NEAM GENNAIO 2019

NEAM GENNAIO 2019

Si respirano nuove #ideeinmovimento in casa Oikosmos.

Sarà un anno ricco di progetti e cambiamenti, ma Neam rimane un appuntamento fisso ed imperdibile.

Per la prima edizione del 2019 abbiamo scelto per voi:

  1. Pan di stelle, Patamilka vs. Nutella – piccoli Davide contro Golia
  2. Apple in caduta libera: i motivi del crollo in borsa
  3. L’approdo del primo polo d’innovazione in Italia targato Crédit Agricole
  4. 10yearschallenge, l’evoluzione dell’idea di privacy
  5. La sorprendente partnership tra Hearst e Teads

Buona lettura!

NEAM DICEMBRE 2018

NEAM DICEMBRE 2018

 

Concludiamo con il botto!
Vi presentiamo l’ultima edizione di Neam 2018 da leggere tra un’abbuffata e l’altra.

Siamo pronti a conquistare il nuovo anno e a regalarvi sempre nuove e interessanti notizie.

Questo mese abbiamo scelto per voi:

1. Avete bisogno di nuovi stimoli creativi? Ci pensa Lego.

2. Apple acquisisce Platoon per investire nei talenti musicali

3. Vitality Active Rewards

4. Bershka Experience: l’integrazione tra l’online e l’offline

5. Fino a che punto si parlerà di sharing economy?

Buona lettura!

NEAM NOVEMBRE 2018

NEAM NOVEMBRE 2018

E’ l’ultima domenica di novembre e come ogni fine mese arriva puntualissimo NEAM.

Divano, cioccolata calda, copertina e … Buona lettura!

Abbiamo scelto per voi:

  1. La cybermoda oggi è realtà
  2. Dalla vendita all’affitto di mobili: Ikea e la sharing economy 
  3. Facebook apre i suoi pop-up store
  4. Da e-commerce a “banca”, la nuova strategia di crescita firmata “Amazon”
  5. Novità da Google Maps: arrivano le chat

 

NEAM OTTOBRE 2018

NEAM OTTOBRE 2018

Ottobre volge al termine e mentre tu sei indaffarato nello studio o nel lavoro, il mondo che ti circonda cambia e si evolve velocemente più di quanto immagini.

Ma tranquillo/a ci pensa NEAM a tenerti aggiornato/a!

Abbiamo scelto per voi:

1. Novità sorprendente per il colosso svedese: IKEA conquista il centro città!

2. Realizzare un business senza marketing? Parola di Maison Hermès.

3. Il conto? Te lo pagano i followers.

4. Perchè Porsche non produrrà più veicoli diesel?

5. Hitachi punta sulla social innovation.

Buona lettura!

  1. NOVITA’ SORPRENDENTE PER IL COLOSSO SVEDESE: IKEA CONQUISTA IL CENTRO CITTA’! 

     di Elena Carnevali

                                                                                                                                                                                                                                                                                         Tempo di lettura: 2 minuti

Appare profondamente radicale la novità che ha scelto di introdurre l’azienda d’arredamento.

IKEA, infatti, mira ad arrivare con piccoli negozi nel cuore cittadino stravolgendo completamente quella che, fino ad ora, sembrava essere la strategia commerciale vincente. Non si tratterà, però, di una sostituzione, bensì di un’aggiunta.

I negozi non faranno da magazzino bensì solo da espositori: sarà data la possibilità di ricevere i mobili direttamente a domicilio, proprio come succede con i prodotti ordinati tramite canali online. Soltanto prodotti di oggettistica potranno essere acquistati direttamente nel punto vendita.

L’obiettivo dell’azienda è proprio quello di contrastare l’e-commerce, che sta ormai rivoluzionando il commercio moderno. Secondo l’ultimo report di Nielsen sull’e-commerce nel mondo, le vendite globali online stanno crescendo quattro volte più velocemente delle vendite offline.

Per Ikea, le vendite online sono aumentate del 45% nei primi otto mesi dell’anno e hanno rappresentato quasi l’8% del totale.

Per il momento, il test è stato avviato solo a Stoccolma e a Madrid.

Che ne sarà del futuro di IKEA? Il cambio di strategia porterà a risultati positivi? Soltanto il tempo potrà darci le riposte a questi quesiti… non resta che godersi le spettacolo!

 

2. REALIZZARE UN BUSINESS SENZA MARKETING? PAROLA DI MAISON HERMES! 

di Francesca Cisternino

                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Tempo di lettura: 2 minuti

Hermès è un’importante azienda francese di moda, nata  nel 1837, quando Thierry Hermès, sellaio, aprì a Parigi una bottega per bardature e finimenti da cavallo. Successivamente, negli anni 1870, i successori trasferirono l’attività in rue du Faubourg-Saint-Honoré, nella sede che è divenuta storica e che tuttora è il quartier generale della maison e la sua passerella commerciale.

Oggi il brand deve la sua notorietà soprattutto ai foulard di seta, ai gioielli ispirati al mondo equestre e al gran successo di “Birkin”( borsa realizzata dagli artigiani di Hermes che prende il nome dall’attrice Jane Birkin).

