Antenna 5G su cielo azzurro e nuvoloso

COVID-19 e 5G: cosa succede?

L’emergenza sanitaria a livello mondiale continua, anche se il lockdown di intere nazioni e continenti sta iniziando a dare, lentamente e con grande sacrificio, i suoi frutti. La riduzione dei contagi da Covid-19 è però ancora troppo bassa per poter dire di essere rientrati dal clima di paura che ci circonda ormai da mesi. Ciò che tuttavia siamo ben distanti dallo sconfiggere è, purtroppo, il divagarsi di un fenomeno ancor più virale del Coronavirus: le fake news. Questo accade principalmente perché, in un periodo storico incerto come quello che stiamo vivendo, si è alla continua ricerca di risposte immediate a quesiti complessi che hanno necessariamente bisogno di studi ed analisi che si protraggono nel tempo. L’ansia da conoscenza immediata, unita alla paura di correre rischi alla salute, porta spesso a trarre conclusioni prive di corrette basi scientifiche che le comprovino.

Medico tiene tra le mani un planisfero in scala coperto a metà da una mascherina per descrivere la situazione mondiale a seguito dell'epidemia da Covid-19
Fonte: Ansa

È esattamente ciò che sta accadendo in questi giorni con il vasto tema del 5G. Si passa da complotti segreti orchestrati da alcuni stati per ragioni sconosciute, all’aumento dei casi di tumore derivanti da esposizioni ad onde elettromagnetiche delle antenne di nuova generazione, fino ad arrivare ad affermare una correlazione tra il diffondersi del Covid-19 proprio a causa dal 5G. Questi dunque tra i motivi alla base dell’escalation di rabbia e violenza che ha portato alcuni individui a dare letteralmente fuoco a ripetitori di onde in Olanda, Gran Bretagna, Irlanda e Nuova Zelanda. Gli sforzi della comunità scientifica volti ad affermare l’estraneità tra i due fenomeni sembrano non avere effetto sui cosiddetti dimostratori anti-5G, sparsi per il globo. Lo afferma anche il Ministero della Salute italiano, nell’apposita pagina web dedicata al contrasto delle bufale su internet:

“Non ci sono evidenze scientifiche che indichino una correlazione tra epidemia da nuovo coronavirus e rete 5G. Ad oggi, e dopo molte ricerche effettuate, nessun effetto negativo sulla salute è stato collegato in modo causale all'esposizione alle tecnologie wireless.” 

Estremità superiore di un'antenna per la trasmissione di segnale 5G circondata da cielo azzurro e nuvole bianche e grigie
Fonte: Dr Commodore

Facebook, il social network più utilizzato per la diffusione di notizie false, proprio per il l’immenso numero di utenti che giornalmente vi navigano, corre però ai ripari. A seguito di forti critiche da parte di attivisti e politici, ha prontamente deciso di chiudere una delle maggiori pagine britanniche, dall’evocativo nome “Stop5GUK”, che, con decine di migliaia di utenti attivi, diffondeva informazioni false. In seguito, il social di Zuckerberg ha dichiarato che, d’ora in poi, adotterà politiche più aggressive contro i gruppi che diffondono teorie cospirazioniste.

Mark Zuckerberg, Ceo e founder di Facebook con microfono in mano ad una conferenza
Fonte: InTime

Anche YouTube ha deciso di prendere una posizione forte in merito alla questione dei legami tra la diffusione del Covid-19 e le reti 5G. La piattaforma per la condivisione di video più grande al mondo ha, infatti, annunciato di voler ridurre la visibilità dei “video raccomandati” che parlano di tali teorie agli utenti e, nei casi più evidenti, in cui tali video violeranno esplicitamente le linee guida legate ad una corretta informazione sul tema, procederà con la rimozione.

Logo di Youtube nero, rosso e bianco con sullo sfondo alcuni schermi di computer sfocati
Fonte: Tecno Android

Due sono in particolare le notizie false più rilevanti che circolano sui social media:

  • i batteri sono in grado di trasmettersi attraverso le onde elettromagnetiche;
  • il 5G indebolisce il sistema immunitario umano accrescendo la letalità del Covid-19.

La prima notizia falsa poggia su uno studio congiunto realmente condotto nel 2011 tra la Northeastern University di Boston e l’Università di Perugia secondo il quale le onde elettromagnetiche incidono su specifiche reazioni chimiche dei batteri e non sulla proliferazione delle rispettive colonie, come falsamente riportato.  Inoltre, è fondamentale sapere che il Covid-19 non è un batterio, ma bensì un virus e di conseguenza, nonostante esistano alcuni virus respiratori, la sua resistenza fuori dall’organismo è decisamente bassa. Al contrario, i batteri sono in grado di riprodursi nell’ambiente esterno, su qualunque superficie.

Sulla seconda fake news, ci sono diversi studi che confermano come il livello delle onde radio 5G sia basso nella scala di frequenza dello spettro elettromagnetico. Una delle indagini più significative in questo ambito è quella del professore di microbiologia cellulare Simon Clarke, dell’University of Reading (estensione dell'Università di Oxford nel Berkshire), il quale afferma, in sintesi, che a differenza dei raggi UV e dei raggi X con frequenze decisamente più elevate, le onde radio del 5G, non sono abbastanza potenti da danneggiare le cellule.

Tastiera da computer con tasti bianchi in cui sono stati disegnate delle lettere in rosso per formare la scritta fake news
Fonte: Secolo d'Italia

Di fronte alla crisi sanitaria più spaventosa che l’epoca moderna abbia mai affrontato, è auspicabile che scorrendo le notizie su internet si abbia la coscienza di essere razionali, di non credere a tutto ciò che si legge, a non condividere false informazioni e quindi di riuscire a scindere il reale dal surreale, nonostante l’incalzante paura di mettere a rischio la propria salute. Le conseguenze dei roghi alle torrette 5G avvenuti nel corso di questa settimana, sono state di mettere a repentaglio un’infrastruttura digitale affidabile ed al momento essenziale per il mantenimento di collegamenti e comunicazioni stabili, soprattutto tra strutture ospedaliere, centri di ricerca e case di cura, e tutto ciò è inaccettabile.


#iorestoacasa

#IoLoFaccioACasa il digital mood che sta invadendo i social

di Laura Marina Popa
tempo di lettura: 3 minuti

#IoLoFaccioACasa, un hashtag e 10.000 influencer coinvolti nell'iniziativa per trascorrere le giornate a casa in modalità digital.
Parlando di Influencer Marketing è immediata l’associazione di quest’attività con la sponsorizzazione di prodotti o servizi. Gli influencer ricoprono un ruolo ben più elevato della sola sponsorizzazione di prodotti quando riescono ad utilizzare la loro influenza per lanciare messaggi a sfondo sociale.

