Dolce&Gabbana vs Cina: come rovinare la tua brand reputation

di Federica Montalbano

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La scorsa settimana abbiamo assistito ad un teatrino tutto italiano che però ha coinvolto l’intero mercato mondiale del lusso e della moda.

Partiamo dall’inizio.

Il primo atto si apre con delle pubblicità raffiguranti una modella cinese che racchiude tutti i cliché di quella cultura: kimono, ambiente decorato con oggetti che richiamano la cultura asiatica e l’uso delle bacchette per mangiare il cibo. Il cibo in questione però non era cinese bensì italiano. Vi starete chiedendo: dov’è il problema? Il punto è proprio questo. Prima di iniziare una campagna di marketing in una cultura diversa dalla nostra bisogna analizzarla e capire la sensibilità della popolazione per evitare ripercussioni sull'azienda. La ragazza nello spot mangiava cibi italiani quali la pizza, gli spaghetti e il cannolo siciliano e proprio su quest’ultimo la voce fuori campo propinava doppi sensi prendendola in giro con frasi del tipo “è troppo grosso per te?”.

Nel secondo atto invece, dopo questa chiara offesa alla cultura cinese, tutti si aspettavano delle scuse da manuale che però non sono arrivate. Al loro posto si è assistito a commenti contro il popolo cinese accusato di puzzare, di essere ignorante e mafioso.

Il giorno dopo è andato in scena il terzo atto con delle scuse poco sentite e piene di errori da parte di Stefano Gabbana e Domenico Dolce. La domanda sorge spontanea: non potevate pensarci prima?

Non stiamo parlando di una commedia di Totò o di una serie tv di Netflix ma del caso Dolce e Gabbana vs Cina.

Per la promozione della propria linea in Cina, uno dei grandi marchi del luxury italiano come D&G, ha deciso di organizzare un grande evento a Shangai. L’hashtag scelto per l’occasione avrebbe dovuto essere #DGTheGreatShow. La sfilata attendeva 1500 invitati, tra cui attori, cantanti e membri dello spettacolo molto conosciuti nel paese e i costi organizzativi ammonterebbero intorno a 12 milioni di euro. La scelta sbagliata della casa di moda però è stata nella campagna di comunicazione “DGLovesChina” organizzata per l’occasione, che prevedeva tre video in cui una ragazza cinese mangiava cibo italiano. I video diffusi sul social network più popolare della Cina, Weibo, hanno mosso in poche ore le indignazioni del popolo asiatico, ferito per il trattamento che la casa di moda aveva riservato alla propria cultura.

Su Instagram DietPrada, da sempre famoso per il suo atteggiamento molto critico verso il fashion business, critica i tre spot di D&G. Stefano Gabbana avvezzo alle polemiche social, non si tira indietro di fronte alle critiche e risponde offendendo la cultura cinese e peggiorando la situazione in cui la sua azienda già si trovava. Dopo la divulgazione di questa chat, tutti gli e-commerce cinesi hanno eliminato dai loro stock i prodotti D&G e molti VIP invitati alla sfilata hanno sabotato l’evento che per questo è stato annullato. Sul web circolavano video in cui venivano bruciati e tagliuzzati i vestiti e gli accessori della maison.

Con il suo messaggio Stefano Gabbana non ha solo bruciato 1/3 del suo fatturato ma ha anche causato gravi danni alla reputazione della sua società.

Warren Buffett ha detto che “ci vogliono vent’anni per costruirsi una reputazione e cinque minuti per perderla. Se lo tieni a mente agirai in maniera diversa.”  Questo ovviamente non è affiorato nella mente del proprietario di D&G, anche perché per giustificarsi dell’accaduto ha dichiarato che il suo account è stato hackerato.

Nel bel mezzo della crisi reputazionale che la maison sta affrontando, con un giorno di ritardo arriva l’atteso video di scuse, in cui i due proprietari del brand D&G si impegnano a far sì che ciò non accada mai più e che faranno qualcosa di più grande per il mercato cinese. Scuse però che non convincono molti. Si possono notare molti errori, per esempio: il video è mal recitato e con frasi fuori luogo. Non bisogna fare delle scuse solo per il mero dovere di doverle fare, con voce rotta e facce chiaramente compromesse dalla notte insonne passata a pensare alla grande crisi in cui sono stati travolti, ma delle scuse sincere e sentite.

La reputazione è un valore inestimabile e nell'era del web 2.0, la rete non dimentica, ma amplifica i tuoi errori. Il mercato asiatico fra un paio di mesi dimenticherà questa storia, così come la dimenticheremo anche noi, ma la rete avrà in mano tutto, pronta a farlo riaffiorare quando sarà necessario.