Questo mese la maison ha deciso di riposizionarsi sul mercato del lusso, con il preciso obiettivo di attirare nuova clientela che possa innamorarsi del brand e aspirare ai prodotti anche più celebri (e costosi).

Come? “Con un approccio marketing anti-marketing: Barret indossa una felpa grigia in edizione iperlimitata. Non in vendita. E le richieste certo non mancano“ afferma Florian Craen, vicepresidente esecutivo delle vendite e della distribuzione di Hermès.

L’anno scorso la società ha registrato una redditività record seguendo questa filosofia anti-marketing; ma quindi come hanno potuto raggiungere un volume di vendite così ampio? Come è possibile che in un’epoca dominata da influencer e comunicazione virale sempre più aggressiva, Hermès non ha un reparto marketing?

Barret, direttore artistico dell’universo femminile della maison spiega di aver incentrato l’attenzione sull’esclusività, organizzando per esempio eventi pop-up nelle capitali europee; accenna inoltre di aver affidato ad un team di comunicazione la gestione della stampa e ad un team creativo lo sviluppo di campagne stagionali.

La società non ha mai esitato nel promuovere l’immagine del brand : solo nel 2017 ha speso 275 milioni di euro in “spese di comunicazione”, e sicuramente non è una cifra che passa inosservata.

Ma queste serie di operazioni, non sono esse stesse parte integrante di una strategia di marketing?

 

3. IL CONTO? TE LO PAGANO I FOLLOWERS.                                                                                                                                                                                                                   

   di Marta Candito

Tempo di lettura: 2 minuti

Dimenticate i vecchi buoni sconto, i menù promozionali, le offerte del giorno…da oggi più sei social più risparmi! No, non stiamo parlando di una puntata di Black Mirror o di una trovata pubblicitaria, ma dell’idea di due giovani padovani diventata realtà. A Milano, nei pressi di Porta Romana, nasce il primo ristorante giapponese dove è possibile mangiare del sushi di qualità e chissà, anche gratuitamente.

Proprio così, “This is not a sushi bar” ,di Matteo e Tommaso Pittarello, è un ristorante a prova di followers.

Il sistema è molto semplice, se sei un sushi lover ed un appassionato di Instagram ti basterà ordinare un piatto, fotografarlo e pubblicarlo in tempo reale sul tuo account personale ricordandoti di inserire il tag @thisisnotasushibar e l’hashtag #thisisnotasushibar.

A questo punto tutto dipende dai tuoi followers: da 1000 a 5000 si ha diritto a ricevere un piatto gratis, da 5000 a 10000 il numero di pietanze gratuite diventa due. Il gioco si fa più interessante per coloro che oscillano tra i 10000 ed i 50000 followers, in questo caso le pietanze raddoppiano, da due si passa a ben quattro e da quattro a otto per chi ha da 50000 a 100000.

*Rullo di tamburi* tutti coloro che hanno più di 100000 seguaci si portano a casa l’intero ordine offerto dal ristorante. Prima di uscire dal locale occorrerà presentare in cassa e allo “store manager” l’effettiva pubblicazione del post.

L’obiettivo di questo innovativo metodo di pagamento? Attirare l’attenzione dei grandi e piccoli “influencers” cercando di avere un più capillare ritorno sul fronte pubblicitario. L’iniziativa si estende anche a tutti coloro che non hanno raggiunto i 1000 followers, questi infatti possono iscriversi alla newsletter e sperare di ricevere un piatto in omaggio.

Quest’idea sembra sposarsi perfettamente con il panorama odierno dove un numero sempre più elevato di persone utilizza le principali piattaforme social non solo per comunicare ma anche per cercare risposte ai propri bisogni.

Così, i fratelli Pittarosso hanno visto nel social network Instagram un mezzo per diffondere il proprio brand a milioni di persone. Tuttavia, bisognerà attendere ancora un po’ prima di poter decretare l’effettivo successo del progetto.

 

 

4. PERCHE’ PORSCHE NON PRODURRA’ PIU’ VEICOLI DIESEL? 

   di Dario Iudice

Tempo di lettura: 2 minuti

Caro Diesel ci eravamo tanto amati!

 

La casa automobilistica tedesca Porsche, ha scelto di abbandonare il motore diesel e puntare con tutte le proprie disponibilità sull’elettrico e sull’ibrido. Una scelta che sta prendendo piede nel settore automotive.

Il CEO di Porsche, Oliver Blume ha ammesso che, seppur il motore diesel è ancora il più diffuso e utilizzato tra i veicoli nel mondo, è arrivato il momento di optare per la sostenibilità ambientale e di conseguenza di utilizzare motori più puliti come quelli elettrici.

All’inizio dell’anno corrente (2018), è stato annunciato che dal 2022, gli investimenti nelle motorizzazioni elettriche saranno raddoppiati, e dal 2025 ogni modello Porsche avrà una versione sia elettrica che ibrida.

Porsche, inoltre, ha rilasciato una versione elettrica sportiva, la Taycan, (conosciuta precedentemente con il nome di Porsche E), che concorrerà sul mercato con la Tesla Model S.

L’inversione di rotta è data dal fatto che, nel settore Automotive ogni brand sta scommettendo sull’elettrico e sull’ibrido per il futuro, oltretutto negli Stati Uniti, la casa tedesca non ha venduto un modello ad alimentazione Diesel dal 2015, causa il Diesel Gate di Volkswagen (ndr proprietaria di Porsche). Solo l’anno scorso, Porsche ha richiamato 22000 modelli Suv.