La call to action #IoLoFaccioACasa, promossa da diversi brand e a cura di creator italiani, è un “raccoglitore” di contenuti attraverso il quale poter condividere attività da fare direttamente da casa.

Fonte: Engage

Si tratta di un’iniziativa gratuita promossa dai principali player italiani dell’IM per supportare le indicazioni governative. Tra i promotori dell’iniziativa Buzzoole, Flu, FUSE e OpenBox, cui si aggiungono le agenzie media di Omnicom Media Group con le sigle OMD, PHD, Hearts&Science e Omni@ e di WPP con la media holding GroupM e le sue agenzie Mindshare, MediaCom, Wavemaker e molti altri.

In questa particolare situazione, gli influencer per la capacità di raggiungere in modo rapido, coinvolgente ed incisivo diverse fasce d’età, rappresentano un ottimo mezzo per sensibilizzare la campagna. Si vuole dare un supporto ad amplificare le indicazioni degli enti istituzionali per creare un senso di responsabilità diffusa, perché restare a casa non è mai stato così necessario.

Al centro di questa campagna c’è l’idea che si può stare a casa, ma continuando a divertirsi, lavorare, studiare, coltivare le proprie passioni o scoprirne nuove.

Per farlo si stanno coinvolgendo migliaia di creators, chiedendo loro di realizzare contenuti utili per chi si trova in casa.

La campagna, partita il 13 marzo, si è sviluppata con l’apertura del profilo Instagram @IoLoFaccioACasa e la Pagina Facebook volti a presentare l’iniziativa e annunciare il palinsesto di dirette dei creators coinvolti, la condivisione dei post e delle storie.

Pagina Instagram
Fonte: Instagram

Sono stati messi a disposizione dei filtri realizzati ad hoc e numerosi sono i post e le storie che stanno animando il profilo con l’hashtag #IoLoFaccioACasa. Altrettanto numerose sono le accezioni a questo tag che mantengono la struttura #ioXXXacasa, come ad esempio #IoMiAllenoACasa o #IoMiDivertoACasa.

Nonostante la situazione drammatica che stiamo vivendo ed affrontando, i social e la forza della condivisione positiva possono essere un ottimo mezzo per sentirci tutti più vicini e abbattere la barriera della lontananza fisica. Non ci resta altro che condividere i nostri momenti e raggruppare il tutto in un grande #IoLoFaccioACasa.


Artificial Intelligence

COVID-19 e l'intelligenza artificiale

di Alessio Artista
Tempo di lettura: 3 minuti

Quello che state leggendo non è il solito articolo sul COVID-19. Nei prossimi due minuti non apprenderete quali sono i sintomi, come evitare il contagio o come relazionarvi con gli altri in un momento molto delicato per l’umanità.

La più recente novità sul coronavirus vede come protagonista la multinazionale cinese Alibaba Group. Vi starete chiedendo quale sia la relazione tra una società che si occupa di commercio elettronico e l’attuale emergenza sanitaria; forse che stanno aiutando l’intera umanità a fronteggiare il coronavirus? In parte la risposta è corretta ma non del tutto soddisfacente. Proviamo a capire di che si tratta.

Jack Ma Yun, fondatore di Alibaba Group
Fonte: pixabay.com

Alibaba, tramite l’Alibaba Damo Academy, ha trovato una soluzione innovativa per individuare nel minor tempo possibile la presenza del virus nelle persone, oltre all'efficacia già testata con l'apposito tampone. Grazie all’AI (Artificial Intelligence), i medici riusciranno a individuare il COVID-19 in pochi secondi. Questo metodo viene attuato tramite scansioni tomografiche computerizzate (ovvero TAC) che, grazie ad un algoritmo, individuano l’infezione in soli 20 secondi, contro i 5-15 minuti necessari che servono ad un medico per analizzare una TAC, e con un’accuratezza del 96%. Questa nuova macchina è stata “addestrata” con i dati di oltre 5'000 contagiati. Secondo quanto riferisce Alibaba, questo straordinario strumento è già in funzione ed è stato adottato in oltre 100 ospedali cinesi.

COVID-19 e l'intelligenza artificiale
Fonte: pixabay.com

L’applicazione dell’intelligenza artificiale al sistema sanitario, come in questa situazione, non è di certo il primo caso; basti pensare ad esempio a Microsoft che sta sviluppando dei computer che permetteranno di combattere il cancro riprogrammando le cellule danneggiate.

L’intelligenza artificiale, inoltre, può essere di supporto per le aziende farmaceutiche nel creare nuovi farmaci come il DPS-1181 (nome attuale) formulato da Centaur Chemist. Centaur Chemist è un approccio ideato da Exscentia, la prima azienda farmaceutica ad automatizzare la scoperta di farmaci, che “trasforma la scoperta di farmaci in una serie formalizzata di mosse e in un sistema per apprendere la strategia dagli esperti umani”. Questo ha permesso di creare in soli 12 mesi un farmaco pronto per essere testato sugli esseri umani, riducendo non solo i tempi di creazione ma abbassando notevolmente anche i costi di produzione.

Intelligenza Artificiale
Fonte: pixabay.com

Tutto questo ci porta a dedurre come oggi l'AI, oltre ad apportare dei validi vantaggi nel campo imprenditoriale ed economico, sia un valido supporto anche per il settore sanitario, che mai come in questo momento ne sente l'esigenza per fronteggiare quanto prima l'emergenza dell'intera umanità.

Questo dovrebbe portarci a dare maggior fiducia alla scienza e alle nuove tecnologie come settore principale a guida dello sviluppo dell'umanità. Ovviamente il cammino non è privo di insidie, ma il progresso scientifico e tecnologico potrebbe risolvere problemi di carattere sociale in tempi minori e con costi contenuti.


Pinterest lancia nuovi modi di fare shopping

Il successo di Pinterest: un social in ascesa

Di Antonino Ferro

Tempo di lettura: 3 minuti

Nell’ultimo periodo si è evidenziata in modo sempre più consistente l’importanza dei contenuti visuali nel processo di attrazione, coinvolgimento e conversione di nuovi contatti. Il visual content marketing è il trend del momento. Facebook, Instagram, Snapchat e Pinterest inseriscono costantemente nuove funzionalità per permettere una migliore fruizione di questo tipo di contenuti. Le persone adorano i contenuti visuali. Per questo motivo le performance dei contenuti testuali sono di molto inferiori rispetto a quelle dei contenuti visuali. Questi ultimi hanno maggiori probabilità di condivisione.