Così come quando Domenico Dolce si era schierato a favore della famiglia tradizionale sostenendo di non essere d’accordo al concepimento di un figlio da madre surrogata. Sul web era scoppiata la polemica con i sostenitori dei diritti dei gay, ricevendo le indignazioni anche di Elton John che aveva difeso i propri figli nati appunto da madre surrogata.

Già quest’anno Stefano Gabbana dal suo profilo Instagram aveva commentato una foto di Selena Gomez con “è proprio brutta”; la star non si è pronunciata su questo episodio ma per lei lo hanno fatto i suoi fan e Miley Cyrus.

Potremmo continuare con vari casi in cui il brand D&G è stato coinvolto in scandali causati dai suoi proprietari, ma lascio al network questo arduo compito. A mio parere Stefano Gabbana e Domenico Dolce dovrebbero limitarsi a fare i sarti e designer per la loro società e lasciare spazio al team di social media manager della loro azienda anche se un errore dobbiamo addebitarlo anche a loro in tutta questa storia.

Senza dubbio in futuro il team di comunicazione analizzerà bene la cultura e la tradizione del mercato in cui intende approdare e si spera che in futuro i due designer non commettano altre sciocchezze con le loro reazioni. Alla fine a rimetterci è sempre l’azienda e soprattutto il brand, che perde valore e fiducia agli occhi dei consumatori, ma anche dei VIP che non si sentono più di voler rappresentare un marchio di cui non condividono i valori e scelte.

Quello di Dolce e Gabbana è un chiaro caso di crisi reputazionale mal gestita, in cui le aziende dovrebbero cercare di non inciampare mai o almeno di attutire i colpi con stile.


Novità da Google Maps: arrivano le chat

di Veronica Amato

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"See your messages with local businesses in Google Maps". Con un post su un blog aziendale, Google annuncia così la nuova funzione per Maps. Ma di cosa si tratta esattamente?

Fra non molto sarà reso disponibile dalle mappe di Google il servizio di chat che consentirà a tutti gli utenti di entrare direttamente in contatto con ristoranti, pasticcerie, negozi d’abbigliamento, cinema e altre attività aderenti.

L'implementazione pensata da Google è completa: partendo dall'app My Business, i gestori di attività commerciali potranno inviare e ricevere messaggi, ma non sarà solo questa l’unica novità apportata. Sarà infatti inserita una sezione recensioni riservata a tutti i clienti. Le aziende potranno così rispondere alle recensioni, vedere i clienti che seguono l'attivita e sviluppare quindi un'interazione a 360°.

Non è tutto: con il nuovo tasto Pubblica si potranno caricare foto, condividere le informazioni delle imprese commerciali, creare delle offerte e ricevere le notifiche ogni volta che il cliente interagisce con la scheda di Google. Il tutto grazie a My Business.

L’idea chiave secondo cui si basa Google nell’apportare innovazione tecnologica è che i singoli individui abbiano la necessità di autogestirsi, ed è proprio in quest'ottica che interviene la società nella ricerca di soluzioni alle esigenze dei propri clienti.

Una strategia customer oriented che vede il colosso tecnologico in continua crescita. Da Chrome a Maps, da Calendar a Drive e Fit, ecco dunque come Google continua ad ampliare l'assortimento di servizi offerti cercando di rendere le proprie piattaforme pratiche e facilmente utilizzabili da qualsiasi tipologia di utente, consumer o business che siano.

 


Quando un’esperienza divertente può diventare la base di un business. È Flying Tiger mania!

di Roberta Signorino Gelo
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Temperamatite a forma di naso, cartelle a pois, pupazzi di forma quadrata e caramelle all’ananas e liquirizia. Questi e molti altri, sono gli oggetti venduti dall’eccentrica azienda a marchio Flying Tiger, danese di nascita e ormai affermata in tutta l’Europa e oltre nel settore dell’oggettistica. Da pochi giorni è approdata anche a Parma e si può ancora osservare una fila interminabile di persone di tutte le età davanti allo store della trafficata via D’Azeglio.

Ma qual è l’elemento che rende questa catena di negozi irresistibile? Quello che Flying Tiger fa sostanzialmente è divertire i clienti con una filosofia che si basa sul regalare un’esperienza attraverso la semplice visita dei loro punti vendita. Per far ciò, questi ultimi presentano un’accurata strutturazione che consente di riunire in una composizione organica la numerosità dei piccoli prodotti venduti che solo apparentemente sembrano non aver nulla in comune. Tutto è dominato da un arredamento tipicamente scandinavo e vi è una perfetta fusione tra il bianco delle attrezzature espositive e gli accesi colori della merce esposta, risaltata ulteriormente da numerose luci.