 

5. HITACHI PUNTA SULLA SOCIAL INNOVATION 

  di Alessio Artista

Tempo di lettura: 2 minuti

Mentre altri si interrogano fino a che punto sia utile la social innovation, Hitachi risolve problemi con l’uso di tecnologie che erano impensabili fino a ieri.

È il caso del “Modello Oliena” che prende il nome dall’omonimo comune della Sardegna.

Il comune di Oliena con la sua vecchia conduttura perdeva oltre il 50% dell’acqua di una delle poche fonti idriche della Sardegna, la Sorgente di Su Gologone, su cui si basa la vita dei 7mila abitanti del paese.

Con la sfida di trovare un modo per ridurre la perdita d’acqua, al fine di creare una situazione sostenibile, Hitachi ha sottoposto a revisione con sistemi di controllo e gestione della pressione dell’acqua e dell’aria l’intera rete di tubature. Così facendo ha ridotto l’impatto energetico del processo di erogazione e ha ridotto del 50% la perdita d’acqua.

Il successo del “modello Oliena” troverà conseguente applicazione in altri comuni della Sardegna, 30 comuni nel 2017, seguiti da 100 nel 2018 e altri 100 nel 2019, risparmiando acqua e migliorando l’offerta per l’intera isola.

Ma social innovation significa anche “sicurezza”, cosi Hitachi ha sviluppato le telecamere di sicurezza con intelligenza artificiale, in grado di rilevare più di 100 diverse caratteristiche personali. Tra queste figurano altezza, età approssimativa, pettinatura, abbigliamento, borse e perfino il modo in cui le persone si muovono, il tutto senza alcun input da parte di operatori umani, in modo da individuare ed esaminare in tempo reale le possibili minacce alla sicurezza.

 

Queste innovazioni ci porteranno in un mondo nuovo, inesplorato e non di facile comprensione, dove l’utilizzo della tecnologia sarà indispensabile per affrontare anche le scelte più banali, ma allo stesso tempo ci permetteranno di risolvere problemi non risolvibili fino a ieri o, semplicemente, di prendere un aereo in sicurezza.

Ma una domanda sorge spontanea, come sarà la società di domani?

 

NEAM SETTEMBRE 2018

NEAM SETTEMBRE 2018

E’ il momento di tornare al lavoro !
Settembre si è concluso e ha portato con sé tante novità. Ti sei perso/a le più importanti?

Niente panico, ci pensa NEAM!

Abbiamo scelto per voi:

1. La sharing economy non si ferma mai: con Sofan adesso puoi condividere un divano”

2. Da Versace e Gucci : tutti i marchi della moda venduti all’estero”

3. Il regalo di Huawei ai clienti … Apple!”

4. Coca Cola compra Costa: sfida a Starbucks”

5. In California, nel 2045, il 100% dell’energia sarà pulita”

Buona lettura!

 

  1. LA SHARING ECONOMY NON SI FERMA MAI: CON SOFAN ADESSO PUOI CONDIVIDERE UN DIVANO

     di Roberta Signorino Gelo
    Tempo lettura: 2 minuti

    Assolutamente in linea con le principali passioni nostrane, è nata dall’idea di 3 studenti fuori sede a Milano una start up molto particolare ed è pronta per essere lanciata. Si chiama Sofan e, come anticipa il nome stesso, consisterà in una piattaforma che permetterà di condividere il sofà di casa per la visione di eventi trasmessi in pay tv, primi fra tutti quelli calcistici.

    Il meccanismo è semplice: coloro che vogliono mettere a disposizione la propria abitazione e il proprio abbonamento devono candidarsi come “host” tramite app o sito web versando un piccolo importo. Essi potranno poi recuperare parte del costo della pay tv grazie alle quote che verseranno i singoli “guest” che accetteranno l’invito a condividere la visione dell’evento spendendo comunque sempre meno rispetto ad una serata in un pub.

    Non è stata ancora ufficializzata la data di uscita dell’app per Android e iOs e della piattaforma web, ma voci affermano che il lancio avverrà attorno alla metà di ottobre. È già comunque disponibile sul relativo sito la possibilità di iscrizione come host, gratuita tra l’altro per i primi 100 che decideranno di aderire. La location di lancio è (naturalmente) Milano, scelta proprio per il suo alto numero di studenti fuori sede i quali non hanno la possibilità di pagare un intero abbonamento ai servizi pay per view e che rappresentano un target ideale per la loro tendenza alla socializzazione. Ebbene sì, perché l’obiettivo principale della start up è proprio quello di incoraggiare perfetti sconosciuti che condividono una passione a trascorrere una serata o un pomeriggio insieme, facendo amicizia ed espandendo la propria rete di contatti.

    L’idea avrà successo? Non possiamo fare previsioni azzardate, ma di certo ci sono i presupposti per un riscontro positivo. Le start up di maggiore successo degli ultimi tempi infatti si basano tutte sul concetto della sharing economy, cioè un modello di business basato sulla messa in condivisione di prodotti o servizi. Esso sta prendendo piede nei settori più disparati come quello dei viaggi, della ristorazione, della logistica e soprattutto dei trasporti (si pensi ai numerosissimi car e bike sharing in giro per le grandi città). La condivisione oggi ormai è moda e consente contemporaneamente un risparmio non irrilevante.