Logo Pinterest
Fonte: Pinterest.com

Pinterest, appunto è un social network basato sulla condivisione di fotografie, video e immagini. Il nome deriva dall'unione delle parole inglesi pin (spillo, puntina) e interest (interesse). Pinterest permette agli utenti di creare bacheche in cui catalogare le immagini presenti nei siti web in base a temi predefiniti oppure da loro scelti.

La notizia principale è che Pinterest nell’ultimo periodo ha superato Snapchat e si aggiudica il terzo posto dietro Instagram e Facebook. Soprattutto grazie ai nuovi aggiornamenti, il social si è conquistato un posto sempre più appetibile per brand ed inserzionisti. Il sorpasso è stato letto dagli investitori come un chiaro segnale del declino della piattaforma dei messaggini fantasma a favore della piattaforma orientata sulle immagini. Il titolo di Pinterest è balzato del 13% alla pubblicazione del report di eMarketer e continua a guadagnare oggi più del 9%. Secondo l’ultimo rapporto di eMarketer, Pinterest avrebbe superato Snapchat continuando a crescere anche nel mercato italiano. Snapchat nonostante i continui sforzi tecnologici ha iniziato a perdere il suo appeal soprattutto nei confronti degli utenti più giovani. Il numero degli utenti di Pinterest è salito a 82,4 milioni nel 2019, in aumento del 9,1% rispetto all’anno precedente, battendo gli 80,2 milioni di Snapchat con un aumento del 5,9%, secondo le stime del rapporto.

Differenze tra Pinterest e Snapchat a livello di fatturato e crescita negli ultimi anni
Fonte: www.emarketer.com

Le stime di eMarketer per Pinterest e Snapchat si riferiscono a utenti di ogni età che usano il servizio una volta al mese. Nel caso di Pinterest, si considerano gli utenti di Internet che accedono al loro account da qualunque dispositivo; per Snapchat si considera chi accede dalla app mobile.

Nel 2019, Snapchat aveva un lieve vantaggio, per un totale di 80,2 milioni di utilizzatori stimati da eMarketer. Ciò non ha evitato il sorpasso di Pinterest, con 82,4 milioni di utenti stimati l’anno scorso (+9,1%) e 86 milioni previsti per il 2021 (+4%), a coronamento di un periodo positivo per il brand. Anche per Snapchat eMarketer prevede una crescita degli utenti nel 2020, a 83,1 milioni. Ma il gap tra le due piattaforme, dicono gli analisti, continuerà ad allargarsi. Snapchat, dunque, non è in caduta libera, ma la sua debolezza è costituita dal fatto che non riesce ad allargare i suoi spazi e soffre la concorrenza dei servizi alternativi. Uno dei motivi, è che Pinterest è riuscita ad attrarre pubblico tra tutte le fasce di età, mentre l’audience di Snapchat si concentra nella fascia dei più giovani, tra i 18 e i 34 anni. Gli utenti di Pinterest rappresenteranno il 41,1% di tutti gli utenti Usa di social media, mentre Snapchat accentrerà il 39,7%. Percentuali ancora rilevanti ma mentre i numeri di Snapchat non si sposteranno nel corso del 2021, Pinterest accrescerà lievemente il suo share. Secondo Pinterest le ricerche di video ispirazionali sono aumentate del 31% all’interno della piattaforma e sempre più brand puntano sui video come mezzo di intrattenimento, comunicazione e pubblicità. Secondo una stima fornita da CNBC lo scorso dicembre, TikTok è arrivata a circa 625 milioni di utenti su base globale, anche se non sono ancora del tutto chiari i numeri dell’app. La grande forza di Pinterest degli ultimi anni è stata quella di posizionarsi come il più grande e performante social network di ricerca visiva.

Mentre Facebook si trasforma in un’infrastruttura sempre più sociale moltiplicando a dismisura le sue funzioni, YouTube diventa una vera piattaforma di streaming, Pinterest continua a essere coerente con lo scopo per cui era nato, ovvero consentire agli utenti di avere una potentissima piattaforma di ricerca visiva, fenomenale soprattutto nei settori moda, design, food e make-up.

Panoramica applicazione Pinterest e le varie funzionalità
Fonte: Studiosamo.it

Ricerca visiva e shopping rappresentano una combinazione sempre più vincente. Tra gli aggiornamenti più importanti dello scorso anno vi è sicuramente l’aggiornamento e il potenziamento di Pinterest Lens. Un nuovo design per rendere ancora più semplice scattare foto nel mondo reale e caricarle nei propri board, oltre alla possibilità di trovare oggetti di design o di moda sbirciati qua e là in negozi o camminando per strada, che Pinterest Lens è in grado di riconoscere e di trovare qualcosa di simile. Dopo questo aggiornamento quando utilizziamo il tool all’interno di un Pin sulla moda o sull’arredamento di interni per scoprire un prodotto specifico, vediamo comparire dei Pin prodotto acquistabili, ovvero dei Pin con il prezzo attuale del prodotto e un link diretto alla procedura di pagamento finale sul sito del rivenditore.

Un altro strumento si chiama Pinterest Shop diretto all’e-commerce. Un tentativo da parte dell’azienda di trovare una strada sostenibile alla profittabilità. Il titolo dell’azienda ha infatti perso quota dopo che lo scorso trimestre ha mancato gli obiettivi di fatturato. Tuttavia, Pinterest è convinta di poter ridurre le perdite, stimate tra i 10 e i 30 milioni di dollari nel 2019, rispetto a quanto previsto in precedenza, cioè perdite comprese in un intervallo tra i 25 e i 50 milioni di dollari. Secondo Piper Jaffray attualmente il leader in questo settore è Instagram che riesce a raggiungere un pubblico di potenziali clienti più giovani. Le ricerche di video ispirazionali sono aumentate del 31% all’interno della piattaforma e sempre più brand puntano sui video come mezzo di intrattenimento, comunicazione e pubblicità. Per questo l’azienda ha deciso di supportare le aziende per soddisfare questa domanda introducendo nuove funzionalità video che includono:

-Un video tab che permette alle aziende di presentare tutti i propri video in un unico luogo;

-Un aggiornamento dell’uploader che permette di caricare i video direttamente su Pinterest;

-Lifetime analytics con informazioni dei video e statistiche nel tempo;

-Pianificazione dei pin per programmare in anticipo la pubblicazione dei video;

Altro aggiornamento molto interessante per i brand è stato nel 2019 con l’introduzione dei cataloghi. Grazie a questo strumento le aziende hanno l’opportunità di caricare su Pinterest il loro catalogo completo trasformando automaticamente i loro prodotti in Pin prodotto acquistabili.