Le varie leve di visual merchandising utilizzate hanno comunque un altro obiettivo finale, che è quello di stimolare gli acquisti d’impulso puntando sulla parte emozionale che incide sulla decisione di acquisto. Il motore che consente tutto questo è dato anche dal layout del punto vendita che crea un percorso obbligato per il consumatore, il quale avrà la possibilità di ammirare ogni angolo e soffermarsi per provare ogni piccolo e divertente gadget. L’aspetto esperienziale è inoltre connesso alla spensierata musica di sottofondo, spesso collegata alle festività del momento (ad esempio le melodie natalizie a dicembre) e ad accurati elementi di layout merceologico che raggruppano i prodotti per occasione di consumo: l’insieme “bicchieri colorati, bandierine, piattini, e stampini per biscotti” evocherà l’idea di una festa, e così via con gli articoli di cancelleria, sportivi, per l’arredamento, per il bagno e gli alimentari. Immerso in questo mix, il consumatore non può che rimanere attratto e divertito da questi stravaganti oggettini e si ritroverà probabilmente, alla fine del suo percorso, ad aver acquistato articoli che non avrebbe mai immaginato prima del suo ingresso.

Quello che rende Flying Tiger un business ampiamente differenziato è la scelta voluta di andare controcorrente: essa ha deciso infatti, e proprio su questo si fonda il suo punto forte, di operare esclusivamente offline in un’era in cui gli e-commerce costituiscono margini di profitto rilevanti per la maggior parte delle grandi imprese affermate nei mercati internazionali.

Inoltre, fino agli inizi del 2016, i suoi top marketer non avevano la minima idea di come l’azienda avesse avuto un tale successo anche sulle piattaforme social; Klauss Vemmer, Head of Global Marketing del brand per l’appunto affermò «Abbiamo 1.4 milioni di followers e non sappiamo chi siano. È senz’altro un bene ma come dovremmo comunicare con loro? Abbiamo intrapreso campagne, ci stiamo spingendo in nuovi mercati, ma non stiamo realmente lavorando in maniera strutturata e non stiamo imparando nulla». Tale circostanza scaturiva dal fatto che il vantaggio competitivo creato era frutto di una strategia non intenzionale, scaturita dall’irresistibilità dei piccoli oggetti venduti, dal design, dal loro prezzo imbattibile e da un passaparola generale da parte dei clienti che venivano completamente conquistati dai punti vendita. Fortunatamente, nel corso dello stesso anno, Flying Tiger ha compiuto dei passi da gigante tramite adeguati piani di social media marketing che l’hanno resa attiva sulle piattaforme online, un processo di re-branding e ulteriori rafforzamenti dell’identità aziendale.

Flying Tiger è un caso di successo che dimostra come ancora oggi nel 2018 il canale fisico abbia ancora la sua importanza e come un’esperienza divertente possa risiedere alla base di un business.
E tu sei già stato rapito da questo brand?


INSTAGRAM E SHOPPING: ARRIVANO 3 NUOVE FUNZIONI

di Federica Montalbano
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Nella settimana più frenetica dell’anno per quanto riguarda gli acquisti, Instagram lancia tre nuove funzioni per lo shopping che renderanno più visibili i prodotti che i profili Business vogliono promuovere.

Il Black Friday è il giorno più atteso per tutte le attività commerciali, online e offline, è una giornata di shopping sfrenato a caccia dell’acquisto perfetto prima dei grandi saldi invernali.

Instagram non poteva perdere l’occasione per ricordare ai suoi utenti che oltre ad essere una piattaforma di condivisione di esperienze ed immagini è anche una piattaforma di business.

Fra le nuove funzioni di Instagram vi è la lista acquisti. Con questa nuova feature gli utenti avranno un’opzione simile a quella dei siti degli acquisiti online, potendo salvare i prodotti che gli interessano.

Ma come funziona? Semplicemente, basta toccare il tag di un prodotto in una storia o in post del proprio feed. Attraverso l’icona di salvataggio nell’angolo in basso a destra dell’immagine vi sarà l’opzione “Salva in acquisti”. In questo modo l’user potrà accedere alla raccolta acquisti dal proprio profilo sfogliando gli elementi salvati.

Un’altra funzione è acquista tramite video. In questo modo sarà possibile acquistare i prodotti direttamente dai video, grazie al pulsante shopping posto nell’angolo in basso a sinistra del video stesso. Premendo il pulsante si potranno visualizzare i prodotti sponsorizzati, il loro prezzo e accedere alla scheda prodotti che fornirà una descrizione più accurata.

