Antenna 5G su cielo azzurro e nuvoloso

COVID-19 e 5G: cosa succede?

L’emergenza sanitaria a livello mondiale continua, anche se il lockdown di intere nazioni e continenti sta iniziando a dare, lentamente e con grande sacrificio, i suoi frutti. La riduzione dei contagi da Covid-19 è però ancora troppo bassa per poter dire di essere rientrati dal clima di paura che ci circonda ormai da mesi. Ciò che tuttavia siamo ben distanti dallo sconfiggere è, purtroppo, il divagarsi di un fenomeno ancor più virale del Coronavirus: le fake news. Questo accade principalmente perché, in un periodo storico incerto come quello che stiamo vivendo, si è alla continua ricerca di risposte immediate a quesiti complessi che hanno necessariamente bisogno di studi ed analisi che si protraggono nel tempo. L’ansia da conoscenza immediata, unita alla paura di correre rischi alla salute, porta spesso a trarre conclusioni prive di corrette basi scientifiche che le comprovino.

Medico tiene tra le mani un planisfero in scala coperto a metà da una mascherina per descrivere la situazione mondiale a seguito dell'epidemia da Covid-19
Fonte: Ansa

È esattamente ciò che sta accadendo in questi giorni con il vasto tema del 5G. Si passa da complotti segreti orchestrati da alcuni stati per ragioni sconosciute, all’aumento dei casi di tumore derivanti da esposizioni ad onde elettromagnetiche delle antenne di nuova generazione, fino ad arrivare ad affermare una correlazione tra il diffondersi del Covid-19 proprio a causa dal 5G. Questi dunque tra i motivi alla base dell’escalation di rabbia e violenza che ha portato alcuni individui a dare letteralmente fuoco a ripetitori di onde in Olanda, Gran Bretagna, Irlanda e Nuova Zelanda. Gli sforzi della comunità scientifica volti ad affermare l’estraneità tra i due fenomeni sembrano non avere effetto sui cosiddetti dimostratori anti-5G, sparsi per il globo. Lo afferma anche il Ministero della Salute italiano, nell’apposita pagina web dedicata al contrasto delle bufale su internet:

“Non ci sono evidenze scientifiche che indichino una correlazione tra epidemia da nuovo coronavirus e rete 5G. Ad oggi, e dopo molte ricerche effettuate, nessun effetto negativo sulla salute è stato collegato in modo causale all'esposizione alle tecnologie wireless.” 

Estremità superiore di un'antenna per la trasmissione di segnale 5G circondata da cielo azzurro e nuvole bianche e grigie
Fonte: Dr Commodore

Facebook, il social network più utilizzato per la diffusione di notizie false, proprio per il l’immenso numero di utenti che giornalmente vi navigano, corre però ai ripari. A seguito di forti critiche da parte di attivisti e politici, ha prontamente deciso di chiudere una delle maggiori pagine britanniche, dall’evocativo nome “Stop5GUK”, che, con decine di migliaia di utenti attivi, diffondeva informazioni false. In seguito, il social di Zuckerberg ha dichiarato che, d’ora in poi, adotterà politiche più aggressive contro i gruppi che diffondono teorie cospirazioniste.

Mark Zuckerberg, Ceo e founder di Facebook con microfono in mano ad una conferenza
Fonte: InTime

Anche YouTube ha deciso di prendere una posizione forte in merito alla questione dei legami tra la diffusione del Covid-19 e le reti 5G. La piattaforma per la condivisione di video più grande al mondo ha, infatti, annunciato di voler ridurre la visibilità dei “video raccomandati” che parlano di tali teorie agli utenti e, nei casi più evidenti, in cui tali video violeranno esplicitamente le linee guida legate ad una corretta informazione sul tema, procederà con la rimozione.

Logo di Youtube nero, rosso e bianco con sullo sfondo alcuni schermi di computer sfocati
Fonte: Tecno Android

Due sono in particolare le notizie false più rilevanti che circolano sui social media:

  • i batteri sono in grado di trasmettersi attraverso le onde elettromagnetiche;
  • il 5G indebolisce il sistema immunitario umano accrescendo la letalità del Covid-19.

La prima notizia falsa poggia su uno studio congiunto realmente condotto nel 2011 tra la Northeastern University di Boston e l’Università di Perugia secondo il quale le onde elettromagnetiche incidono su specifiche reazioni chimiche dei batteri e non sulla proliferazione delle rispettive colonie, come falsamente riportato.  Inoltre, è fondamentale sapere che il Covid-19 non è un batterio, ma bensì un virus e di conseguenza, nonostante esistano alcuni virus respiratori, la sua resistenza fuori dall’organismo è decisamente bassa. Al contrario, i batteri sono in grado di riprodursi nell’ambiente esterno, su qualunque superficie.

Sulla seconda fake news, ci sono diversi studi che confermano come il livello delle onde radio 5G sia basso nella scala di frequenza dello spettro elettromagnetico. Una delle indagini più significative in questo ambito è quella del professore di microbiologia cellulare Simon Clarke, dell’University of Reading (estensione dell'Università di Oxford nel Berkshire), il quale afferma, in sintesi, che a differenza dei raggi UV e dei raggi X con frequenze decisamente più elevate, le onde radio del 5G, non sono abbastanza potenti da danneggiare le cellule.

Tastiera da computer con tasti bianchi in cui sono stati disegnate delle lettere in rosso per formare la scritta fake news
Fonte: Secolo d'Italia

Di fronte alla crisi sanitaria più spaventosa che l’epoca moderna abbia mai affrontato, è auspicabile che scorrendo le notizie su internet si abbia la coscienza di essere razionali, di non credere a tutto ciò che si legge, a non condividere false informazioni e quindi di riuscire a scindere il reale dal surreale, nonostante l’incalzante paura di mettere a rischio la propria salute. Le conseguenze dei roghi alle torrette 5G avvenuti nel corso di questa settimana, sono state di mettere a repentaglio un’infrastruttura digitale affidabile ed al momento essenziale per il mantenimento di collegamenti e comunicazioni stabili, soprattutto tra strutture ospedaliere, centri di ricerca e case di cura, e tutto ciò è inaccettabile.


Riconversione produttiva causa Covid-19

Articolo di Erica Lo Verso
Tempo di lettura: 3 minuti

La pandemia legata al Covid-19 ha messo a dura prova l’intera umanità e le istituzioni sanitarie, che per continuare a proteggerci hanno bisogno della nostra collaborazione. A tal proposito, fortunatamente non sono mancate azioni di solidarietà, né da parte dei cittadini (le donazioni raccolte sono state fondamentali per la realizzazione di nuovi reparti di terapia intensiva) né tanto meno da parte delle imprese, che si sono prontamente mosse per la fornitura del materiale necessario per contenere quanto più possibile i rischi legati alla diffusione del virus.