L’ultima novità, in arrivo in Italia è Pinterest Trends, uno strumento che consente ai brand di comprendere meglio l’andamento dei contenuti su Pinterest, dando statistiche negli ultimi 12 mesi dei termini più cercati. Uno strumento in prospettiva utilissimo per ricerche di mercato e per accedere a dati utilissimi sul comportamento degli utenti permettendo alle aziende di capire meglio quali sono le aree in cui investire di più e allocare il maggior budget delle campagne.

Individuare gusti, preferenze e interessi grazie a dati che vengono messi per la prima volta a disposizione dei brand è l’obiettivo di Pinterest che si trasforma sempre più in un hub dalle potenzialità infinite per i marchi a metà tra Google e Amazon in grado di interpretare gli utenti a 360 gradi.


Domino’s alla conquista dell’Italia

Di Giorgia Labieni

Tempo di lettura: 2 minuti

 

Avete mai assaggiato la pizza di Domino’s? Se la risposta è no, allora nei prossimi mesi potrebbe cambiare. Il colosso statunitense ha infatti espresso il desiderio di voler aprire ben 880 sedi nel nostro paese entro il 2030.

Per chi di voi non conoscesse il brand: Domino’s, fondata nel 1960 dai fratelli Tom e James Monaghan in Michigan, è oggi la seconda più grande catena di pizzerie a domicilio degli Stati Uniti e conta più di 16mila ristoranti in 85 paesi diversi, compreso il nostro.

Uno dei suoi maggiori punti di forza è la distribuzione, dalla selezione dei migliori fornitori, all’allestimento del punto vendita, alla selezione e formazione dei dipendenti, nonché l’efficienza del sistema di consegne, che posizionano l’azienda al di sopra dei maggiori concorrenti odierni. 

Fonte: zero.eu

Alessandro Lazzaroni, AD di Domino’s in Italia, ha deciso di acquistare i diritti per l’utilizzo del brand con l’idea di poter esportare la pizza americana sul suolo italiano, offrendo un servizio difficilmente replicabile dalle normali pizzerie: possibilità di ordinare online, di pagare sia in contanti sia con carta, e una consegna veloce e puntuale. 

L’azienda è già presente in Italia dal 2015, con la fondazione del suo primo punto vendita a Milano, e poi in altre 7 diverse città, fino ad arrivare a 28 pizzerie tra Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna. 

L’espansione intende coprire il territorio compreso tra nord e centro Italia, fermandosi a Roma, il mancato investimento nelle regioni del sud implica diverse ragioni, una tra tutte la difficile penetrabilità del mercato. 

Qual è quindi l’obiettivo di Domino’s e perché ha deciso di investire così tanto proprio nel paese dove è stata creata la pizza e ha assunto il valore che ha oggi? 

Alessandro Lazzaroni sostiene che:
“Gli italiani amano mangiare bene, ma non sono incatenati alle tradizioni. Piuttosto, sono curiosi di provare cose nuove”, egli è fiducioso sul successo di tale investimento, tanto da prefiggersi l’obiettivo di raggiungere il 2% della quota di mercato delle pizzerie in Italia nei prossimi dieci anni diventando “la prima società digitale di consegne in Italia”.

Fonte: bergamonews.it

L’operazione, prevede di suddividere i nuovi e potenziali punti vendita in un 50% franchising e il restante gestiti dall’azienda per arrivare nel 2021 a un rapporto 30%-70%, con un investimento di circa 250 mila euro per punto vendita, 14 impiegati ciascuno, di cui sei corrieri; il focus è stato su questi ultimi, in quanto l’ azienda è stata l’unica multinazionale ad aver sottoscritto la Carta di Bologna, un accordo che prevede la tutela e la regolamentazione di questa posizione lavorativa.  È utile riportare alla memoria ciò che accadde nel 2018, quando un altro colosso americano, Starbucks, decise di spostarsi sul nostro paese, i social e la stampa iniziarono ad esprimere i primi dubbi, su come e se questo tipo di catene potessero o meno rovinare e danneggiare l’immagine e la reputazione dei prodotti alimentari del nostro paese, se prima si disquisiva sul caffè e i prodotti da bar, oggi l’attenzione è rivolta alla pizza. 

Specialmente su Twitter si notano le prime critiche e i primi dubbi, molti sono scettici e sono convinti che saranno soldi mal investiti, altri sostengono come tale iniziativa possa seriamente ledere il mercato italiano, mentre altri suggeriscono come il governo debba fermare questa espansione tramite regolamentazioni. 

I dubbi sono leciti, l’Italia è il paese leader per quanto riguarda cucina e ingredienti di prima qualità e la presenza di questi colossi potrebbero seriamente corrodere il nostro sistema. 

Fonte: wired.it

È lo stesso Lazzaroni a chiarire la situazione, illustrando come la materia prima utilizzata e le fasi di lavoro siano di altissima qualità, così come gli ingredienti e la fragranza dei prodotti, in particolare Domino’s Italia utilizza solo materie da produttori certificati, e alcuni di questi fanno parte della categoria dei D.O.P., “Denominazione di Origine Protetta”.  

Questo tipo di operazione è stata implementata anche in altri paese europei, come Norvegia, Svezia, Irlanda etc., risultando però fallimentare e portando l’azienda a chiudere più di 100 punti vendita per mancati profitti.

Le parti sono schierate e per sapere come si evolverà la situazione non ci resta che aspettare la risposta alla domanda fondamentale: riuscirà Domino’s ad abbattere la tradizione e a conquistare la pancia degli italiani? 

 


Coronavirus: chiariamoci le idee

La Cina è in quarantena: strade deserte, scuole chiuse, mezzi pubblici inutilizzabili e produzione industriale sospesa. No, non è il prologo di un film apocalittico sulla fine del mondo, ma le conseguenze della diffusione dell’ormai noto coronavirus. Tv, giornali e social media sono in continuo aggiornamento con notizie provenienti da Pechino, Usa, Russia ed Italia che hanno momentaneamente bloccato i voli e inizia a manifestarsi una certa diffidenza nei confronti della popolazione cinese. Ma cosa sta davvero accadendo? Chiariamoci le idee.

Turisti cinesi con mascherine per corona virus in aereoporto
Fonte: Thenational

I coronavirus, innanzitutto, fanno parte di un’ampia famiglia di virus in grado di causare sia malattie comuni come un semplice raffreddore, fino ad arrivare a patologie più gravi come la SARS (Sindrome respiratoria acuta grave), già manifestatasi in Cina nel 2002 con 8.000 persone contagiate e 775 decessi accertati, o la MERS (Sindrome respiratoria mediorientale). Quello manifestatosi per la prima volta a Wuhan, è dunque un nuovo ceppo mai stato identificato precedentemente dall'uomo, dal nome "Coronavirus 2019-nCoV".