Inoltre, i profili Business avranno una sezione Shopping in cui mostrare i prodotti, totalmente rinnovata. Con ciò si punta a facilitare la visione di tutti i prodotti presenti all’interno di un post, di un video o di una storia. Attraverso questa funzione gli utenti potranno sfogliare l’intero catalogo dell’azienda che ha chiesto la sponsorizzazione. La sezione del negozio includerà un feed di immagini dei prodotti sulle quali è possibile fare clic per visualizzare le informazioni.

In questo modo Instagram da vetrina fotografica diventa una vetrina per i rivenditori i quali possono liberamente mostrare i loro prodotti senza effettuare molti sforzi. Tutte queste funzioni così intuitive per l’utente alla fine non sono altro che soluzioni pratiche per apportare benefici ai marchi rendendo ancor più visibile il loro portafoglio prodotti.

 


strategy funnel marketing

ALLA BASE DEL FUNNEL MARKETING

di Mario Francese
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Il mondo, oggigiorno, si evolve molto velocemente, e con lui anche tutti noi.

Siamo quotidianamente bombardati da advertising, pubblicità varie, sistemi di vendita più o meno efficaci, e questo ci porta passivamente ad “abituarci”, nel corso del tempo, alle strategie del mercato, seppur senza conoscerle.

Il Marketing è, nel business, l’elemento che si evolve più velocemente di tutti, proprio per rispondere in maniera efficace al nostro adattamento.

Uno dei sistemi di Marketing più efficaci attualmente è sicuramente il Funnel Marketing. Ma che cos’è esattamente?

Il Funnel Marketing è un approccio di marketing finalizzato alla generazione di contatti, alla loro conversione e alla loro fidelizzazione con il fine di aumentarne il Life Time Value.

Ciò significa, per i “non addetti ai lavori”, creare contatti e trasformarli in clienti che spendano ripetutamente presso la nostra azienda.

Ma l’elemento fondamentale che distingue il funnel marketing dalle altre strategie è uno: è un sistema. La maggior parte delle aziende ha un’attività di marketing online finalizzata solo alla sponsorizzazione: pagano per farsi vedere sui social o sui motori di ricerca. Ma questo senza generare contatti, senza vendere, senza coinvolgere l’utente. La differenza tra un’azienda “normale” e un’azienda che applica il funnel marketing è che la prima gode solo di presenza online, la seconda ha attivo un sistema.

Il Posizionamento 

Prima di sviluppare un funnel, l’azienda deve avere chiaro il proprio Posizionamento. Questo significa conoscere il proprio cliente ideale, le sue abitudini, i suoi bisogni, dove vive, per cosa pagherebbe. Senza conoscere il proprio cliente, un’azienda “spara nel mucchio”. È fondamentale invece essere dei cecchini, per ottimizzare ogni singolo euro investito nel marketing.

Successivamente, bisogna conoscere i propri concorrenti: cosa offrono? A chi si rivolgono? Che bisogni soddisfano?

Infine, l’impresa deve sapersi distinguere. Deve quindi chiedersi “Cosa succede acquistando il mio servizio? Cosa faccio di diverso rispetto alla concorrenza? Cosa si perde il cliente che non acquista presso di me?”

Questi sono processi fondamentali per iniziare a sviluppare un proprio sistema.

La Strategia

Il secondo aspetto da considerare è la Strategia: qual è il mio core product? Come posso accompagnare il mio cliente verso l’acquisto del mio prodotto? Come posso fare up-selling e cross-selling? Come posso monetizzare da ogni singolo cliente? 

La strategia prevede la costruzione di una “mappa” che rappresenti l’intero ecosistema di prodotti che posso offrire al mio cliente ideale, con il fine di massimizzare le mie entrate.

La Big Idea

Il terzo passo consiste nel definire la Big Idea: la promessa che offro al mio cliente, la trasformazione che gli garantisco tramite il mio meccanismo. Deve essere veicolata attraverso un messaggio originale che incuriosisca il mio cliente.

Marketing Storyboard

Per veicolare il mio messaggio in maniera efficace, entra in gioco il quarto elemento: Marketing Storyboard. Questo consiste nella “storia” che accompagna il mio utente ad acquisire consapevolezza e che lo converta da contatto a cliente pagante.

L'offerta

La consapevolezza crescente del mio utente trascina quest’ultimo a desiderare il mio prodotto o servizio, lasciando spazio al quinto aspetto chiave: l’Offerta. La mia offerta è ciò che mi garantisce la conversione del contatto in cliente.