Tra i contributi più recenti, vi è quello di Apple: dopo essere riuscita finora a distribuire in tutto il mondo oltre 20 milioni di mascherine, l’amministratore delegato Tim Cook ha annunciato il 5 aprile, attraverso un video-messaggio sul proprio profilo Twitter, che l’azienda produrrà un milione di schermi facciali protettivi a settimana per gli operatori sanitari degli Stati Uniti (inclusa questa appena conclusa). Nel video, il CEO spiega che ogni confezione contiene cento scudi facciali che possono essere assemblati in meno di due minuti e sono pienamente regolabili. La prima consegna è stata inviata a una serie di ospedali nella Santa Clara Valley la settimana precedente riscontrando feedback molto positivi da parte dei medici. Attualmente tali protezioni sono destinate agli Stati Uniti ma l’obiettivo è di estendere la distribuzione anche in altri Paesi.

Per Apple – conclude Cook – questo è un lavoro di amore e gratitudine e continueremo a condividere più dei nostri sforzi col tempo”.

Non solo Apple ma tantissime fabbriche e aziende del mondo, grandi e piccole, di ogni settore industriale, si sono impegnate per affrontare l’emergenza del nuovo Coronavirus, riconvertendo momentaneamente il loro core business per la produzione di dispositivi protettivi per prevenire il contagio da Coronavirus.

Nel nostro Paese, anche grazie agli incentivi forniti dal Governo con il Decreto “Cura Italia”, in relazione alle agevolazioni per le imprese che producono dispositivi di protezione individuale e medicali, le associazioni di settore si sono mobilitate in questa direzione: il 23 marzo, Confindustria Moda ha lanciato una campagna per raccogliere le candidature delle aziende del tessile-moda per riconvertire la produzione in quella di mascherine. Le aziende interessate sono tenute a presentare un’autocertificazione attestando i requisiti richiesti per avviare la produzione.

Molte aziende, soprattutto nel settore manifatturiero e tessile, hanno iniziato a muoversi per questa riconversione industriale. Il Commissario Domenico Arcuri ha annunciato che “180 aziende delle Camere della moda si sono messe insieme ed hanno creato due filiere per produrre due milioni al giorno di mascherine”. Tra queste vi sono grandi nomi come Fendi, Armani, Gucci, Ferragamo, Celine, Valentino e Prada (alcuni dei quali hanno prodotto anche migliaia di camici) ma contributi rilevanti arrivano anche dal fast fashion (H&M, Zara), oltre che da piccole aziende come Modaimpresa, impegnata nella produzione di 10 mila mascherine protettive con filtro al giorno.

Contestualmente, l’azienda cosmetica Davines, il gruppo LVHM e la partnership Bulgari-ICR  hanno permesso la distribuzione di grandi quantità di gel disinfettante per le mani, il quale viene fornito anche dai produttori di bevande alcoliche come Bacardi e Assodistil.

Per quanto riguarda i ventilatori polmonari, gli ingegneri di Fca e Ferrari collaborano con la Siare Engineering - l’unica azienda italiana produttrice di respiratori necessari per i pazienti nelle terapie intensive e commissionata dal Governo per la produzione di 500 ventilatori al mese per quattro mesi - per aiutarli a raddoppiare la produttività.

Fonte: Eurosport

Un ulteriore contributo da parte di Ferrari nella lotta al Covid-19 riguarda il progetto “Back on Track”, realizzato con la collaborazione di un pool di virologi ed esperti e patrocinato dalla Regione Emilia Romagna, con l’obiettivo di mettere a disposizione della comunità le pratiche più avanzate per la difesa della salute dei lavoratori al riavvio dell’attività produttiva. Infatti, attraverso esami e un’App apposita, l’azienda cerca di monitorare lo stato di salute dei suoi collaboratori e disporre di tutte le misure necessarie per il trattamento del paziente in caso di positività. Il progetto prevede questo e tanto altro che fa sì che “Ferrari si prende cura della risorsa più preziosa, le proprie persone, facilitando un ritorno alla vita lavorativa il più possibile sicuro e sereno” (come riporta una nota aziendale).

Tutti i casi citati (e tanti altri ancora) sono accomunati dal fatto che le aziende, in questo momento di difficoltà, stanno adattando il proprio business per far fronte a questa “straordinaria” emergenza sanitaria, per tutelare la salute dei cittadini, che oggi più che mai è l’obiettivo primario da raggiungere.


Birra Corona Extra con limone

Brand Equity: il caso Corona Extra

di Simona Galioto
Tempo di lettura: 2 minuti

I social media sono un posto meraviglioso. Anche durante un periodo grigio, come quello che stiamo vivendo adesso, caratterizzato dalla diffusione del coronavirus, si riesce a sdrammatizzare attraverso contenuti ironici e divertenti. Tra questi non potevano mancare di certo i meme, contenuti virali per eccellenza nel mondo digital, e le associazioni stravaganti che hanno coinvolto il virus; quelli di maggiore successo riguardano la birra Corona e il Covid19.

Birra Corona con il Coronavirus e altre birre con la mascherina
Fonte: wired.it

Nonostante fosse solamente un modo della Rete per ironizzare sulla realtà, tutto ciò ha avuto delle ricadute sul marchio della nota birra, con tanto di perdite economiche per l’azienda e un calo sulla borsa di New York

Birra Corona su una spiagge. Meme durante il Coronavirus
Fonte: cdt.ch

Il motivo? Semplicemente l’assonanza del nome.

Il Coronavirus è stato battezzato così in virtù della sua struttura osservabile al microscopio. La birra Corona, invece, dovrebbe il suo nome alla decorazione della torre principale della chiesa di Nostra Signora di Guadalupe di Puerto Vallarta in Messico.

Ma tralasciando l’assonanza del nome, è ovviamente chiaro a tutti che non vi possa essere alcuna connessione tra la birra e il Covid-19. Eppure la Constellation Brands Inc (compagnia indipendente da ABinBev, per quanto riguarda il mercato americano) ha perso l’8% alla borsa di New York. Secondo un sondaggio di YouGov, la percezione dei consumatori, soprattutto statunitensi, nei confronti della bevanda è nettamente peggiorata dall’inizio di quest’anno: Il 38% degli intervistati non comprerebbe birra Corona e il 14% del campione non la ordinerebbe in pubblico. Il dato più sorprendente, però, è che il 16% degli intervistati avrebbe dichiarato di non essere sicuro che non vi sia una qualche relazione tra la birra Corona ed il Coronavirus.