    Su questa scia, cos’altro in futuro potrà essere condiviso?

     

    2.  DA VERSACE A GUCCI: TUTTI I MARCHI DELLA MODA VENDUTI ALL’ESTERO

    di Francesca Bisi
    Tempo lettura: 2 minuti

    Cosa accomuna Fendi, Gucci, Valentino e Versace? Sono icone del Made in Italy e sono tutti di proprietà straniera. Sono il simbolo del Made in Italy, ma sempre più spesso finiscono in mani straniere.

    Questi sono tra i nomi principali che vengono in mente quando si pensa a questa tendenza, ma sono tanti gli esempi:

    • Ferragamo, la cui vendita è stata smentita dalla famiglia proprietaria, ma che da settimane è al centro di rumor secondo cui sarebbe nel mirino di Lvmh, il colosso francese del lusso di Bernard Arnault
    • Loro Piana, storico marchio piemontese delle lane di pregio, entrato nel 2013 nell’orbita di Lvmh
    • Valentino è saldamente nelle mani del fondo del Qatar Mayhoola
    • Il marchio Krizia è stato comperato quattro anni fa dai cinesi di Marisfrolg
    • La Perla è passata nelle mani degli olandesi di Sapinda.
    • Federico Marchettiha venduto la sua piattaforma di vendite on line Yoox-net-à-porter agli svizzeri di Richemont.

    Tutti questi passaggi di proprietà non vanno però visti sempre in modo negativo: spesso si sono tradotti in investimenti e ulteriore crescita, non perdita di lavoro in Italia.

    Ma cosa si cela dietro a questo cambiamento?

    Sicuramente al Made in Italy va imputato un problema di dimensioni e il confronto con alcuni gruppi esteri concorrenti è spesso impari. Questo comporta che spesso le aziende italiane diventino prede di acquisitori esteri: lo stesso presidente di Confindustria Moda, Claudio Marenzi, spiegò in passato che forse dietro alla mancanza di grandi poli aggregatori italiani del lusso ci potrebbe essere un maggiore legame degli italiani con il prodotto, ma aggiunse, «non c’è stata nemmeno la finanza ad aiutarci».

    A conferma di questa tendenza, basti pensare all’accordo che ha portato la maison, fondata da Gianni Versace nel 1978, oltreoceano. La Micheal Kors Holding – che verrà presto rinominata Capri Holding – ha acquistato l’impero della medusa per 2.12 miliardi di dollari, il doppio del loro fatturato attuale e ha già annunciato grandi progetti, tra cui l’apertura di 100 nuovi punti vendita e l’espansione dell’e-commerce. Per Versace questo non è un passo indietro, anzi, questo consentirà di raggiungere il suo pieno potenziale a detta di Donatella Versace, che rimarrà direttrice creativa del marchio.

    Infatti, anche le collezioni di Fendi, Gucci e Valentino continuano a essere disegnate da stilisti italiani.

    Ma nel Made in Italy c’è anche chi resiste. Giorgio Armani, re delle passerelle da quattro decadi ha più volte ribadito di non essere interessato a cedere il controllo della sua azienda, così come Prada che resta saldamente in mano alla sua fondatrice Miuccia. Insieme a loro Moncler, Ferragamo, Etro e Missoni rimangono italiani di nome e di fatto. Della stessa opinione anche il duo composto da Domenico Dolce e Stefano Gabbana che solo qualche mese fa aveva dichiarato che il loro brand morirà con loro. “Abbiamo rifiutato tutte le offerte di acquisto. Puoi avere tanti soldi, ma se non sei più libero che te ne fai?”

     

    3.  IL REGALO DI HUAWEI AI CLIENTI… APPLE!

    di Dario Consoli
    Tempo lettura : 2 minuti

    21 settembre 2018; anche se le prenotazioni online con consegna a domicilio non le rendono più necessarie, le lunghe code di fronte agli Apple Store nel Day One sono ormai una tradizione per gli amanti della Mela, che anche quest’anno si sono ritrovati davanti agli store, già alle prime luci dell’alba, pronti ad accaparrarsi i nuovi IPhone XS e iPhone XS Max.

    A Singapore, Paese che grazie al fuso orario è stato uno dei primi a poter mettere in vendita i nuovi smartphone dell’azienda di Cupertino, erano più di 400 le persone che si sono riunite in questa sorta di rito collettivo che ogni anno coinvolge migliaia di fan del Melafonino.

    Huawei, che negli ultimi anni è riuscita a diventare una minaccia reale sia per Apple che per Samsung nel mercato degli smartphone, non è rimasta a guardare ed ha colto subito l’occasione per continuare la sua “battaglia” contro il colosso statunitense. La società cinese, che già si era resa protagonista di una frecciatina sui social subito dopo la presentazione dei nuovi iPhone, il 12 settembre, “ringraziandoli di cuore per aver lasciato tutto invariato e non essersi resi protagonisti di nessuna evoluzione”, ha deciso di sfruttare il giorno del lancio dei nuovi device a marchio Apple per mettere in atto un’interessante campagna di guerrilla marketing.