Questi aspetti sono chiaramente da modellare in base all’azienda che adotta il sistema. Va da sé che il Funnel Marketing può essere applicato praticamente in ogni business, il che è l’elemento più interessante e che dimostra la sua efficacia.


netflix maniac dude maniac

ManiApp: l’app che ti permette di trovare la tua “ansia gemella”

di Federica Montalbano
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In un mondo utopico tutti cammineremmo sopra le grate senza aver paura di cadere di sotto, prenderemmo un ascensore senza pensare minimamente di poter restarci dentro, ma quando pensi che tutto possa andare per il meglio arriva lei, la migliore amica di ogni essere umano: l’ansia.

Si perché anche se volessimo mascherarla, lei è sempre lì, che ci fa salire 10 piani di scale quando gli ascensori sono vecchi, che ci fa spostare dalle grate quando stiamo camminando tranquillamente o che ci induce a controllare costantemente le tasche dei pantaloni per essere sicuri di non aver dimenticato lo smartphone.

Alcune ansie le esterniamo, altre invece le teniamo nascoste (forse per l’ansia di condividerle?)

Adesso non dobbiamo più nasconderle, anzi possiamo trovare la nostra “ansia gemella”. Come vi starete chiedendo: lo spiega Costantino Della Gherardesca, volto dello spot ufficiale di ManiApp condiviso sulla pagina Facebook di Netflix.

Cosa c’entra Netflix? Cosa è ManiApp? Scusate forse vi ho messo un po' troppa ansia.

Il 21 settembre scorso Netflix ha lanciato una nuova serie tv, Maniac, che ha tutti i presupposti per essere considerata un ulteriore successo per il colosso americano; protagonista un cast stellare fra cui spicca il recente premio Oscar Emma Stone e la star Jonah Hill con la regia di Cary Fukunaga. L’unica nota negativa di questa serie tv è che non vi sarà una seconda stagione (almeno da quanto annunciato fino ad oggi), si spera quindi in un finale non da cardiopalma.

Netflix non ne sbaglia una e per pubblicizzare l’uscita di questa nuova serie tv si rivolge a Dude per la creazione di un app e della campagna pubblicitaria di Maniac.

L’app in questione si chiama ManiApp e permette come detto in precedenza di collegarti con la tua “ansia gemella”.

Attraverso il sito puoi creare un profilo e scegliere un avatar o semplicemente loggarti tramite Facebook, una volta eseguito l’accesso potrai scegliere fra 10 ansie.

Nell’app possiamo trovare “Minacciosa natura” per coloro che hanno paura dei topi, ragni, serpenti o anche dei piccioni; “Stressante lavoro” per coloro che temono i colloqui, il lunedì o il profilo LinkedIn. “Scuola Paranoica” per la generazione Z che teme i debiti formativi, le interrogazioni a sorpresa o la maturità, ma anche per gli universitari che temono il salto d’appello o la sessione d’esami estiva. “Disagi sociali” (una fra le mie preferite) per coloro che hanno l’ansia di puzzare, avere qualcosa tra i denti o sbagliare i congiuntivi. Troviamo anche i “Grandi classici” come scendere in cantina, chiudere il gas o la fatidica dieta. Vi sono le “Orrende situazioni” come imbustare la spesa velocemente o perdere il portafoglio, le “Cose evitabili” come l’ansia (giustamente), le bambole, i calzini spaiati o i manichini. In un mondo tutto social non potevano mancare le “Ossessioni digitali” come l’assenza del Wi-Fi, perdere lo smartphone o gli hashtag. Le “Vacansie”, “Luoghi maledetti” come la palestra a cui non ci iscriveremo mai; “Ignobili trend” in cui spicca il calzino + sandalo. Per concludere con “Amori difficili” e “Odiabile Cibo”.

Praticamente già la scelta dell’ansia ti mette ansia!

Dopo aver effettuato la scelta, ManiApp elabora un verdetto e classifica l’utente in base alle proprie ansie. La personalissima “diagnosi” che ne verrà fuori essendo molto ironica potrà essere condivisa sui social; queste vanno da “evitosi” per chi vuole evitare le cose, a “iposbattite notificosa”, “stagiste disagiotica”e “poloansiabilità deforestica”.

Dopo essere stati catalogati con la propria “patologia” si possono iniziare i match con gli altri utenti per trovare così la propria ansia gemella. Quando ci si imbatte in qualcuno che condivide la nostra stessa ansia ci sarà concesso di inviare una gif di “sostegno”.

Obiettivo dell’app? Aiutare le persone a sentirsi più “normali”, ansie a parte.

E tu che ansia hai?

 


WELCOME HOME | Caffeina

di Manuela Fiku
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Caffeina è nota a tutti come digital agency. Quello che tutti magari non sanno però è la storia, tra passato, presente e futuro. 


