confrontandola con gli altri paesi europei, ha dimostrato come l’Italia debba ancora lavorare per diminuire la disuguaglianza e concentrarsi sul merito.
Sicuramente la meritocrazia è sempre più urgente ed è una battaglia di lungo termine.

Luca Peyrano, CEO di Elite, ha parlato di come la cultura imprenditoriale italiana sia forte ma non sempre aperta al cambiamento per questo si sta pensando di fare degli investimenti sugli imprenditori facendoli avvicinare sempre di più alla meritocrazia, mettendo a loro disposizione capacità e competenze che li aiutino a crescere.

“Meritocrazia è saper fallire per poi sapersi riprendere” – Roberta Guaineri
(Assessore al Turismo, Sport e Qualità della vita comune di Milano)

Si conclude con la squadra del forum della meritocrazia che ribadisce l’importanza della società civile per avere un impatto positivo, perché “più siamo, più contiamo!”.

 


RETAIL DESIGN 2019: LE DIMENSIONI FISICHE NELL'ERA DIGITALE

di Marta Candito

Tempo di lettura: 4 minuti

Il 13 giugno 2019 si è svolto, presso il Campus dell’Università degli studi di Parma, il workshop: “Retail Design: Le dimensioni fisiche nell’era digitale” a cura del RetaiLab, laboratorio di ricerca sulla distribuzione interno all’università.

Come ogni anno, il team Oikosmos ha partecipato attivamente all’evento curandone alcuni aspetti organizzativi.

Una giornata ricca di spunti di riflessione sull’importanza della fisicità in un contesto come quello odierno, dove digitalizzazione è la parola d’ordine.

Layout, attrezzature, display, packaging continuano ad essere elementi preziosi su cui l’impresa deve lavorare per riuscire ad instaurare una relazione di fiducia e fedeltà con il consumatore.

Durante il workshop, moderato da Luigi Rubinelli, direttore di RetailWatch, i docenti del RetaiLab hanno avuto l’occasione di esporre i risultati delle proprie ricerche nonché di confrontarsi con imprese e professionisti.

Dopo un breve "Welcome Coffee", Gaetano Aiello, presidente dell’Accademia Nazionale di Economia Aziendale, ha aperto il convegno soffermando la propria attenzione sul  fenomeno dei prodotti cosiddetti italian sounding e sull’importanza del “made in”. A seguire, la professoressa Cristina Ziliani ed il professore Davide Pellegrini hanno illustrato i punti salienti del corso di laurea di Trade and Consumer Marketing e del lavoro che quotidianamente viene svolto all’interno del laboratorio del RetaiLab.

A prendere la parola è stato poi Sigurdur Thorsteinsson, partner di Design Group Italia, il quale ha cercato di fare luce sul ruolo che la tecnologia gioca nel processo d’innovazione.

“La tecnologia è un elemento che aiuta e facilita il cambiamento ma non si può pensare che sia la base dello stesso” spiega Thorsteinsson durante il suo intervento. E’ importante infatti non dimenticare che a scegliere sono i consumatori e che gli stessi si orientano verso scelte emotive e irrazionali alle quali poi cercano di aggiungere un velo di razionalità. In un contesto come quello odierno lo sviluppo della tecnologia contribuisce a rafforzare il fattore umano e, quindi, la risposta per le imprese sembra essere solo una: il Design Thinking.

Il convegno è proseguito poi con la presentazione della ricerca svolta dalle professoresse Tania Vergura e Beatrice Luceri sull’impatto che il packaging esercita sulle scelte del consumatore.

Tra le componenti del pack, il materiale è sicuramente quello che più incide sulla valutazione del prodotto. Il consumatore è, infatti, abituato ad associare determinati nessi al materiale.

Focalizzando l’attenzione sui principali materiali utilizzati in sei diverse categorie di alimenti e sull’importanza associata da parte dei consumatori al fattore della sostenibilità ambientale, i risultati della ricerca dimostrano che molto spesso le risposte emotive non sono sempre perfettamente allineate con le risposte cognitive. Questo implica che l’impresa debba conoscere entrambe le risposte e assumere le decisioni sulla base delle stesse. Saper emozionare e il rispetto per l’ambiente diventano così le due chiavi per un packaging di successo.

L’importanza del packaging, quale driver di scelta, è stata poi ripresa nella seconda parte dell’evento, dove l’attenzione si è spostata sul mondo dei freschi e dell’ortofrutta.