    La trovata pubblicitaria messa in atto da Huawei si è svolta proprio di fronte all’Apple Store di Orchard Road, a Singapore. Il produttore cinese ha inviato sul posto alcuni dipendenti con l’obiettivo specifico di distribuire gratuitamente dei Power Bank nuovi di zecca a tutte le persone che quel giorno si erano messe in coda in attesa di acquistare un iPhone XS. La confezione regalo di Huawei destinata ai più fedeli clienti Apple, conteneva un biglietto con la scritta: 

    “HERE’S A POWER BANK. YOU’LL NEED IT. COURTESY OF HUAWEI.”

    (QUESTO È UN POWERBANK. NE AVRAI BISOGNO. PER GENTILE CONCESSIONE DI HUAWEI)

    La provocazione è un chiaro riferimento alla ridotta durata della batteria degli iPhone in confronto ad altri smartphone Android. Il gruppo di Cupertino infatti utilizza batterie meno capienti, 2.658 mAh (iPhone XS) contro i 4.000 mAh del Huawei P20 Pro, per questioni legate a garantire un design ultra sottile che però ne riducono l’autonomia.

    Nella nota si sottolinea anche la “gentile concessione di Huawei”, volendosi dimostrare attento alle esigenze dei clienti; il prezioso accessorio offerto in dono infatti, non è un prodotto di seconda fascia o una rimanenza di magazzino. Stiamo parlando di un Power Bank da 1.000 mAh con supporto alla tecnologia di ricarica rapida proprietaria SuperCharge che normalmente viene venduto al pubblico ad un prezzo non inferiore ai 50 euro.

    Fedeltà ad Apple o meno, di sicuro anche gli italiani sarebbero stati molto contenti di ricevere un regalo del genere recandosi presso uno store in attesa di acquistare i nuovi modelli di iPhone. Ma l’azione di marketing promossa da Huawei sembra sia stata destinata soltanto ad alcuni mercati cruciali per il brand e di certo la Cina, in questo momento, lo è più di qualsiasi altra nazione del vecchio continente.

    Da parte di Apple non è giunta nessuna contro risposta, in linea con la politica di Tim Cook che tende ad astenersi da diatribe con i competitor.

     

    4.  COCA COLA COMPRA COSTA: SFIDA A STARBUCKS

    di Leonardo Greco
    Tempo durata: 2 minuti

    La compagnia Usa acquisisce la catena del caffè di proprietà di Whitbread: la seconda più grande del mondo dopo Starbucks.

    Costa Coffee è stata fondata a Londra nel 1971 dai fratelli Sergio e Bruno Costa come azienda di commercio all’ingrosso che riforniva di caffè tostato i ristoratori e le caffetterie italiane specializzate.

    Whitbread (azienda multinazionale britannica, quotata alla borsa di Londra, fondata nel 1742  che ha come origine la produzione della birra) acquista Costa Coffee nel 1995 per 19 milioni e con solo 39 punti vendita, è cresciuta fino ad arrivare a 3.800 sedi in 32 paesi e oltre 8.000 distributori automatici. Alla fine del 2010, la società aveva sorpassato Starbucks nel Regno Unito, raggiungendo una quota di mercato del 37,6% misurata dai ricavi.

    In aprile la Whitbread, che ha la sua divisione più grande nella Premier Inn, ovvero il più grande marchio alberghiero nel Regno Unito, dichiarò la vendita di Costa Coffee visto la pressione degli investitori sulla separazione del business del caffè con quella dell’ attività alberghiera nonostante una chiusura di bilancio (avvenuta il 31 marzo) di 1,292 miliardi di sterline.

    Ad aggiudicarsi l’ acquisto, ad un valore di 3,9 miliardi di sterline, ovvero 4,4 miliardi di euro è stata la compagnia statunitense Coca Cola la quale vede le bevande calde uno dei pochi segmenti restanti del panorama complessivo del beverage in cui essa non ha un marchio globale. James Quincey, CEO di Coca Cola ha dichiarato: “Costa ci dà accesso a questo mercato attraverso una forte piattaforma del caffè”.

    Riuscirà la multinazionale statunitense ad abbattere la concorrenza di un colosso del settore come Starbucks?

     

    5. IN CALIFORNIA, NEL 2045, IL 100% DELL’ENERGIA SARA’ PULITA                                        

    di Dario Iudice
    Tempo lettura: 2 minuti

    Con 43 voti favorevoli contro 32, l’assemblea di Stato della California ha approvato che entro il 2045, tutta l’energia prodotta e utilizzata dovrà essere carbon – free, dovrà quindi provenire da energie rinnovabili, dal solare all’eolico.

    Già ora, in California, la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili è pari al 44 per cento, grazie al calo del costo dei pannelli e alla maggiore efficienza delle pale e dei rotori negli impianti eolici.

    Alcuni addetti ai lavori, i più ottimisti, affermano che il passaggio alle energie rinnovabili potrà essere anticipato, grazie allo sviluppo delle tecnologie e dall’ampliamento delle batterie e dei sistemi di accumulo.

    Attualmente, società come Tesla e alcune aziende cinesi, attraverso le Gigafactories (ndr, enorme fabbrica di batterie alimentate a energia solare), sono al lavoro su piattaforme di sviluppo per aumentare la capacità di accumulo energetico delle batterie, proveniente dalla luce solare.