Cosi come per le persone, conoscere la storia di un’azienda ti permette di capirne e apprezzarne l’identità. Caffeina ha una bellissima storia e una meravigliosa identità ed entrambe sono state raccontate e valorizzare al meglio dai tre soci fondatori Tiziano Tassi, Henry Sichel e Antonio Marella oltre che dagli special guest che si sono alternati: dal sindaco Federico Pizzarotti, a Nicola Rosi, passando per Andrea Amico, Alessandro Casu, Francesco Orlando, Daniele Chieffi, Maria Cristina Origlia e Mauro Del Rio.


Quello che è emerso è stato un percorso in salita, fatto di sacrifici, idee persone e valori, concretizzati oggi nel rebranding con il nuovo logo e soprattutto il nuovo Head Quarter.

Abbiamo centinaia di foto scattate all’inaugurazione dell’HQ di Caffeina | Ideas Never Sleep. ma credo che questa sia una delle più significative.

È la foto di una scritta su una delle pareti degli uffici e racchiude probabilmente i concetti chiave che stanno alla base di quest’azienda.

Crescita.
Perché Caffeina è una startup nata nel 2012 che è riuscita a crescere in maniera sostenibile arrivando ad avere oggi più di 110 dipendenti e un portafoglio clienti da far invidia. Questa crescita prevede evoluzioni, alleanze e nuove idee.

Idee.
Come dicono sempre loro “ideas never sleep” e dopo una giornata intera passata in quest’azienda posso confermare: non si fermano mai. Hanno ridefinito il concetto di agenzia digitale ma non solo. Tante le novità presentate, tra queste la digital academy.

Impatto.
Il loro modo di operare mira alla creazione di valore per i dipendenti, i clienti, l’azienda stessa e persino la comunità. Caffeina investe in formazione, in creazione (in quanti hanno provato la VR?), in sostenibilità ambientale e satisfaction sia dei dipendenti sia dei clienti.

Amazing.
(non lo traduco perché in inglese rende di più). La prima cosa che ho pensato quando sono entrata nell’HQ è stata “tutto questo è pazzesco” e ora, post evento, posso riconfermare che tutto ciò che fanno e che sono è veramente pazzesco.

L’evento, suddiviso tra speech e party, tra ufficio e rooftop, è stato qualcosa di incredibile, un’occasione per far incontrare dipendenti e clienti, amici e parenti.

 

Il team di Oikosmos ha partecipato cercando nel suo piccolo di contribuire a qualcosa di grande e siamo grati ai fondatori di Caffeina per averci dato questa opportunità.

Auguriamo un enorme in bocca al lupo a Tiziano, Henry, Antonio e a tutti i coloro che contribuiscono a rendere Caffeina unica.

E mi raccomando, #NeverSleep.

 

 


Finalmente Starbucks in Italia! Cosa aspettarsi e cosa c’è dietro l’apertura dello store più discusso dell’ultimo periodo

Di Roberta Signorino Gelo

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Fan italiani della famosissima catena di caffetterie in american style, siete stati finalmente accontentati!

È avvenuta infatti pochissimi giorni fa, il 7 settembre nel cuore di Milano, l’attesissima inaugurazione del primo punto vendita a marchio Starbucks sul territorio italiano. La frenesia e il desiderio di assaggiare tutti i prodotti del brand non è tardata ad arrivare e a distanza di 4 giorni infatti piazza Cordusio è ancora dominata da una fila interminabile di gente che vuole varcare l’ingresso del nuovo store.

Molti clienti tuttavia non hanno trovato esattamente ciò che si aspettavano: la nuova caffetteria non è come gli altri Starbucks comuni in giro per il mondo, ma è una “Reserve Roastery”. Si tratta di punti vendita ibridi a metà tra una caffetteria e un impianto di torrefazione, al mondo limitatissimi e presenti in città altrettanto importanti come Seattle, Shangai o Chicago.

Dimenticate dunque i classici frappuccini e il bicchiere di plastica con scritto il proprio nome.
L’esperimento italiano di Starbucks, che ha adottato lo storico palazzo delle poste come location, sta utilizzando degli approcci molto diversi.
Si va da un logo totalmente differente raffigurante una R al di sotto di una stella (il classico marchio lo troviamo solo sporadicamente) ad uno store altamente esperienziale: i colori dominanti vanno dal bronzo al marrone, richiamando quello del caffè, e la scelta degli arredi lo rende un luxury store dove il cliente vive un’esperienza a 360 gradi avendo la possibilità di osservare l’intero processo di torrefazione dai chicchi alla bevanda pronta. L’atmosfera richiama per certi versi anche la famosa Fabbrica di cioccolato dell’omonimo film del 2005, grazie alla colorata tostatrice e i tubi di rame sparsi per il soffitto. Anche la comunicazione out of store non manca, con la piazza ricolma di enormi cartelloni raffiguranti il logo e tutte le varietà di caffè in vendita all’interno dello store.