Virus Coronavirus 2019-nCoV al microscopio
Fonte: Wikipedia

Attualmente non è noto come si sia sviluppato. Alcuni sostengono che sia arrivato all’uomo dal serpente e dal pipistrello (molte altre malattie respiratorie simili a questa, provengono proprio da questi animali). Altri affermano invece, che si sia propagato dal mercato del pesce della cittadina cinese, anche se, a ben vedere, non ci sono riscontri oggettivi sulla presenza del primo paziente su cui è stato riscontrato il virus al mercato, in periodi antecedenti il primo dicembre (giorno del suo ricovero). A far discutere è stata inoltre la comunicazione tardiva da parte delle autorità di Pechino, all'Organizzazione Mondiale della Sanità (OSM), circa la diffusione del nuovo agente infettivo, arrivata soltanto a fine mese. Dalla provincia orientale di Hubei, il nuovo coronavirus si sarebbe propagato in altre zone della Cina arrivando rapidamente, a causa degli spostamenti aerei, in altre parti del mondo. Da dicembre ad oggi sarebbero 20 mila i contagi ed oltre 400 le morti causate dal virus. Da qui è possibile monitore la diffusione in tempo reale grazie alla mappa fornita dalla Johns Hopkins University.

Soltanto il 20 gennaio è stata scoperta la trasmissibilità tra esseri umani del nuovo ceppo, dalla National Health Commission cinese: il contagio avviene attraverso il contatto con gocce di respiro di soggetti infetti, provocate da tosse, starnuti e mucosa nasale. Il tasso di contagiosità non è comunque alto, compreso tra 1,5 e 2, il che significa che ogni infetto può contagiare da una a due persone (per il morbillo, ad esempio, il tasso va da 7 a 29). Il periodo di incubazione, cioè l’arco temporale tra il contagio e il manifestarsi dei primi sintomi clinici, va dai due giorni alle due settimane, tuttavia il problema maggiore è dato dalla complessa diagnosi. Il coronavirus presenta, infatti, sintomi comuni ad una semplice influenza quali raffreddore, febbre, tosse secca e difficoltà respiratorie. Di conseguenza, in caso di sospetto contagio, sono necessari degli esami di laboratorio per confermarne la presenza. La letalità (il numero dei decessi rispetto alla percentuale dei casi), infine, è bassa; basandosi sui pazienti curati in ospedale è del 3% e, sale al 20%, nei casi più gravi. È possibile comunque consultare, per maggiori informazioni, l’apposita pagina web istituita dal Ministero della Salute.

Cinese con mascherina e smartphone in aeroporto
Fonte: Thenational

Tuttavia, non finisce qui: sono anche i risvolti economici e sociali dell’epidemia a preoccupare le grandi potenze mondiali. Anche se è ancora troppo presto per valutare i reali impatti del coronavirus sulla crescita del gigante asiatico, le prospettive non sono certo positive. È previsto che il Pil cinese perda poco più di un punto percentuale già nel primo trimestre del 2020, rispetto a quanto preventivato, se i settori più colpiti dal calo dei consumi dei cinesi (trasporti e intrattenimento pubblico), dovessero scendere del 10%, secondo quanto riportato da Standard & Poor’s. Sotto la lente d’ingrandimento degli investitori, anche il settore tecnologico: ad oggi la Cina è al secondo posto nel mercato globale per valore e quantità degli investimenti di venture capital in startup e società tecnologiche. Si teme che la relazione negativa tra epidemie ed effetti economici, comporti un calo nell'afflusso di capitali privati. Il vero problema risiede però, nella chiusura temporanea di migliaia di fabbriche che blocca la produzione e, di conseguenza, le catene del valore globalizzate non soltanto nel settore dell’automotive e della chimica.

C’è da preoccuparsi anche a livello mondiale. Pechino rappresenta quasi un terzo della crescita globale con una quota percentuale superiore ad Europa, Usa e Giappone messe insieme, come ribadito da Andy Rothman, economista di Matthews Asia. Di conseguenza, alla luce di una crescita globale del 2,9% stimata per il 2020, l’impatto negativo sul Pil mondiale, potrebbe anche arrivare ad essere superiore all’1,8%.

Cinese fa shopping in un centro commerciale con buste rosse in mano e smartphone
Fonte: Luxetalent

E l’Italia? Essendo un paese che più di altri basa la propria economia sulle esportazioni e, considerando che il popolo cinese è tra i maggiori consumatori a livello globale, non si può certo stare sereni. I settori più colpiti saranno il lusso e il turismo. Il primo vale il 50% della bilancia commerciale, con i cinesi protagonisti del 28% degli acquisti (spesa media giornaliera pari a 300 euro). Il secondo, dopo un 2019 che aveva fatto registrare il record assoluto di presenze cinesi (5,3 milioni), per quest’anno dovrà prevedere numeri certamente più contenuti. Basti pensare ad una città d’arte come Firenze che prevede un calo da gennaio a maggio di circa 400 mila unità. Paura, quarantena, diffidenza e blocco degli spostamenti stanno facendo crollare il mercato cinese, fondamentale per l’Italia.

Nella speranza che in tempi brevi l’epidemia riesca ad essere contenuta, il vaccino scoperto e il virus debellato, il nostro pensiero non può non andare al Dott. Li Wenliang, uno dei primi medici cinesi ad avere intuito la pericolosità del nuovo virus. Accusato dalla polizia di Wuhan di aver “turbato l’ordine sociale e diffuso notizie false”, il medico cinese è deceduto il 5 febbraio per aver contratto il virus che aveva scoperto, ma che nessuno aveva creduto potesse esistere. Pochi giorni dopo le accuse, il coronavirus ha iniziato a diffondersi in tutta la Cina. Vorremmo ricordarlo con le parole scelte da Enrico Mentana sul suo profilo Instagram:

“Beati i mondi che non hanno bisogno di eroi, addio Dott. Li”.

Dott. Li Wenliang in ospedale
Fonte: RaiNews

coppetta di gelato Grom

Il futuro di Grom

di Ketty Ilacqua
Tempo di lettura: 2 minuti

Grom nasce a Torino nel 2003 dall’idea dei due trentenni Federico Grom e Guido Martinetti, dalla chiara e semplice idea di produrre il “gelato come una volta”. Il sogno italiano era presto diventato internazionale, con un’espansione iniziata negli Stati Uniti e che aveva portato 3 nuovi grandi soci, continuata poi con l’apertura delle gelaterie a Dubai, Malibù, Parigi, arrivando a contare 17 gelaterie all'estero e 67 in Italia.

coppetta di gelato Grom
Fonte: www.horecanews.it

Nel 2015 la multinazionale Unilever acquisisce l’azienda e con essa il marchio sbarca nei supermercati, andando così a perdere proprio l’artigianalità che contraddistingueva i gelati Grom.