    Attraverso la logica della curva di esperienza, maggiore sarà l’apprendimento delle nuove tecnologie e di conseguenza all’aumentare del volume di produzione cumulata  il costo medio del bene prodotto diminuisce. Tutto ciò è correlato al livello di efficienza della produzione.

    L’energia rinnovabile è sicuramente meno costosa, ma il problema principale è dovuto alla sua reperibilità. Il sole non splende di notte e alcune volte non c’è vento, tutto dipenderà dalla capacità delle batterie, il cui costo di produzione dovrà diminuire secondo il principio citato prima della curva di esperienza.

    Il miglioramento dell’intero processo dipenderà comunque dall’effettiva domanda di veicoli elettrici e impianti domestici, e quindi dall’effettivo utilizzo.

    Nel frattempo la California vuole portarsi in avanti, inseguendo l’obiettivo di installare pannelli solari nelle nuove case costruite dopo il 2020: non solo per abbassare il costo dei pannelli solari, ma anche per promuovere ed educare i cittadini all’uso delle energie rinnovabili.

     

     

     

     

      

     

     

NEAM AGOSTO 2018

NEAM AGOSTO 2018

Agosto è il mese in cui tutto si ferma. In Italia più che mai.

Gli uffici chiudono, la gente prepara le valige, spiagge e piscine si riempiono.
Sono tutti fermi.
Ma NOI no!

NEAM AGOSTO è pronto!

Abbiamo scelto per voi:

1. Birkenstock e Supreme: questo matrimonio non s’ha da fare

2. Kalashnikov lancia la sua auto elettrica

3. Starbucks e McDonald’s : un progetto per la salvaguardia dell’ambiente

4. Problemi con DAZN?

5. Alla scoperta della domotica con Amazon Experience Center

Buona lettura!

 

  1. BIRKENSTOCK E SUPREME: QUESTO MATRIMONIO NON S’HA DA FARE                             di Asia Bonaldi

Avete presente “I Promessi Sposi” no? Renzo e Lucia, Don Abbondio, Don Rodrigo e via dicendo. Ecco, prendete la storia e cambiate i nomi dei personaggi con i nomi di alcuni dei brand più famosi e amati dai millenials (ma non solo).

Gli sposini della situazione sono i brand Birkenstock e Supreme. Aimè, il ruolo di Don Rodrigo lo riveste proprio il CEO dell’azienda tedesca, Oliver Reichert, che ha rifiutato con fermezza una possibile collaborazione con Supreme, noto marchio americano che inizialmente rivolse il suo sguardo al mondo degli skater e che, crescendo, ha diversificato la propria offerta basandosi principalmente su collaborazioni con altri brand molto noti. Strategia che ha funzionato con marchi come Nike, Vans, Louis Vuitton, Stone Island. Ha funzionato con tutti, tranne che con Birkenstock.

Reichert ha rilasciato un’intervista a The Cut in cui ha spiegato il rifiuto a collaborare con Supreme (ma anche con Vetements). “Non c’è alcun beneficio per noi nell’accettare di prostituirci, perché questa sarebbe solo una forma di prostituzione”, queste le testuali parole rilasciate da Reichert.

Inoltre, facendo un passo indietro nella storia di Brikenstock, notiamo che è stato proprio Reichert a tirare fuori il potenziale nascosto di queste calzature. Convinto del successo che avrebbero potuto raggiungere si è fissato un obiettivo, apparentemente molto ambizioso: vendere 20 milioni di scarpe all’anno, entro il 2020. Obiettivo centrato con ben 3 anni di anticipo!

Una grossa mano al fatturato dell’azienda tedesca è stata data da Céline, nel 2012, che ha deciso di far sfilare le proprie modelle della collezione primavera/estate con addosso un paio di Arizona, nere in visone, di Birkenstock.

Da qui, Birkenstock non è stata più vista come produttrice di scarpe ortopediche, anti-moda e perfette per stare in casa, ma è diventato un vero e proprio Brand, con la B maiuscola.

Le collaborazioni non sono mai mancate ma Reichert ha ammesso di averne rifiutate alcune con veri e propri giganti della moda “perché Birkenstock non aveva bisogno di ulteriori richieste oltre all’intensa produzione da rispettare, soprattutto perché i clienti di quei marchi conoscono e probabilmente già indossano Birkenstock”.

Pochi giorni dopo il rilascio dell’intervista è arrivata, immediata, la smentita da parte di Vetements, che ha precisato che “era in trattative con Birkenstock, in passato, per una collaborazione relativa a una sfilata. Ma il progetto non è andato in porto per questioni tecniche di produzione e progettazione”, mentre da Supreme il nulla.

Insomma, così è stato deciso, questo matrimonio non s’ha da fare… Né domani, né mai!