Assodato il fatto che tale Starbucks non è il classico luogo di ritrovo e di pausa dello studente medio come accade comunemente nel resto del mondo, e ciò lo dimostra anche il salatissimo menù che offre caffè espresso a 1,80€ e fette di torta a 6,50€ (queste ultime per altro italianissime, grazie alla partnership con il colosso italiano Princi leader nel settore bakery), in realtà c’è dell’altro dietro all’apertura dello store più discussa dell’anno.
La Reserve Roastery di Milano è la prima nata in Europa e ciò non è un caso. Come anticipato prima, oltre alla veste di experience cafè vista dagli occhi del consumatore, essa nasce come impianto di produzione ma soprattutto centro di distribuzione. La tostatrice rimarrà in funzione 24 ore su 24 con una capacità produttiva giornaliera di circa 3450 kg di caffè tostato in grani; di questi solo una piccola porzione viene destinata al consumo all’interno del locale, perché la maggioranza verrà confezionato e spedito in tutte le caffetterie presenti in Europa.

Quella di accrescere la notorietà e la fedeltà al brand principale è dunque solo una finalità accessoria dell’approdo di Starbucks in Italia, poiché la principale è quella di consentire alla multinazionale americana un consistente risparmio di costi in termini di logistica. Fino ad oggi infatti l’unico produttore presente in Europa si trovava nei Paesi Bassi e, non riuscendo a provvedere all’intero fabbisogno degli store nei paesi vicini, arrivavano quantità aggiuntive dagli Stati Uniti con una conseguente accentuazione dei costi di trasporto.

Tirando le somme, nonostante molti amanti del frappuccino delusi, nazionalisti legati alla tradizione del caffè italiana e denunce già ricevute a casa Starbucks per dei prezzi ritenuti eccessivi, il nuovo investimento di Schultz sembra averci preso un’altra volta. Nel weekend è stata registrata in media un’ora di attesa per accedere al locale e 40 minuti per poter ordinare al corner dell’experience bar all’interno. È già stata stimata la possibilità che i prezzi delle case nei dintorni dello store possano aumentare per non parlare dei fan che si sono mossi lungo tutta la penisola, ansiosi di poter vivere un’esperienza unica e di poterla condividere nel mondo social.

L’Italia era già pronta, Starbucks ha solamente pensato bene di rispettare la tradizione del caffè nel paese in cui il caffè non è solo una bevanda, ma un rito.

 

 


THE FERRAGNEZ: UN ROYAL WEDDING TUTTO ALL’ITALIANA.

di Federica Montalbano

tempo di lettura:  3 minuti

Tutte le favole che si rispettano iniziano con “C’era una volta” ma in questa favola tutto ebbe inizio con “Il cane di Chiara Ferragni ha il papillon di Vouitton” e credo che la Disney non avrebbe saputo fare di meglio.

Due mondi diversi: da un lato le influencer, il mondo della moda, delle griffe e delle sfilate; dall’altro invece i rapper che non hanno paura di dire ciò che pensano attraverso le loro rime.

Due mondi opposti ma allo stesso tempo complementari accomunati da Instagram e dal costante bisogno (o meglio necessità) di postare ogni istante della loro vita per condividerlo con i propri followers.

Molti si chiedono del perché Chiara Ferragni non abbia concesso nessuna esclusiva del suo esilarante matrimonio affermando che in questo modo si sarebbe aumentata la loro visibilità data la forte influenza social degli invitati in quanto cantanti, influencer e youtuber.


Che sia marketing o meno vi sareste mai immaginati un silenzio di 24 ore da parte dell’imprenditrice digitale nativa di Instagram?  Ciò che rende la Ferragni tale sono i suoi 14 milioni di follower e sinceramente aspettiamo le sue stories come una serie TV trasmessa sul canale nazionale. Dal primo appuntamento, dai voli in aereo, dalla proposta di matrimonio fino alla nascita di Leone, non abbiamo perso neanche un istante della loro storia d’amore.

In questo modo al di là della mossa di marketing e di aver reso virale l’evento, anche noi comuni mortali abbiamo potuto partecipare dal nostro piccolo schermo all’evento dell’anno.

Al matrimonio fisicamente erano presenti 150 invitati ma in realtà erano molti ma molti di più. Tutti stavano aspettando questo momento, sia fan incalliti della coppia che haters sempre pronti a dire la loro; come da manuale in quel giorno i social sono letteralmente impazziti. 