Molte sono state le ricerche su Google che avevano come keywords "Coronavirus birra corona" o "Virus birra corona", l'azienda si è dunque ritrovata a dover smentire il legame tra la birra Corona e il Coronavirus.

Com’è possibile che la sola assonanza del nome abbia avuto tanto effetto sul fatturato di un brand?

I modelli di analisi del valore economico della marca, o brand equity, sono stati introdotti nella letteratura accademica da Keller e Aaker.

Secondo Keller il fattore strategico fondamentale da prendere in considerazione per lo sviluppo del valore della marca è rappresentato dalla conoscenza che i consumatori hanno del brand (brand knowledge).  Questa si fonda su due dimensioni: 

  • La consapevolezza di marca (brand awareness), che esprime la capacità della marca di essere riconosciuta e richiamata alla memoria dal consumatore, 
  • L’immagine di marca (brand image), che sintetizza le percezioni sulla marca presenti nella memoria dei consumatori e che si riflettono in associazioni di varia natura alla marca stessa.

Il modello di Keller, definito Customer Based Brand Equity, prende in considerazione il punto di vista della domanda. La forza di un marchio dipende dai clienti, il potere dello stesso risiede nella mente dei consumatori e da quello che hanno appreso su di esso. La forza di un brand dipende dal suo posizionamento competitivo e da come questo è stato costruito nel tempo.

La Corona Extra è tra le birre d’importazione più vendute negli Stati Uniti insieme a Guinness e Heineken. Ciò vuol dire che il posizionamento di questo prodotto nella mente dei consumatori è ben radicato. 

E’ evidente che la birra messicana negli anni ha operato molto bene la propria strategia di brand management, tanto che i consumatori hanno costruito un’associazione mentale con il coronvarius, assolutamente poco veritiera, solo per effetto dell’assonanza del nome. 

Birra Corona, sale e limone
Fonte: navasdistribuzione.it

Nella mente dei consumatori, americani per lo più, in riferimento al settore delle birre, la Corona Extra occupa il gradino più alto, definito top of mind. Qual è il rovescio della medaglia? 

In questo caso la diffusione del coronavirus, che contiene all’interno del suo nome la parola “corona”, e il forte posizionamento del noto brand nella mente dei consumatori, ha creato quasi inconsciamente un’associazione tra i due, che si è trasformata nella diffusione virale di meme e contenuti ironici.

Tutto questo ci fa riflettere sul fatto che anche i fattori esterni devono essere presi in considerazione dai brand, dato che possono avere sia degli effetti positivi sia, come in questo caso, conseguenze e ripercussioni negative . 

Probabilmente tra qualche mese ci ritroveremo al bar o al parco con gli amici a sorseggiare proprio una birra Corona.

#TuttoAndràBene 

 

 

 


Pinterest lancia nuovi modi di fare shopping

Il successo di Pinterest: un social in ascesa

Di Antonino Ferro

Tempo di lettura: 3 minuti

Nell’ultimo periodo si è evidenziata in modo sempre più consistente l’importanza dei contenuti visuali nel processo di attrazione, coinvolgimento e conversione di nuovi contatti. Il visual content marketing è il trend del momento. Facebook, Instagram, Snapchat e Pinterest inseriscono costantemente nuove funzionalità per permettere una migliore fruizione di questo tipo di contenuti. Le persone adorano i contenuti visuali. Per questo motivo le performance dei contenuti testuali sono di molto inferiori rispetto a quelle dei contenuti visuali. Questi ultimi hanno maggiori probabilità di condivisione.

Logo Pinterest
Fonte: Pinterest.com

Pinterest, appunto è un social network basato sulla condivisione di fotografie, video e immagini. Il nome deriva dall'unione delle parole inglesi pin (spillo, puntina) e interest (interesse). Pinterest permette agli utenti di creare bacheche in cui catalogare le immagini presenti nei siti web in base a temi predefiniti oppure da loro scelti.

La notizia principale è che Pinterest nell’ultimo periodo ha superato Snapchat e si aggiudica il terzo posto dietro Instagram e Facebook. Soprattutto grazie ai nuovi aggiornamenti, il social si è conquistato un posto sempre più appetibile per brand ed inserzionisti. Il sorpasso è stato letto dagli investitori come un chiaro segnale del declino della piattaforma dei messaggini fantasma a favore della piattaforma orientata sulle immagini. Il titolo di Pinterest è balzato del 13% alla pubblicazione del report di eMarketer e continua a guadagnare oggi più del 9%. Secondo l’ultimo rapporto di eMarketer, Pinterest avrebbe superato Snapchat continuando a crescere anche nel mercato italiano. Snapchat nonostante i continui sforzi tecnologici ha iniziato a perdere il suo appeal soprattutto nei confronti degli utenti più giovani. Il numero degli utenti di Pinterest è salito a 82,4 milioni nel 2019, in aumento del 9,1% rispetto all’anno precedente, battendo gli 80,2 milioni di Snapchat con un aumento del 5,9%, secondo le stime del rapporto.

Differenze tra Pinterest e Snapchat a livello di fatturato e crescita negli ultimi anni
Fonte: www.emarketer.com

Le stime di eMarketer per Pinterest e Snapchat si riferiscono a utenti di ogni età che usano il servizio una volta al mese. Nel caso di Pinterest, si considerano gli utenti di Internet che accedono al loro account da qualunque dispositivo; per Snapchat si considera chi accede dalla app mobile.

Nel 2019, Snapchat aveva un lieve vantaggio, per un totale di 80,2 milioni di utilizzatori stimati da eMarketer. Ciò non ha evitato il sorpasso di Pinterest, con 82,4 milioni di utenti stimati l’anno scorso (+9,1%) e 86 milioni previsti per il 2021 (+4%), a coronamento di un periodo positivo per il brand. Anche per Snapchat eMarketer prevede una crescita degli utenti nel 2020, a 83,1 milioni. Ma il gap tra le due piattaforme, dicono gli analisti, continuerà ad allargarsi. Snapchat, dunque, non è in caduta libera, ma la sua debolezza è costituita dal fatto che non riesce ad allargare i suoi spazi e soffre la concorrenza dei servizi alternativi. Uno dei motivi, è che Pinterest è riuscita ad attrarre pubblico tra tutte le fasce di età, mentre l’audience di Snapchat si concentra nella fascia dei più giovani, tra i 18 e i 34 anni. Gli utenti di Pinterest rappresenteranno il 41,1% di tutti gli utenti Usa di social media, mentre Snapchat accentrerà il 39,7%. Percentuali ancora rilevanti ma mentre i numeri di Snapchat non si sposteranno nel corso del 2021, Pinterest accrescerà lievemente il suo share. Secondo Pinterest le ricerche di video ispirazionali sono aumentate del 31% all’interno della piattaforma e sempre più brand puntano sui video come mezzo di intrattenimento, comunicazione e pubblicità. Secondo una stima fornita da CNBC lo scorso dicembre, TikTok è arrivata a circa 625 milioni di utenti su base globale, anche se non sono ancora del tutto chiari i numeri dell’app. La grande forza di Pinterest degli ultimi anni è stata quella di posizionarsi come il più grande e performante social network di ricerca visiva.