A riguardo, dall’intervento del professore Guido Cristini e della professoressa Silvia Bellini è emerso che la presenza di informazioni sui prodotti, quali ad esempio il grado di maturità degli stessi, aiuti il consumatore ad effettuare una scelta più consapevole. Questo contribuisce ad evitare che il consumatore si disorienti e rinunci all’acquisto.

Il compito dell’impresa diventa pertanto, riuscire a rispondere attraverso il packaging alle due esigenze del consumatore: minimizzare il tempo dedicato alla scelta del prodotto e raccogliere informazioni dettagliate sullo stesso. Secondo la professoressa Silvia Bellini questa duplice anima del consumatore può essere soddisfatta dallo “smartpack”.

Nella parte finale del convegno, la sostenibilità ambientale ha assunto un ruolo centrale. Packaging e sostenibilità, al giorno d’oggi non possono essere due aspetti scollegati. In un contesto dove il consumatore mostra una sempre più accentuata sensibilità per l’ambiente è imprescindibile per le imprese pensare di sottovalutare in fase di progettazione del packaging aspetti quali la tipologia di materiale, la quantità e le modalità di smaltimento dello stesso.

A tal proposito interessante è evidenziare l’attenzione che Coop Italia ha da 10 anni riservato all’ambiente e con la sua campagna Coop for Kyoto, il cui successo è confermato dal crescente numero di aziende coinvolte, da 30 a 400.

Infine a prendere la parola è il professore Edoardo Sabbadin, il quale attraverso un breve e divertente gioco ha cercato di fare il punto della situazione e colto i temi che si presume saranno il centro d’interesse dei prossimi anni.


VINITALY 2019

di Anna Lo Coco
tempo di lettura: 4 minuti

Vinitaly nasce nel 1967 ed è il Salone Internazionale del vino e dei distillati più grande al mondo. Si svolge ogni anno a Verona ed è rivolto agli appassionati e agli operatori specializzati.
Vinitaly 2019 si svolgerà dal 7 al 10 aprile ed accoglierà più di 4000 espositori provenienti da tutta Italia e da paesi esteri. Ci saranno degli spazi dedicati esclusivamente alla degustazione di vini bianchi, rossi e di spumanti, in cui verranno presentate anche produzioni internazionali. Inoltre, ci sarà un corso dedicato ai vini biologici certificati.
Possiamo dunque affermare che Vinitaly rappresenta la vetrina del vino italiano, poiché le aziende comunicano, sia all’interno sia all’esterno, i propri valori e le proprie scelte proponendo le novità.
In occasione di questo evento abbiamo pensato di approfondire il tutto con David RamirezMarketing Specialist di Gruppo Food.

Cosa significa partecipare al Vinitaly?

“Partecipare a Vinitaly, per chi lavora nel settore, è un modo per confrontarsi con una platea internazionale sui temi della filiera e del business enologico, ed è quindi un appuntamento imprescindibile, non solo per le aziende produttrici che hanno così l’occasione di promuoversi, ma per tutti gli operatori che desiderano restare aggiornati sui temi di attualità, i trend dei diversi mercati e dei diversi canali, nonché per partecipare a percorsi di formazione” afferma David Ramirez, che continua “Vinitaly ha saputo creare attorno al business del vino made in Italy un vero e proprio portafoglio di eventi ed enti che, ruotando attorno ai diversi aspetti che caratterizzano il settore, ne hanno sancito il successo e l’internazionalizzazione”.

(Fonte: https://winenews.it/it/vinitaly-sempre-piu-digital-nel-mondo-e-a-verona-degustazioni-ed-eventi-in-fiera-ed-in-citta_387220/2/)

Quali sono le tecniche per far capire il valore/qualità di un determinato vino rispetto ad un altro?