Secondo gli analisti di Launchmetrics, il matrimonio dei Ferragnez avrebbe ottenuto un “valore mediatico” almeno doppio rispetto al Royal Wedding inglese. Per effettuare queste analisi la società ha ideato un algoritmo, il Media Impact Value (MIV), che prova a trasformare i contenuti virali della rete e le interazioni tra i vari utenti in valore economico. Il matrimonio o meglio l’evento era correlato ad un hashtag #TheFerragnez che ha generato 67 milioni di interazioni per quanto riguarda i post (tra like, commenti, condivisioni e menzioni), generando successivamente un Media Impact Value di 36 milioni di dollari. Non c’è che dire, il nostro Royal Wedding non ha eguali.

Essendo due personaggi di spicco nel mondo social certamente tutti i brand della moda e non, hanno fatto a gara per accaparrarsi un po' di pubblicità, ma come biasimarli?

Partiamo da Alitalia che ha siglato un accordo commerciale con i Ferragnez dedicandogli un intero volo di linea interamente brandizzato, con tanto di commenti pervenuti dal mondo politico. Seguono Diesel con le camicie brandizzate per Fedez e Versace che gli ha confezionato l’abito delle nozze. La sposa invece nel suo giorno veste Dior, ma non un solo vestito bensì tre. Alle damigelle invece pensa Alberta Ferretti e Trudi realizza le mascotte dei novelli sposi. 

Insomma un matrimonio a cui tutti saremmo voluti essere invitati anche solo per bere dal putto che piscia vodka e fare un giro sulla ruota panoramica del Lunapark The Ferragnez alla Dimora delle Balze; un matrimonio impeccabile, pieno di classe e stile.

Chiara non ci ha deluso ma… come detto in precedenza c’erano anche loro, gli amici di Fedez.

Brand a parte colui che ha ricevuto il più alto ritorno in termini di immagine e di followers è stato Ceskiello,uno dei Cavalieri di Fedez. Potendo partecipare attraverso le innumerevoli storie di IG al matrimonio, gli utenti social hanno iniziato a scrivere tweet utilizzando l’hashtag #Ceskiello tanto da farlo risultare tra quelli in tendenza durante le ore delle nozze. Lui è l’uomo che ha reso il Royal Wedding un vero e proprio matrimonio all’italiana intrattenendo gli invitati ma anche tutti coloro che seguivano da casa.

“Bukowski diceva che l'essere umano ha due grandi difetti: l'incapacità di arrivare in orario e l'incapacità di mantenere le promesse. Io non posso garantirti che sarò sempre in orario ma ti prometto che anche se in ritardo ci sarò per sempre". Con queste parole e un fiume di lacrime si concludono le promesse di Fedez per la sua Chiara e anche noi vogliamo promettervi che ci saremo sempre sia in bene che in male. I commenti negativi anche se in ritardo arrivano sempre e di haters in questo matrimonio ne abbiamo visti molti.

Un consiglio? A pranzo piuttosto che invidia mangiate i ravioli che sono più buoni però mi raccomando #SPECKERICOTTAANCHENO.


BEST MARKETING MEMES

di Arianna Ziveri

Le vacanze sono iniziate ma le nostre idee continuano ad essere in movimento, ecco perché siamo qui per presentarvi una NOVITA': a breve uscirà Best Marketing Memes, una rubrica che esalterà i miglior meme di marketing del momento.

Sappiamo che suscitare emozioni, entusiasmo e divertimento nel consumatore ha un responso positivo sulle aziende e soprattutto sulle loro vendite. Analizzeremo quindi una serie di social meme marketing delle aziende più rilevanti e attive a livello social in Italia facendo riferimento a un tema particolare, a una festività o ad accadimenti, fino a strutturare il podio dei tre vincitori del mese. Il tutto verrà pubblicato poi nelle nostre pagine di Facebook e Instagram.

Negli anni si tende, sempre di più, a generalizzare su questo mestiere: “fare marketing”, “vendere”. Tutti “vendono” e “tutti fanno marketing” a parer pubblico... Ma cosa vuol dire “fare marketing”?  Cosa c’è veramente dietro a questo mestiere? Ci sono innumerevoli rischi. Rischi che potrebbero far crollare le proprie vendite. Ci sono casi in cui per una mal interpretazione o un messaggio espresso male, le aziende ci rimettono. Ma ci sono casi opposti in cui le aziende sanno sfruttare il loro potenziale al meglio e vedono la crescita a doppia cifra.  

In questa sede, avrà luogo l’avvio di questo progetto, dove anche i lettori potranno inviarci i loro meme marketing preferiti per ampliare sempre di più i nostri elementi di analisi. 

Il primo podio sarà dedicato ai mondiali di Russia 2018. Quale azienda ha utilizzato al meglio quest’occasione? Lo scopriremo presto! 

#staytuned #staywinner