Mentre Facebook si trasforma in un’infrastruttura sempre più sociale moltiplicando a dismisura le sue funzioni, YouTube diventa una vera piattaforma di streaming, Pinterest continua a essere coerente con lo scopo per cui era nato, ovvero consentire agli utenti di avere una potentissima piattaforma di ricerca visiva, fenomenale soprattutto nei settori moda, design, food e make-up.

Panoramica applicazione Pinterest e le varie funzionalità
Fonte: Studiosamo.it

Ricerca visiva e shopping rappresentano una combinazione sempre più vincente. Tra gli aggiornamenti più importanti dello scorso anno vi è sicuramente l’aggiornamento e il potenziamento di Pinterest Lens. Un nuovo design per rendere ancora più semplice scattare foto nel mondo reale e caricarle nei propri board, oltre alla possibilità di trovare oggetti di design o di moda sbirciati qua e là in negozi o camminando per strada, che Pinterest Lens è in grado di riconoscere e di trovare qualcosa di simile. Dopo questo aggiornamento quando utilizziamo il tool all’interno di un Pin sulla moda o sull’arredamento di interni per scoprire un prodotto specifico, vediamo comparire dei Pin prodotto acquistabili, ovvero dei Pin con il prezzo attuale del prodotto e un link diretto alla procedura di pagamento finale sul sito del rivenditore.

Un altro strumento si chiama Pinterest Shop diretto all’e-commerce. Un tentativo da parte dell’azienda di trovare una strada sostenibile alla profittabilità. Il titolo dell’azienda ha infatti perso quota dopo che lo scorso trimestre ha mancato gli obiettivi di fatturato. Tuttavia, Pinterest è convinta di poter ridurre le perdite, stimate tra i 10 e i 30 milioni di dollari nel 2019, rispetto a quanto previsto in precedenza, cioè perdite comprese in un intervallo tra i 25 e i 50 milioni di dollari. Secondo Piper Jaffray attualmente il leader in questo settore è Instagram che riesce a raggiungere un pubblico di potenziali clienti più giovani. Le ricerche di video ispirazionali sono aumentate del 31% all’interno della piattaforma e sempre più brand puntano sui video come mezzo di intrattenimento, comunicazione e pubblicità. Per questo l’azienda ha deciso di supportare le aziende per soddisfare questa domanda introducendo nuove funzionalità video che includono:

-Un video tab che permette alle aziende di presentare tutti i propri video in un unico luogo;

-Un aggiornamento dell’uploader che permette di caricare i video direttamente su Pinterest;

-Lifetime analytics con informazioni dei video e statistiche nel tempo;

-Pianificazione dei pin per programmare in anticipo la pubblicazione dei video;

Altro aggiornamento molto interessante per i brand è stato nel 2019 con l’introduzione dei cataloghi. Grazie a questo strumento le aziende hanno l’opportunità di caricare su Pinterest il loro catalogo completo trasformando automaticamente i loro prodotti in Pin prodotto acquistabili.

L’ultima novità, in arrivo in Italia è Pinterest Trends, uno strumento che consente ai brand di comprendere meglio l’andamento dei contenuti su Pinterest, dando statistiche negli ultimi 12 mesi dei termini più cercati. Uno strumento in prospettiva utilissimo per ricerche di mercato e per accedere a dati utilissimi sul comportamento degli utenti permettendo alle aziende di capire meglio quali sono le aree in cui investire di più e allocare il maggior budget delle campagne.

Individuare gusti, preferenze e interessi grazie a dati che vengono messi per la prima volta a disposizione dei brand è l’obiettivo di Pinterest che si trasforma sempre più in un hub dalle potenzialità infinite per i marchi a metà tra Google e Amazon in grado di interpretare gli utenti a 360 gradi.


Domino’s alla conquista dell’Italia

Di Giorgia Labieni

Tempo di lettura: 2 minuti

 

Avete mai assaggiato la pizza di Domino’s? Se la risposta è no, allora nei prossimi mesi potrebbe cambiare. Il colosso statunitense ha infatti espresso il desiderio di voler aprire ben 880 sedi nel nostro paese entro il 2030.

Per chi di voi non conoscesse il brand: Domino’s, fondata nel 1960 dai fratelli Tom e James Monaghan in Michigan, è oggi la seconda più grande catena di pizzerie a domicilio degli Stati Uniti e conta più di 16mila ristoranti in 85 paesi diversi, compreso il nostro.

Uno dei suoi maggiori punti di forza è la distribuzione, dalla selezione dei migliori fornitori, all’allestimento del punto vendita, alla selezione e formazione dei dipendenti, nonché l’efficienza del sistema di consegne, che posizionano l’azienda al di sopra dei maggiori concorrenti odierni. 

Fonte: zero.eu

Alessandro Lazzaroni, AD di Domino’s in Italia, ha deciso di acquistare i diritti per l’utilizzo del brand con l’idea di poter esportare la pizza americana sul suolo italiano, offrendo un servizio difficilmente replicabile dalle normali pizzerie: possibilità di ordinare online, di pagare sia in contanti sia con carta, e una consegna veloce e puntuale. 

L’azienda è già presente in Italia dal 2015, con la fondazione del suo primo punto vendita a Milano, e poi in altre 7 diverse città, fino ad arrivare a 28 pizzerie tra Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna. 

L’espansione intende coprire il territorio compreso tra nord e centro Italia, fermandosi a Roma, il mancato investimento nelle regioni del sud implica diverse ragioni, una tra tutte la difficile penetrabilità del mercato. 

Qual è quindi l’obiettivo di Domino’s e perché ha deciso di investire così tanto proprio nel paese dove è stata creata la pizza e ha assunto il valore che ha oggi? 

Alessandro Lazzaroni sostiene che:
“Gli italiani amano mangiare bene, ma non sono incatenati alle tradizioni. Piuttosto, sono curiosi di provare cose nuove”, egli è fiducioso sul successo di tale investimento, tanto da prefiggersi l’obiettivo di raggiungere il 2% della quota di mercato delle pizzerie in Italia nei prossimi dieci anni diventando “la prima società digitale di consegne in Italia”.