 

2.  KALASHNIKOV LANCIA LA SUA AUTO ELETTRICA                                                di Marco Scopece

L’azienda Kalashnikov cala un asso inaspettato. Nella continua lotta all’innovazione tecnologica tra oriente ed occidente, all’iconica figura di Elon Musk e alla sua voglia di rendere elettrico il mondo dei trasporti, la Russia risponde con le sue armi migliori. Ed è proprio il caso di dirlo, l’azienda che ha creato uno dei fucili più famosi del XX secolo, l’AK-47, oggi propone al mondo la sua automobile completamente elettrica.
Ma come sono passati dalle armi alle automobili? Procediamo per gradi.
A cavallo tra il 2017 ed il 2018, l’azienda Kalashnikov viene privatizzata: la conglomerata di stato Rostec cede il 26% delle proprie partecipazioni ad enti privati, perdendone la maggioranza e mantenendone solo il 25%.

Il disimpegno dello stato nei confronti dell’azienda produttrice dell’Ak-47 ha richiesto una riorganizzazione dell’azienda stessa che, trovatasi con circa 2 miliardi di rubli (30 milioni di euro) di debito ha iniziato dapprima ad ampliare la propria gamma di armi ed in secondo luogo a diversificare il proprio business.
Se pensavate che le armi fossero un mercato redditizio per tutti, beh questo è il momento di cambiare idea.

Ed ecco dunque che l’Ak-47 si trasforma nella Kalashnikov CV-1, una macchina con un stile retrò, completamente elettrica che dalle prime indiscrezioni sul web dovrebbe avere una batteria da 90 kWh e scatta da 0 a 100 km/h in circa 6 secondi, per un’autonomia di 350 km. La vera novità messa a punto dalla Kalashnikov è l’inverter, ovvero il sistema in grado di trasformare l’energia elettrica continua proveniente dalle batterie in energia alternata per alimentare il motore.
Il passato torna in veste di futuro. Ma la sfida con gli States e con Mr.Musk non sembra ancora decollata perché le prestazioni delle Tesla sono ancora di gran lunga superiori.

La Kalashnikov in questa nuova veste spiazza un po’ tutti: non solo automobili, il processo di diversificazione del business ha portato l’azienda Russa a produrre anche motocicli, una linea di abbigliamento, ombrelli e persino cover per cellulari e oggetti per la casa.
Ma non pensiate si sia rammollita: nella stessa occasione, è stato presentato un robot bipede che sembra uscito da una pellicola cinematografica anni ‘90. La funzione principale? Uccidere

 

3.  STARBUCKS E MCDONALD’S: UN PROGETTO PER LA SALVAGUARDIA DELL’AMBIENTE       di Francesca Cisternino

L’attenzione per la salvaguardia dell’ambiente si diffonde giorno per giorno , sempre più velocemente tra le diverse realtà aziendali.

Ma chi l’avrebbe mai detto che due concorrenti agguerrite a livello globale nel tentare di strapparsi a vicenda i clienti ai quali fornire caffè e bevande, si sarebbero alleate nel nome della sostenibilità? Ebbene sì,  Starbucks e McDonald’s hanno un obiettivo comune: produrre un bicchiere completamente green.

Ma questi prodotti non erano già riciclabili?

Sì, infatti i bicchieri utilizzati attualmente dai due giganti del food sono già riciclabili a livello tecnico ma non esiste uno standard universale per riciclare correttamente questo oggetto, che quindi potrebbe essere riciclato correttamente a New York ma non a Detroit, a seconda di come la raccolta differenziata venga gestita.

Starbucks e McDonald’s insieme distribuiscono annualmente il 4% dei 600 miliardi di bicchieri nel mondo e rappresentano due delle prime tre catene Food & Beverage più popolari, quindi migliorando il riciclaggio delle coffee cup si darebbe una svolta ecologica al settore .

Questo progetto a cui hanno preso parte anche Subway e Burger King prende  il nome di THE NEXTGEN CUP CHALLENGE: dal primo giorno di settembre, imprenditori,ricercatori, creativi e start up impegnate sul fronte della lotta allo spreco sono invitati a presentare le proprie idee.

I 7 progetti vincitori della sfida  potranno accedere al programma di incubazione che per 6 mesi li aiuterà a sviluppare il prodotto su ampia scala.

L’ iniziativa vede coinvolti il WWF, accademici e ricercatori , l’industria della plastica e della carta e la piattaforma di investimento Closed Loop Partners, la quale opera a sostegno dell’economia circolare, finanziando progetti sostenibili.

La challenge fornirà sovvenzioni a buone idee e aiuterà le startup a lavorare insieme per fornire soluzioni pronte per il mercato.

Marion Gross ( chief supply chain officer di  McDonald’s Stati Uniti) ha dichiarato: “Nella sicurezza alimentare non c’è alcun vantaggio competitivo. Dobbiamo tutti portare soluzioni e assicurarci di stare attenti all’interesse pubblico. E’ un problema sociale ed esiste un modo in cui possiamo venirne fuori insieme, non come concorrenti, ma come risolutori di problemi. Possiamo usare la nostra scala collettiva per fare la differenza”.

Hai qualche idea per migliorare il riciclaggio delle coffee cup e incentivare la tutela dell’ambiente?

Leggi il bando e partecipa al progetto!