In questi anni il numero di gelaterie presenti sul territorio italiano è sceso a 46, ma il cambio di rotta risulta molto chiaro adesso che Unilever ha confermato quattro chiusure nel 2019 alle quali se ne sommano altre tre per il primo trimestre 2020, compresa quella della sede storica di Torino. Questo cambio, spiegano da Grom, sarebbe a supporto del piano di crescita del brand per assecondare l’evoluzione del modello di business degli ultimi anni che «tiene conto di nuove opportunità, di nuovi canali e di nuovi modelli di acquisto e consumo».

Guido e Federico Martinetti
Fonte: www.repubblica.it

Quindi Grom non sparirà dall’Italia, bensì le gelaterie faranno parte di un ecosistema in cui i diversi canali opereranno in sinergia con gli altri, tra cui degli smart format come chioschi e biciclette gelato su strada per il canale on the go, la GDO, i bar e il canale direct to consumer.

Possiamo dunque dire che il pericolo è scampato, la rete di vendita è chiaramente oggetto di revisione ma non verrà del tutto eliminata, rimarrà anzi al centro dell’esperienza e del DNA di Grom.


Durante gli incendi molti animali sono rimasti feriti

L'Australia brucia. È tempo di salvare il nostro pianeta

di Dario Consoli
Tempo di lettura: 2 minuti

L’Australia brucia. Da oltre quattro mesi le fiamme stanno uccidendo decine di persone e milioni di animali, carbonizzando foreste e rigettando nell’aria tonnellate di CO2. Si calcola che a bruciare sia un area da 6 milioni di ettari, corrispondenti alla Lombardia, al Veneto e al Piemonte messi insieme.
A novembre è stato dichiarato lo stato d’emergenza, ma la stagione degli incendi è in realtà appena iniziata e sembra che il peggio debba ancora arrivare.

Una foto dall'altro dove possiamo vedere i vari incendi diffusi in Australia
Fonte: 4news.it

Cosa sta succedendo? Quali sono le ragioni dietro a questa catastrofe ambientale?

Attualmente in Australia è Estate e il 2019 si è confermato essere l’anno più caldo e più secco mai registrato dal 1900 ad oggi. Basti pensare che è mancato oltre un terzo della pioggia che solitamente cade sul continente. Nei mesi scorsi, l’incremento delle temperature, misto a siccità e venti forti, ha portato alla diffusione degli incendi, in particolare nel Nuovo Galles del Sud e nel Queensland.
Questa micidiale ondata di calore è stata provocata da una rara combinazione di fattori, come ci spiega in un post, ormai diventato virale su Facebook, Giorgio Vacchiano, ricercatore in selvicoltura e pianificazione forestale dell’Università degli Studi di Milano. Uno di questi fattori è il Dipolo dell’oceano Indiano (IOD), cioè un fenomeno di oscillazione termica delle temperature superficiali dell’oceano indiano, con la componente occidentale della massa d’acqua che può risultare molto più calda di quella orientale. Tale configurazione porta aria umida sulle coste africane e aria secca su quelle australiane. A tale fenomeno se ne sono aggiunti altri due, generando il mix letale: un improvviso riscaldamento della stratosfera, con oltre 40 gradi di aumento nella zona antartica, che ha portato ulteriore aria calda e secca sull’Australia; una fase negativa dell’oscillazione antartica, cioè lo spostamento da nord a sud di una fascia di venti a bassa pressione attorno all’Antartide. Tale fenomeno avrebbe contribuito anch’esso a portare aria calda sul continente.

Durante gli incendi molti animali sono rimasti feriti
Fonte: inMeteo.it

Si è vero, stiamo parlando di fenomeni naturali. Ma le condizioni estreme con le quali si sono presentati si legano inequivocabilmente ai cambiamenti climatici provocati dalle eccessive emissioni di CO2 nell’aria da parte dell’uomo.

Richard Betts, responsabile della ricerca sugli impatti climatici presso il Met Office Hadley Center, ha spiegato che “la temperatura media in Australia è di circa 1,4° C più calda rispetto alla temperatura media globale nel periodo preindustriale” e che “le temperature a dicembre in Australia, che si sono verificate di recente, sono estreme per ora, ma sarebbero normali in un mondo con un riscaldamento che aumenta di 3 gradi”. Il clima favorevole agli incendi si presenta naturalmente, ma sta diventando più severo e diffuso a causa dei cambiamenti climatici. Limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2° C contribuirebbe ad evitare ulteriori aumenti del rischio di condizioni meteorologiche estreme.

Ecco perché il governo australiano viene accusato come principale responsabile di queste catastrofi. L’Australia ha ottenuto il peggior punteggio assoluto nella valutazione della politica climatica da parte del Climate Change Performance Index del 2020. È inoltre uscita dagli accordi di Parigi e ha cancellato la Garanzia Energetica Nazionale, un programma che avrebbe dovuto ridurre le emissioni di Co2.

Da un lato il mondo pulito e curato, dall'altro il mondo che brucia per azioni dell'uomo
Fonte: ilmeteo.it

Il problema principale risiede nella natura dell’economia australiana, che ruota attorno all’esportazione di carbone, un combustibile fossile la cui estrazione non è compatibile con il raggiungimento degli obiettivi di Parigi per contenere la temperatura della Terra.
La realtà è comunque molto più articolata e complessa, ed ammettere che i veri responsabili di queste catastrofi ambientali siamo un po' tutti è sicuramente più difficile che puntare il dito contro il primo ministro Morrison o chi lo ha eletto. La produzione di energia, il riscaldamento domestico, l’agricoltura e l’allevamento intensivo, i trasporti, la deforestazione, sono tutte attività svolte nel mondo che contribuiscono all’aumento di CO2 nell’atmosfera e di cui siamo responsabili tutti.

Quelli australiani sono solo alcuni dei sintomi più lampanti del futuro a cui stiamo andando incontro. Un futuro fatto di stravolgimenti, di morte e distruzione provocati dall’impatto che stiamo avendo sul nostro pianeta e del quale non sembriamo proprio voler renderci conto. Nascondere la testa sotto la sabbia però, in caso di incendi, allagamenti o siccità, non ci permetterà di aver salva la vita.

Alberi che bruciano. Incendi in Australia
Fonte: teleambiente.it

Il problema del cambiamento climatico è una realtà ed è tempo di agire seriamente.