Fonte: bergamonews.it

L’operazione, prevede di suddividere i nuovi e potenziali punti vendita in un 50% franchising e il restante gestiti dall’azienda per arrivare nel 2021 a un rapporto 30%-70%, con un investimento di circa 250 mila euro per punto vendita, 14 impiegati ciascuno, di cui sei corrieri; il focus è stato su questi ultimi, in quanto l’ azienda è stata l’unica multinazionale ad aver sottoscritto la Carta di Bologna, un accordo che prevede la tutela e la regolamentazione di questa posizione lavorativa.  È utile riportare alla memoria ciò che accadde nel 2018, quando un altro colosso americano, Starbucks, decise di spostarsi sul nostro paese, i social e la stampa iniziarono ad esprimere i primi dubbi, su come e se questo tipo di catene potessero o meno rovinare e danneggiare l’immagine e la reputazione dei prodotti alimentari del nostro paese, se prima si disquisiva sul caffè e i prodotti da bar, oggi l’attenzione è rivolta alla pizza. 

Specialmente su Twitter si notano le prime critiche e i primi dubbi, molti sono scettici e sono convinti che saranno soldi mal investiti, altri sostengono come tale iniziativa possa seriamente ledere il mercato italiano, mentre altri suggeriscono come il governo debba fermare questa espansione tramite regolamentazioni. 

I dubbi sono leciti, l’Italia è il paese leader per quanto riguarda cucina e ingredienti di prima qualità e la presenza di questi colossi potrebbero seriamente corrodere il nostro sistema. 

Fonte: wired.it

È lo stesso Lazzaroni a chiarire la situazione, illustrando come la materia prima utilizzata e le fasi di lavoro siano di altissima qualità, così come gli ingredienti e la fragranza dei prodotti, in particolare Domino’s Italia utilizza solo materie da produttori certificati, e alcuni di questi fanno parte della categoria dei D.O.P., “Denominazione di Origine Protetta”.  

Questo tipo di operazione è stata implementata anche in altri paese europei, come Norvegia, Svezia, Irlanda etc., risultando però fallimentare e portando l’azienda a chiudere più di 100 punti vendita per mancati profitti.

Le parti sono schierate e per sapere come si evolverà la situazione non ci resta che aspettare la risposta alla domanda fondamentale: riuscirà Domino’s ad abbattere la tradizione e a conquistare la pancia degli italiani? 

 


Coronavirus: chiariamoci le idee

La Cina è in quarantena: strade deserte, scuole chiuse, mezzi pubblici inutilizzabili e produzione industriale sospesa. No, non è il prologo di un film apocalittico sulla fine del mondo, ma le conseguenze della diffusione dell’ormai noto coronavirus. Tv, giornali e social media sono in continuo aggiornamento con notizie provenienti da Pechino, Usa, Russia ed Italia che hanno momentaneamente bloccato i voli e inizia a manifestarsi una certa diffidenza nei confronti della popolazione cinese. Ma cosa sta davvero accadendo? Chiariamoci le idee.

Turisti cinesi con mascherine per corona virus in aereoporto
Fonte: Thenational

I coronavirus, innanzitutto, fanno parte di un’ampia famiglia di virus in grado di causare sia malattie comuni come un semplice raffreddore, fino ad arrivare a patologie più gravi come la SARS (Sindrome respiratoria acuta grave), già manifestatasi in Cina nel 2002 con 8.000 persone contagiate e 775 decessi accertati, o la MERS (Sindrome respiratoria mediorientale). Quello manifestatosi per la prima volta a Wuhan, è dunque un nuovo ceppo mai stato identificato precedentemente dall'uomo, dal nome "Coronavirus 2019-nCoV".

Virus Coronavirus 2019-nCoV al microscopio
Fonte: Wikipedia

Attualmente non è noto come si sia sviluppato. Alcuni sostengono che sia arrivato all’uomo dal serpente e dal pipistrello (molte altre malattie respiratorie simili a questa, provengono proprio da questi animali). Altri affermano invece, che si sia propagato dal mercato del pesce della cittadina cinese, anche se, a ben vedere, non ci sono riscontri oggettivi sulla presenza del primo paziente su cui è stato riscontrato il virus al mercato, in periodi antecedenti il primo dicembre (giorno del suo ricovero). A far discutere è stata inoltre la comunicazione tardiva da parte delle autorità di Pechino, all'Organizzazione Mondiale della Sanità (OSM), circa la diffusione del nuovo agente infettivo, arrivata soltanto a fine mese. Dalla provincia orientale di Hubei, il nuovo coronavirus si sarebbe propagato in altre zone della Cina arrivando rapidamente, a causa degli spostamenti aerei, in altre parti del mondo. Da dicembre ad oggi sarebbero 20 mila i contagi ed oltre 400 le morti causate dal virus. Da qui è possibile monitore la diffusione in tempo reale grazie alla mappa fornita dalla Johns Hopkins University.

Soltanto il 20 gennaio è stata scoperta la trasmissibilità tra esseri umani del nuovo ceppo, dalla National Health Commission cinese: il contagio avviene attraverso il contatto con gocce di respiro di soggetti infetti, provocate da tosse, starnuti e mucosa nasale. Il tasso di contagiosità non è comunque alto, compreso tra 1,5 e 2, il che significa che ogni infetto può contagiare da una a due persone (per il morbillo, ad esempio, il tasso va da 7 a 29). Il periodo di incubazione, cioè l’arco temporale tra il contagio e il manifestarsi dei primi sintomi clinici, va dai due giorni alle due settimane, tuttavia il problema maggiore è dato dalla complessa diagnosi. Il coronavirus presenta, infatti, sintomi comuni ad una semplice influenza quali raffreddore, febbre, tosse secca e difficoltà respiratorie. Di conseguenza, in caso di sospetto contagio, sono necessari degli esami di laboratorio per confermarne la presenza. La letalità (il numero dei decessi rispetto alla percentuale dei casi), infine, è bassa; basandosi sui pazienti curati in ospedale è del 3% e, sale al 20%, nei casi più gravi. È possibile comunque consultare, per maggiori informazioni, l’apposita pagina web istituita dal Ministero della Salute.

Cinese con mascherina e smartphone in aeroporto
Fonte: Thenational

Tuttavia, non finisce qui: sono anche i risvolti economici e sociali dell’epidemia a preoccupare le grandi potenze mondiali. Anche se è ancora troppo presto per valutare i reali impatti del coronavirus sulla crescita del gigante asiatico, le prospettive non sono certo positive. È previsto che il Pil cinese perda poco più di un punto percentuale già nel primo trimestre del 2020, rispetto a quanto preventivato, se i settori più colpiti dal calo dei consumi dei cinesi (trasporti e intrattenimento pubblico), dovessero scendere del 10%, secondo quanto riportato da Standard & Poor’s. Sotto la lente d’ingrandimento degli investitori, anche il settore tecnologico: ad oggi la Cina è al secondo posto nel mercato globale per valore e quantità degli investimenti di venture capital in startup e società tecnologiche. Si teme che la relazione negativa tra epidemie ed effetti economici, comporti un calo nell'afflusso di capitali privati. Il vero problema risiede però, nella chiusura temporanea di migliaia di fabbriche che blocca la produzione e, di conseguenza, le catene del valore globalizzate non soltanto nel settore dell’automotive e della chimica.