 

4.  PROBLEMI CON DAZN?                                                                                                        di Jacopo Colavecchia

Criticata e contestata sin dal principio, la piattaforma Dazn continua a scatenare l’ira dei tifosi soprattutto dopo le prime due giornate di campionato.
Doveva essere la novità che permetteva all’Italia e soprattutto al calcio italiano di rilanciarsi rispetto agli altri campionati, ma l’esordio della piattaforma targata Perform, è stato tutto fuorché positivo.
I tifosi non hanno potuto seguire in maniera scorrevole nessuna delle partite offerte da Dazn, in particolare le due più importanti dell’esordio della piattaforma: Lazio-Napoli e Sassuolo-Inter. La piattaforma non ha retto l’elevato numero di utenti collegati nello stesso momento, incappando in problemi di connessione e di buffering.
La cosa, che ha mandato ancor di più su tutte le furie i tifosi, è stata l’arroganza del colosso Perform nel definire i problemi come “irrilevanti e prontamente risolti”, nonostante così non fosse.
Al termine della prima giornata di campionato, Il CEO di Dazn è tempestivamente intervenuto per scusarsi dei problemi verificatisi e per assicurare che per le successive partite sarebbe filato tutto liscio. Ma, purtroppo per i tifosi, così non è stato e anche le partite della successiva giornata (in particolare Napoli-Milan) hanno riportato i soliti problemi di buffering e connessione della settimana precedente, segno di un sistema che, almeno per ora, proprio non funziona. Quindi Perform, per calmare le acque, ha annunciato “ulteriori investimenti per migliorare i servizi”.
Il campionato non è entrato nel vivo e già siamo allo scontro totale, tanto che il Codacons ha denunciato sia Dazn che Sky per pratiche commerciali scorrette nei confronti dei tifosi. Già! perché alla fine, gli unici a rimetterci sono sempre loro.
5. ALLA SCOPERTA DELLA DOMOTICA CON AMAZON EXPERIENCE CENTER                                    di Benedetta Ruffolo

Da molto tempo ormai sentiamo parlare di IoT e domotica. Ma cosa sono?

Per IoT si intende l’internet delle cose. Espressione utilizzata da qualche anno, per indicare apparecchiature e dispositivi – diversi dai computer – che utilizzano una connessione internet. Si passa dai sensori per il “fitness”, automobili, climatizzatori, ma anche elettrodomestici, lampadine e telecamere.

Obiettivo?

Semplificare la vita, automatizzando alcuni processi e mettendoci a disposizione informazioni che prima non avevamo. Esempi sono le strade intelligenti, che sono in grado di dialogare con le automobili, i semafori e la segnaletica per ottimizzare il traffico o ridurre l’inquinamento e i termostati che sono in grado di stabilire la temperatura adatta per ogni momento, permettendo così di risparmiare energia.

Pensate ora di avere la possibilità di sapere se il vostro frigo ha il necessario per la cena, ma siete fuori casa. Con un semplice click sul proprio smartphone si può ottenere una risposta, ecco questa è la domotica.

La domotica è l’applicazione dell’IoT nelle abitazioni. Ciò rende le case intelligenti e capaci di utilizzare i dati ambientali per il loro funzionamento, in modo da rispondere alle esigenze dei proprietari.

Le continue innovazioni tecnologiche portano sul mercato dispositivi e apparecchiature altamente performanti, ma non bisogna dare per scontato che gli utilizzatori sappiano da subito utilizzarle o quantomeno comprenderne le funzioni.

Per questo motivo Amazon ha pensato di creare gli Amazon Experience Center. Nel 2014, Il colosso di Jeff Bezos ha introdotto sul mercato Alexa, l’assistente vocale personale che è in grado di interagire con la voce, fissare appuntamenti, riprodurre musica e dare informazioni sul meteo e il traffico, inoltre è in grado di controllare diversi dispositivi “intelligenti”, fungendo da sistema di automazione per la gestione della domotica. Dal momento che non tutti riescono a stare al passo con le nuove tecnologie, Amazon ha creato una nuova catena di showroom, chiamata appunto Amazon Experience Center, per consentire alle persone di toccare con mano i vantaggi delle case intelligenti.

Per la realizzazione degli showroom Amazon ha stretto una partnership con l’impresa di costruzioni Lennar, che ha installato i dispositivi quali: gli Amazon Dash Button, le TV collegate al sistema Fire TV di Amazon e i prodotti che interagiscono con Alexa, all’interno degli showroom. Sarà possibile quindi controllare tutti i dispositivi che sono connessi quali ad esempio: luci, tapparelle, termostato o televisione.

Gli Amazon Experience Center non saranno solamente delle rappresentazioni delle case modello, dove le persone potranno toccare con mano le soluzioni smart della case, potranno inoltre essere utilizzate, per ordinare dei servizi a domicilio presenti nell’Amazon Home Services, che permettono ad esempio di prenotare un elettricista o un idraulico.

Il direttore generale di Amazon Services, Nish Lathia, ha spiegato che la società voleva che i propri clienti testassero le soluzioni smart e i vantaggi e le comodità di Alexa, in un vero contesto domestico. Se i dispositivi e le attrezzature smart sono il futuro delle abitazioni, Amazon, riconosce il vantaggio per i consumatori di conoscere appieno le funzionalità e gli utilizzi.

Per il momento il progetto sarà attivo solo in America, dove Amazon conta di aprire 15 “centri esperienziali” nelle città di Dallas, Atlanta, Los Angeles, Miami, Orlando, San Francisco, Washington Dc e Seattle.

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