Tutti noi possiamo dare una mano, soprattutto attraverso donazioni a distanza da effettuare a una delle tante associazioni impegnate nel contenimento degli incendi:

La Croce Rossa australiana

Ricerca di volontari sul posto

NSW Rural Fire Service

Country Fire Authority

 

Chi volesse offrire il proprio contributo a favore della fauna selvatica può invece rivolgersi a una delle numerose associazioni animaliste che si stanno occupando di soccorrere e salvare gli animali feriti dagli incendi:

WWF

Port Macquarie Koala Hospital

Wires

Kangaroo Island Wildlife Park

 

 

 

 


I nuovi biscotti della Ferrero

Barilla, Ferrero e le dolci strategie di marketing

di Riccardo Rocco Tornesello
Tempo di lettura: 2 minuti

Dopo la febbre dei Nutella Biscuits da gennaio arrivano i Biscocrema. Barilla e Ferrero sono pronte per una nuova sfida.

Il clamoroso successo di Ferrero, che a poche settimane dal lancio ha trasformato i propri biscotti in un vero e proprio fenomeno di costume, ha imposto a Barilla una replica immediata

Per rispondere al fenomeno dei Nutella Biscuits, il gruppo emiliano lancia i Biscocrema, una frolla al cacao con all’interno un cuore di crema Pan di Stelle, ricoperto da una cialda di cioccolato su cui è apposta l’iconica stella. 

Nuovi biscotti Pan di Stelle
Fonte: il messaggero.it

Un ‘’gioiellino’’ che debutterà sugli scaffali da gennaio 2020, andando a rafforzare ulteriormente l’offerta del colosso di Parma a solo un anno dal lancio della sua crema.

Nonostante per Julia Schwoerer, Vice President Marketing di Mulino Bianco, i Biscocrema non rappresentino una risposta alla competizione con Ferrero ma una naturale estensione di marca, la sfida è titanica. 

‘’Non vogliamo fare la guerra dei numeri né delle quote, noi siamo leader di mercato con il 37% di quota valore’’ ha dichiarato Schwoerer in occasione della presentazione del nuovo biscotto, augurandosi che queste attività contribuiscano a far crescere la categoria in modo sano

Barilla, infatti, ha deciso di colpire il proprio competitor mirando ai suoi punti deboli: il nuovo biscotto sarà venduto in monoporzioni da due biscotti, per limitare le calorie e sarà prodotto senza olio di palma, come tutta la linea Pan di Stelle. 

Vi è proprio l’olio di palma all’origine delle ostilità tra le due multinazionali italiane. 

Nell’estate del 2016, Barilla elimina l’olio di palma dai propri prodotti e lo scrive a caratteri cubitali nelle confezioni dei suoi brand simbolo, tra cui Pan di Stelle. Una mossa a sorpresa, in quanto fino ad allora Barilla aveva seguito la linea delle altre società italiane, contrastando il clima avvelenato intorno all’olio di palma attraverso una campagna di rassicurazione nei confronti dei propri clienti, i quali hanno iniziato ad interrogarsi sulla qualità di ciò che mangiano e sui rischi per la propria salute.

I nuovi biscotti della Ferrero
Fonte: startingfinance.com

Tornando alla mania dei Nutella Biscuits, si stima che nelle prime tre settimane dal lancio siano stati venduti 57 milioni di biscotti, per un fatturato che ha già superato la soglia degli 8 milioni di euro. Mantenendo questi ritmi di vendita, si stima che il colosso di Alba potrebbe abbondantemente superare i 130 milioni, oltrepassando così il prefissato obiettivo degli 80 milioni di fatturato.

Stando ai numeri di Barilla però, i biscotti più venduti al momento sono le Gocciole di Pavesi (gruppo Barilla), mentre al secondo posto c’è Pan di Stelle.  La neonata Crema Pan di Stelle invece, diretta concorrente di Nutella, ha conquistato “una quota di mercato del 7,5% in valore”, facendo crescere l’intera categoria delle creme spalmabili dell’11%. 

Certo, ‘’Se tutte le guerre fossero fatte di biscotti il mondo sarebbe migliore’’ e nell’attesa di vedere chi vincerà la battaglia commerciale sugli scaffali, non ci resta che affrettarci ad appendere la calza sopra al camino. 

 


Sergio Mattarella inaugura l'Anno Accademico a Parma

di Erica Lo Verso e Nunzio Salvatore Minissale
Tempo di lettura: 3 minuti

Sostenere l'utopia è un dovere morale.

Giornata di grande emozione venerdì 29 novembre a Parma, dove una platea di autorità, docenti, studenti e semplici cittadini si è riunita presso l’Auditorium Paganini per celebrare, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’inizio dell’Anno Accademico.

Era dal giugno 2018 che Parma non ospitava la più Alta Carica dello Stato: comprensibile quindi la massiccia risposta della città, con i posti disponibili in platea esauriti in pochissime ore. L’attesa per l’ingresso del Capo di Stato si è sciolta in uno scrosciante applauso da parte degli 800 presenti, mentre il PdR veniva accolto al proprio arrivo dal sindaco Pizzarotti, dal Presidente della Regione Bonaccini e da quello della provincia Rossi. 

Ripercorriamo passo dopo passo i momenti salienti della giornata: dopo la proiezione di immagini legate a varie esperienze di cui è stato protagonista l’Ateneo, la Cerimonia è iniziata ufficialmente con la consegna della Mazza Rettorale dell’Università di Parma da parte di Edoardo Scotti (giovane matricola di Biologia e campione europeo under 20 dei 400 metri piani); si sono poi susseguiti - intervallati dai canti del Coro Universitario “Ildebrando Pizzetti” (diretto dal maestro Ilaria Boldi) - l’ingresso del Corteo Accademico, dove erano presenti rappresentanti di diversi Atenei, e quello degli ospiti principali della giornata: Yuri Ferrari (Presidente del Consiglio degli Studenti), Rita Ollà (Presidente del Consiglio del Personale tecnico-amministrativo), Enrico Giovannini (Professore ordinario di Statistica Economica e Portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile). In ultimo, l’ingresso del Magnifico Rettore Paolo Andrei ha preceduto di qualche istante quello dell’ospite più atteso, prima che la cerimonia cominciasse con l’esecuzione dell’Inno di Mameli.

Mattarella saluta

Il tema principale della giornata ha senz’altro riguardato la sostenibilità ambientale, ma, durante la Cerimonia, non sono mancati i riferimenti all’importante ruolo dell’Ateneo nel contesto socio-economico territoriale e nazionale. In particolare, il Presidente della Provincia Diego Rossi e il sindaco Federico Pizzarotti hanno sottolineato da una parte i punti di forza del territorio riguardanti la presenza di alcuni settori produttivi trainanti e l’attrattività dell’Università, dall’altra la necessità di integrare il tema della sostenibilità in ogni ambito. Il Presidente regionale Stefano Bonaccini ha dato forza a questi aspetti riportando dati significativi (ad esempio l’aumento del 30% delle iscrizioni nelle quattro Università emiliane) e indicando i tre pilastri per la crescita sostenibile: manifatture, turismo e cultura. Ultimo (ma non meno importante) punto evidenziato riguarda l’importanza del tema dell’innovazione tecnologica, digitale e robotica. 