“Il vino è un bene estremamente complesso, e per il consumatore medio (non appassionato) questo si traduce in una problematicità al momento dell’acquisto. Basti pensare al fatto che oggi in Italia sono presenti oltre 500 denominazioni differenti tra DOP e IGP, ognuno con le proprie caratteristiche e i suoi disciplinari di produzione da seguire. Farsi strada tra questa varietà di scelta così ampia è un compito cognitivamente impossibile e si va incontro a quello che in marketing è definito “information overload”. Finisce spesso che in punto vendita, se non intervengono appigli emotivi o neurali (anche in mondo enologico si comincia finalmente a parlare di neuromarketing) alle denominazioni o più spesso alle etichette, è quasi ovvio che il prezzo diventa driver di scelta, puntando a certe fasce in relazione all’occasione di consumo.
Non è certo sbagliato questo approccio, ma non tiene conto e non dà merito al reale valore intrinseco del vino - che può non avere a che fare con il prezzo.
Ad oggi internet e le molte app aiutano a mitigare questi gap informativi, tuttavia si tratta sempre di azioni attivate dal cliente stesso, mentre manca spesso una logica push da parte di aziende e rivenditori. Nei punti vendita specializzati (come nelle enoteche) questo problema viene risolto dagli addetti, ma non sempre è così (basti pensare alla GDO).
Si tratta perciò essenzialmente di un gap informativo e di comunicazione, e le possibilità per diminuirlo non mancano, ma ci vuole impegno lungo la filiera e, non ultimo, da parte del Trade” – David Ramirez, Marketing Specialist di Gruppo Food

Qual è la differenza tra pubblicizzare un vino piuttosto che un altro prodotto?

“Innanzitutto, credo che sia importante, anche in questo caso, fare una differenza tra comunicazione e pubblicità. Per fare un’analogia, forse un po’ azzardata (non me ne vogliano i produttori che mi leggono) ma che aiuta a inquadrare il punto, si potrebbe confrontare a livello di marketing il settore del vino con quello delle automobili. Di automobili ci sono le categorie in base a specifiche caratteristiche strutturali, ci sono i brand, ci sono scale prezzo molto ampie e ogni fascia con le proprie differenze interne; allo stesso modo nel vino si possono ritrovare attributi concettualmente simili, ma a mio parere con una dimensione di complessità maggiore (denominazioni, metodi di produzione, origine, certificazioni, regioni, consorzi, anno e invecchiamento, temperature di servizio, bicchieri adatti, abbinamenti, etc.), certo a fronte di valori monetari unitari molto minori (fattore che si rapporta comunque al diverso orizzonte temporale di “utilizzo del bene”).
Con qualche veloce confronto è possibile verificare come i frame psicologici con i quali vengono pubblicizzate queste due diverse categorie siano simili: chi utilizza valori emotivi (libertà, spensieratezza, divertimento, “coolness”), chi origini (autenticità, appartenenza al territorio, valore dell’origine), chi dimensioni cognitive (utilità, semplicità, comodità).
La pubblicità del vino deve quindi cercare di essere sempre più ancorata alle dimensioni più vicine a quelle dell’azienda e del vino in questione, studiata in base al target di riferimento, tenendo presente che oggi i messaggi indifferenziati e generici sono controproducenti e mostrare delle generiche vigne nei formati adv espone al rischio di essere ignorati.
Consideriamo anche che la pubblicità oggi per essere efficace deve essere sempre più multi-canale. La comunicazione invece è un altro paio di maniche”. – David Ramirez, Marketing Specialist di Gruppo Food

Vino e comunicazione

“Cerco di differenziare la comunicazione dall’adv perché mai come nel settore vitivinicolo il valore del vino deve essere comunicato, nel senso che deve essere trasmessa la conoscenza relativa alla specifica bottiglia all’interlocutore, ed è oggi sempre più difficile farlo con metodi broadcast perché le persone cercano sempre più la personalizzazione (trend conosciuto e ormai trasversale).
La figura del Sommelier al ristorante nasce proprio per portare la conoscenza del produttore sul proprio prodotto fino all’ultimo miglio, al consumatore, facendo quindi da ponte vivente, e consigliando quest’ultimo sui migliori abbinamenti e sulla storia che ogni etichetta porta con sé: storie spesso di famiglie, generazioni, passioni e terre vitate.
I vini italiani sono apprezzati in tutto il mondo proprio per queste storie, autentiche narrazioni che arricchiscono il valore del liquido versato nei bicchieri.
Tutti gli ultimi report e ricerche parlano di consumi che si spostano verso i segmenti premium, dove regna la qualità: è compito di ogni rivenditore, e non più quindi solo dei sommelier al ristorante, accompagnare questo spostamento dei consumi con proposte comunicative adeguate a supportare i clienti.”
E nell’ambito della GDO? David Ramirez conclude:
“Qualcosa si sta facendo anche in GDO, ma è ancora troppo poco.
Banalmente, ne gioverebbe l’intera filiera a partire da valori più alti e margini commerciali migliori - e potenzialmente anche l’ecosistema, considerando lavorazioni agricole e produzioni mirate a qualità migliori”.