C’è da preoccuparsi anche a livello mondiale. Pechino rappresenta quasi un terzo della crescita globale con una quota percentuale superiore ad Europa, Usa e Giappone messe insieme, come ribadito da Andy Rothman, economista di Matthews Asia. Di conseguenza, alla luce di una crescita globale del 2,9% stimata per il 2020, l’impatto negativo sul Pil mondiale, potrebbe anche arrivare ad essere superiore all’1,8%.

Cinese fa shopping in un centro commerciale con buste rosse in mano e smartphone
Fonte: Luxetalent

E l’Italia? Essendo un paese che più di altri basa la propria economia sulle esportazioni e, considerando che il popolo cinese è tra i maggiori consumatori a livello globale, non si può certo stare sereni. I settori più colpiti saranno il lusso e il turismo. Il primo vale il 50% della bilancia commerciale, con i cinesi protagonisti del 28% degli acquisti (spesa media giornaliera pari a 300 euro). Il secondo, dopo un 2019 che aveva fatto registrare il record assoluto di presenze cinesi (5,3 milioni), per quest’anno dovrà prevedere numeri certamente più contenuti. Basti pensare ad una città d’arte come Firenze che prevede un calo da gennaio a maggio di circa 400 mila unità. Paura, quarantena, diffidenza e blocco degli spostamenti stanno facendo crollare il mercato cinese, fondamentale per l’Italia.

Nella speranza che in tempi brevi l’epidemia riesca ad essere contenuta, il vaccino scoperto e il virus debellato, il nostro pensiero non può non andare al Dott. Li Wenliang, uno dei primi medici cinesi ad avere intuito la pericolosità del nuovo virus. Accusato dalla polizia di Wuhan di aver “turbato l’ordine sociale e diffuso notizie false”, il medico cinese è deceduto il 5 febbraio per aver contratto il virus che aveva scoperto, ma che nessuno aveva creduto potesse esistere. Pochi giorni dopo le accuse, il coronavirus ha iniziato a diffondersi in tutta la Cina. Vorremmo ricordarlo con le parole scelte da Enrico Mentana sul suo profilo Instagram:

“Beati i mondi che non hanno bisogno di eroi, addio Dott. Li”.

Dott. Li Wenliang in ospedale
Fonte: RaiNews

Amazon e il suo Marketplace

Novità in cas(s)a Amazon

di Laura Marina Popa
Tempo di lettura: 2 minuti

Amazon da anni sta investendo in ricerca sui metodi di pagamento; sta lavorando ad un nuovo sistema che permette di acquistare i suoi prodotti attraverso la scansione del proprio palmo della mano e intanto, in Italia, sta testando la possibilità di dilazionare i pagamenti a tasso zero.

Questa funzione era già presente in altri paesi quali, Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Germania.

Per il momento il colosso americano dell'e-commerce non ha ancora diffuso un comunicato ufficiale, ma la notizia appare fondata alla luce dell’opzione presente in riferimento all’acquisto di alcuni prodotti con il metodo “Pagamento a rate mensili” e alla pubblicazione di una pagina sui “Termini e condizioni dei pagamenti a rate”.

L’opzione però presenta dei limiti. Infatti, non solo al momento è disponibile solamente per un campione di utenti, ma anche solo per determinati prodotti:

  • Prodotti nuovi (Amazon Warehouse Deals esclusi)
  • Dispositivi Amazon nuovi
  • Dispositivi Amazon certificati.
Amazon offre l'opzione dei pagamenti a rate
Fonte: iGizmo.it

 

Anche l’utente deve possedere una serie di requisiti per acquistare un prodotto su Amazon pagandolo a rate:

  • Residente in Italia
  • Account it attivo da almeno 1 anno
  • “Una buona cronologia di pagamenti su Amazon.it”, come si legge sul sito: vale a dire che occorre aver acquistato spesso sul marketplace
  • Possedere una carta di credito o di debito MasterCard, VISA o American Express. Escluse le carte prepagate e il circuito Maestro.

Una volta che si è usufruito del pagamento rateale, non sarà possibile dilazionare ulteriori acquisti finché l'utente non avrà finito di pagare le rate della precedente transazione.

La dilazione di pagamento consiste in cinque rate mensili comprese di Iva e senza alcun interesse o onore finanziario. I costi di spedizione vengono inclusi nella prima rata il cui pagamento avverrà il giorno della spedizione del collo, le successive saranno addebitate ogni 30 giorni a partire dalla prima.

L'utente non può chiedere una suddivisione differente dell'importo da pagare, ma può decidere di saldare in anticipo le rate in qualsiasi momento.

Chissà se Amazon con questa nuova strategia riuscirà a conquistarsi una fetta di mercato più grande di quella che già possiede.

Infatti, è uno dei pochi marketplace che consente di pagare in comode rate il che fa sì che si distingua dagli altri e-commerce, inoltre è provato che questo metodo di pagamento riesce garantisce una maggiore accessibilità ai certe tipologie di prodotti.

Amazon e il suo Marketplace
Fonte: TuttoTech.net

Voi ne fate parte di quel campione di utenti che ha accesso a questa nuova modalità? Inserisci un prodotto nel carrello e controlla se compare la dicitura: “Paga in 5 rate mensili da xx,xx €”.


I nuovi biscotti della Ferrero

Barilla, Ferrero e le dolci strategie di marketing

di Riccardo Rocco Tornesello
Tempo di lettura: 2 minuti

Dopo la febbre dei Nutella Biscuits da gennaio arrivano i Biscocrema. Barilla e Ferrero sono pronte per una nuova sfida.

Il clamoroso successo di Ferrero, che a poche settimane dal lancio ha trasformato i propri biscotti in un vero e proprio fenomeno di costume, ha imposto a Barilla una replica immediata

Per rispondere al fenomeno dei Nutella Biscuits, il gruppo emiliano lancia i Biscocrema, una frolla al cacao con all’interno un cuore di crema Pan di Stelle, ricoperto da una cialda di cioccolato su cui è apposta l’iconica stella. 

Nuovi biscotti Pan di Stelle
Fonte: il messaggero.it

Un ‘’gioiellino’’ che debutterà sugli scaffali da gennaio 2020, andando a rafforzare ulteriormente l’offerta del colosso di Parma a solo un anno dal lancio della sua crema.