Nel proprio intervento, il Rettore Paolo Andrei si è interamente focalizzato sulla questione dello sviluppo sostenibile nel contesto di Ateneo "Non è un caso - ha spiegato - che proprio la sostenibilità sia il tema cardine scelto per quest'anno, dal momento che in questa direzione l'ateneo sta facendo passi importanti. Per la prima volta nel Piano strategico di ateneo 2020-2022 è stata dedicata un'intera area strategica trasversale allo sviluppo sostenibile, e per la prima volta è stato realizzato un rapporto di sostenibilità dell'ateneo di Parma, base di partenza per una nuova politica di azioni e di sviluppo sostenibile di tutta la comunità accademica, che sarà presentato a inizio dicembre in aula Magna". Questi risultati sono stati ottenuti basandosi su altri tre pilastri interdipendenti: centralità degli Studenti, rafforzamento del capitale umano e interazione con la Società. La Commissione Esperti di Valutazione Anvur nel 2019 ha collocato l’Università di Parma nella Fascia A e col punteggio più alto a livello nazionale, per cui il Rettore ha commentato tale risultato evidenziando due elementi di grande soddisfazione: “la passione e l’impegno di tutti coloro che hanno lavorato per il conseguimento di questo risultato” da un lato, e “l’apprezzamento dei valutatori per un’Università ricca di saperi diversi, che trova nella complessità non un limite ma una ricchezza” dall’altro. 

Striscioni per il presidente Mattarella

In seguito, si sono avvicendati sul palco il Presidente del Consiglio degli Studenti Yuri Ferrari e il Presidente del Consiglio del Personale tecnico-amministrativo Rita Ollà: il primo è stato portavoce di numerosi spunti di riflessione per la politica nazionale, affrontando il tema della centralità del diritto allo studio, le varie criticità che ancora oggi molti universitari, specialmente fuori sede, sono costretti ad affrontare, la necessità di una proficua collaborazione che permetta il continuo sviluppo e progresso dell’Ateneo, augurando infine agli studenti di “vivere l’Università come una seconda casa, non solo come luogo di impegno [...] ma anche come il luogo dove poter coltivare le passioni e vivere momenti indimenticabili”; la seconda ha rivendicato con orgoglio il risultato raggiunto dall’Università in seguito alla valutazione Anvur, reso possibile anche grazie al lavoro dell’organo che rappresenta, che ogni giorno con passione e impegno permette di svolgere le attività principali di didattica, ricerca e terza missione e di veicolare anche esternamente la cultura, contribuendo così all’accrescimento della società. Ha dichiarato inoltre che gli organi dell’Ateneo sono pronti a raccogliere la nuova sfida della sostenibilità diventando protagonisti attivi del cambiamento, relativamente all’uso consapevole e sostenibile di acqua ed energia, mobilità e gestione responsabile dei rifiuti. Infine ha sollevato al Presidente la necessità di rafforzare le normative attuali.

Come da programma, la proclusione è stata affidata al Professor Enrico Giovannini, che è intervenuto sul tema “Salvare il pianeta e salvare l’umanità. Utopia o dovere morale?”: dopo una lucida analisi storica sugli “errori” commessi dalla Società moderna, che ha impattato sull’ambiente in maniera devastante, il Portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile ha lanciato il proprio appello: “Gli esperti chiamano questo periodo “l’antropocene”, ovvero la prima era geologica le cui condizioni sono determinate dall’uomo”; per il futuro, secondo Giovannini, ci sono dunque 4 alternative: credere che il modello di oggi possa ancora funzionare (sbagliando), cercare di accumulare ricchezze “per permettersi un bunker in nuova zelanda” (una palese provocazione), credere a una visione “retrotopica” dove, a parere dell’esperto “torniamo al passato, ai muri, alle divisioni” o infine credere e agire per una visione “utopica”, sostenibile, “come le nuove generazioni ci chiedono di fare”. Quale progresso vogliamo? sta a noi sceglierlo. Il principio di base dello sviluppo sostenibile è l’integrazione. Bisogna essere etici, che non significa buoni, ma razionali, per riuscire a definire comportamenti giusti, leciti. Disponiamo di un’etica dello sviluppo sostenibile? Stiamo veramente dando a tutti pari opportunità, come auspicato dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile? Con queste due questioni, Giovannini conclude il suo accorato intervento: "Proponiamo di inserire in Costituzione proprio il principio dello sviluppo sostenibile come giustizia tra generazioni. Non è una questione dell'ambiente che è già coperto dall'articolo 9, ma è qualcosa che garantisce le nuove generazioni dai danni e dagli errori come quelli che continuiamo a fare anche in questi giorni".

Mattarella parla con i ragazzi dell'Università di Parma

La prima risposta ai quesiti lanciati è arrivata, inevitabilmente, dal Capo di Stato. Salito sul palco per un breve intervento non programmato, Mattarella ha sottolineato "l'importanza degli obiettivi fissati dall'Agenda 2030 dell'Onu e l'importanza dell'obiettivo che si è data la nuova Commissione dell'Ue con l'intendimento dichiarato di fare dell'UE per il 2050 una realtà neutra dal punto di vista ambientale, una realtà che non contribuisca più in alcuna misura anche minima all'inquinamento del globo. È un obiettivo impegnativo, non semplice ma possibile, da sostenere in ogni modo". Prima di lasciare la sala tra gli applausi, il Presidente ha invitato a seguire la strada dell’utopia, poiché "tra utopia e dovere morale c'è una strettissima connessione". Ha inoltre rivolto un augurio a tutta la città, ribadendo come l’inaugurazione fosse "l'anticipazione di quello che fra poco più di un mese Parma vivrà come capitale italiana della Cultura, appuntamento che vedrà l'ateneo ricoprire un ruolo centrale". Il Capo di Stato tornerà infatti a Parma a gennaio 2020 per dare il via ufficiale all'anno della città come capitale italiana della cultura. 

Al termine dell’evento, il PdR ha ricevuto l’affetto di alcune classi elementari, che lo hanno accolto all’uscita dall’Auditorium con striscioni, cartelloni e bandiere tricolore. Soddisfatto il sindaco Pizzarotti: ”Mattarella ritornerà ancora a Parma, è un bel riconoscimento per la città. Si tratta di un’istituzione molto vicina ai sindaci, questo ci fa piacere. La città ha risposto benissimo, sono convinto che il 12 gennaio sarà un altro momento memorabile.”