Nonostante per Julia Schwoerer, Vice President Marketing di Mulino Bianco, i Biscocrema non rappresentino una risposta alla competizione con Ferrero ma una naturale estensione di marca, la sfida è titanica. 

‘’Non vogliamo fare la guerra dei numeri né delle quote, noi siamo leader di mercato con il 37% di quota valore’’ ha dichiarato Schwoerer in occasione della presentazione del nuovo biscotto, augurandosi che queste attività contribuiscano a far crescere la categoria in modo sano

Barilla, infatti, ha deciso di colpire il proprio competitor mirando ai suoi punti deboli: il nuovo biscotto sarà venduto in monoporzioni da due biscotti, per limitare le calorie e sarà prodotto senza olio di palma, come tutta la linea Pan di Stelle. 

Vi è proprio l’olio di palma all’origine delle ostilità tra le due multinazionali italiane. 

Nell’estate del 2016, Barilla elimina l’olio di palma dai propri prodotti e lo scrive a caratteri cubitali nelle confezioni dei suoi brand simbolo, tra cui Pan di Stelle. Una mossa a sorpresa, in quanto fino ad allora Barilla aveva seguito la linea delle altre società italiane, contrastando il clima avvelenato intorno all’olio di palma attraverso una campagna di rassicurazione nei confronti dei propri clienti, i quali hanno iniziato ad interrogarsi sulla qualità di ciò che mangiano e sui rischi per la propria salute.

I nuovi biscotti della Ferrero
Fonte: startingfinance.com

Tornando alla mania dei Nutella Biscuits, si stima che nelle prime tre settimane dal lancio siano stati venduti 57 milioni di biscotti, per un fatturato che ha già superato la soglia degli 8 milioni di euro. Mantenendo questi ritmi di vendita, si stima che il colosso di Alba potrebbe abbondantemente superare i 130 milioni, oltrepassando così il prefissato obiettivo degli 80 milioni di fatturato.

Stando ai numeri di Barilla però, i biscotti più venduti al momento sono le Gocciole di Pavesi (gruppo Barilla), mentre al secondo posto c’è Pan di Stelle.  La neonata Crema Pan di Stelle invece, diretta concorrente di Nutella, ha conquistato “una quota di mercato del 7,5% in valore”, facendo crescere l’intera categoria delle creme spalmabili dell’11%. 

Certo, ‘’Se tutte le guerre fossero fatte di biscotti il mondo sarebbe migliore’’ e nell’attesa di vedere chi vincerà la battaglia commerciale sugli scaffali, non ci resta che affrettarci ad appendere la calza sopra al camino. 

 


Team Oikosmos al Marketers World 2019

MARKETERS WORLD 2019: UN MIX DI EMOZIONI

di Anna Lo Coco, Roberto Faraci e Giuseppe Samperi
Tempo di lettura: 4 minuti

“Se vuoi costruire una barca non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito” - Il Piccolo Principe.

Il 18, 19 e 20 ottobre il Team Oikosmos ha partecipato al Marketers World 2019, un evento che riunisce appassionati di Digital Marketing, e freelancers di tutta Italia. Dal networking al videoediting, dal copywriting all’ipnosi passando dagli Analytics: questo, e tanto altro, è stato per noi il Marketers World 2019.

Plenario del Marketers World durante il primo giorno

Un evento che ci ha offerto la possibilità di vivere un’esperienza unica, di conoscere non solo grandissimi professionisti del settore, ma soprattutto persone straordinarie. Giorno dopo giorno la nostra stanchezza cresceva proporzionalmente alle nostre emozioni, grazie ai numerosi spunti che ci sono stati offerti. Non sono state giornate incentrate solamente sulla crescita professionale, ma ci hanno permesso soprattutto di scoprire lati nascosti di noi stessi, mettendo in luce gli angoli bui di cui non eravamo a conoscenza. Siamo stati stimolati a metterci continuamente in discussione e come non avrebbe potuto essere così?
Il fascino magnetico di Dario Vignali e dei membri della sua Family ci ha fatto apprendere quasi per osmosi anche quando eravamo distrutti a fine giornata.

Come può un evento essere indimenticabile se gli ospiti non si sentono a casa fin dal primo giorno? Come possono emozionarsi se non si sentono parte di qualcosa e, soprattutto, se non hanno modo di relazionarsi l’uno con l’altro?
I ragazzi di Marketers si saranno di certo posti queste domande!

Il primo giorno può essere riassunto in tre semplici concetti: condivisione, valori comuni e divertimento. Dietro l’apparente contesto formalizzato di networking si celava un’anticipazione dei temi che avremmo affrontato nelle giornate successive. Il grande salone che ospitava l’evento altro non era che un enorme contenitore di spunti, idee ed emozioni. Ogni spazio era apparentemente dedicato ad attività ludiche e divertenti, ma che in realtà erano molto di più di questo, non a caso

“Il Business sta all’uomo come il gioco sta al bambino” – Dario Vignali

Non possiamo dimenticarci il nostro ingresso all’interno della sala principale e lo stupore nel vedere l’esperto di jumping effettuare salti e capriole nel grande tappeto elastico. In quel momento abbiamo capito che sarebbe stato un evento indimenticabile!
Il salto fatto dall’esperto potrebbe essere comparato a quello fatto da un aspirante freelancer/imprenditore che decide di mettersi in gioco costruendo una nuova realtà. Sicuramente all’inizio non è semplice, l’ansia, la paura di sbagliare e di essere giudicati non ci permettono di avere una visione lucida di ciò che sono i nostri obiettivi. Dopo il primo salto è tutto più chiaro, qualunque sia l’atterraggio. La paura iniziale scompare e lascia spazio alla voglia di scoprire le numerose possibilità che possiamo cogliere.

“Tutte le volte che si lancia un’attività imprenditoriale si lancia un’avventura, in cui l’eroe deve misurarsi con paura, ostacoli ed insuccessi. È importante sviluppare una visione che ci dia la direzione” – Alex Bellini

Speech di Alex Bellini durante il Marketers World

Dal lato opposto della sala c’era uno spazio dedicato agli appassionati di skateboard. La visione di numerosi ragazzi che tentavano di imbattersi in qualcosa di nuovo, vederli cadere per poi rialzarsi più motivati di prima, ci ha fatto riflettere su come le cadute e gli errori debbano essere vissuti come stimoli per migliorarsi e non come sconfitte. Ogni caduta ci fa scoprire qualcosa di noi stessi, ci rende più forti e ci permette di crescere. Non è semplice rialzarsi e spesso si cade nello sconforto, ma “bisogna sempre ricordare il perché hai cominciato” - Alex Bellini. Un grande imprenditore è proprio colui che sbaglia, cade ma trova sempre la forza ed il coraggio di rialzarsi più forte e consapevole di prima.

Spesso le sconfitte vengono percepite dalla nostra mente come qualcosa di negativo, come qualcosa di cui vergognarsi, ma in realtà sono proprio queste che ci rendono consapevoli di ciò che sappiamo fare e di ciò che vogliamo diventare.

Una parte fondamentale nella vita di un imprenditore è il confronto, dove l’interlocutore può essere una persona con cui condividere passioni e valori o un competitor. In entrambi i casi il risultato è l’apprendimento di qualcosa di nuovo, in quanto il dialogo costruttivo è sempre fonte di crescita professionale e personale. A ricordarci questa fase della vita di un imprenditore sono stati i tavoli da Ping Pong, non a caso situati proprio al centro della sala, che hanno rappresentato per tutti un momento di svago e gioco. Ma c’è di più!
Durante una partita di Ping pong siamo l’uno di fronte all’altro, ad armi pari e con la stessa porzione di campo a disposizione. Probabilmente uno dei due è più forte dell’altro, ma chi perde è senza dubbio colui che si porta a casa un enorme bagaglio di conoscenze ed esperienze.
Questo è lo stesso principio che dovrebbe guidare un dialogo costruttivo; bisogna condividere la propria conoscenza, in quanto:

“ Essere gelosi del proprio obiettivo è proprio quello che non riesce a fartelo raggiungere” – Alex Bellini

E dopo aver fatto tutto questo, come si può continuare a crescere e a sviluppare un’idea o un progetto di business?
Come ben sappiamo, il mondo cambia e cambia anche il modo di fare le cose. Ogni imprenditore deve riuscire a stare a passo con i tempi e cercare di reinventarsi ed innovare la propria azienda. Questo non è semplice se fatto da soli, bisogna sempre ragionare in ottica di team e per farlo bisogna essere dei “buoni ascoltatori” non solo all’interno dell’azienda ma anche al di fuori di essa:

“Non devi essere professionista nel lavoro, devi essere professionista nella vita” – Sergio Borra

Ritornando alla citazione iniziale che ci ha guidato per tutti i tre giorni del Marketers World 2019, possiamo dire che si può insegnare la nostalgia tramite il desiderio, creando una struttura di valore condiviso.

Il Marketers World è stato come un’onda in un mare in tempesta, ci ha colpito e stravolto, permettendoci di cambiare prospettiva su noi stessi e sul concetto di team.
Sicuramente ci porteremo sempre dietro tutto ciò che abbiamo appreso in questo percorso!

“Come si fa a decidere di cambiare? Tramite le emozioni che ci spingono ad agire. La maggior parte delle persone vive in bianco e nero, quando ti emozioni la tua vita diventa per un attimo a colori” – Luca Mazzucchelli.

Team Oikosmos al Marketers World 2019


L'articolo annuncia il crollo della Borsa di New York con sede a Wall Street

La crisi del 1929: dai Tre Porcellini ai Cookies

di Carmelo Falzone
Tempo di lettura: 3 minuti

Cos’è stata la crisi del 1929 e cosa ha portato con sé?

Tutti i libri di storia ne parlano ed è uno dei temi più battuti dagli economisti, ma cosa è davvero accaduto durante il fatidico 29 ottobre 1929 e quali sono state le conseguenze nella società dell’epoca?
Siamo nel pieno degli Anni Venti, chiamati “Ruggenti” poichè è proprio durante questi anni che avviene il consolidamento degli Stati Uniti come potenza mondiale e modello da seguire in diversi settori come quelli del cinema e della musica. Il benessere era un concetto tangibile, lo si poteva davvero toccare!

Adesso è lecito chiedersi come sia possibile accostare la parola “crisi” a questo tenore così smisuratamente alto. Il concetto è molto semplice: per chi ha soldi da investire è il momento di arricchirsi. Oltre 1 milione di americani investe i propri risparmi in borsa e nel giro di pochi anni questi aumentano del 400%.

Poi la mattina del 24 ottobre 1929 (giovedì nero) accadde l’impensabile: l’indice della borsa di New York registra un inaspettato ribasso; ben 5 giorni dopo, il 29 ottobre 1929 (martedì nero), accade il definitivo crollo della borsa valori.

L'articolo annuncia il crollo della Borsa di New York con sede a Wall Street
Fonte: studiarapido.it

Si assiste così alla nascita di ondate di panico dovute al fallimento delle imprese, crollo della produzione industriale e conseguente disoccupazione, che toccherà livelli altissimi e ben presto si diffonderà in tutto il mondo.

Tuttavia, perché soffermarci solo sui suoi aspetti negativi?
Possiamo invece evidenziare delle vere e proprie novità ed invenzioni nate durante questo periodo, forse per necessità di consolazione e distrazione, e che continuano a far parte della nostra vita quotidiana:

  • Siamo ormai abituati alle “zip”, anche chiamate “chiusure lampo”, ma in loro risiede una grande importanza, collegata alle esigenze del periodo: fornivano la possibilità di indossare alcuni abiti per quasi tutto l’anno grazie alla zip aperta o chiusa.
  • Nacquero i giochi da tavolo, come il Monopoly. In particolare, divenne una nuova mania il minigolf.
  • Tra le invenzioni più dolci, invece, i cookies ci mostrano come una mancanza o un errore possa invece diventare pregio. La chef Ruth si trovava senza cacao a causa della crisi. Pensò allora di spezzettare una tavoletta di cioccolata in piccoli frammenti, sperando che si sciogliessero. Il cioccolato non si sciolse, ma il "test" ebbe un successo inaspettato.
L'invenzione inaspettata: i cookies
Fonte: pillsbury.com
  • Una delle invenzioni che sta molto a cuore ad ognuno di noi è quella dei Tre Porcellini, un cortometraggio a lieto fine di soli 8 minuti lanciato da Walt Disney: a causa dei tempi duri che stava affrontando il paese in quel periodo, il pubblico individuò nel Lupo il simbolo della crisi. Gli statunitensi si sentivano rappresentati dai tre porcellini in quanto, così come loro con il Lupo, essi stavano combattendo contro la Grande Depressione. Il film ebbe un successo senza precedenti e la canzone “Who is afraid of the Big Bad Wolf” divenne un motto per la società americana.
Il cortometraggio di Walt Disney: i Tre Porcellini
Fonte: paperpedia.fandom.com

Ad oggi sono passati ben novant’anni, ed oltre a ricordare le tragedie causate era giusto ricordare anche le poche conseguenze positive. Perché si sa, così come avvenne con la crisi del '29, un qualsiasi momento negativo (nel suo complesso), porta quasi sempre a qualcosa di positivo nel suo piccolo.