di Nunzio Salvatore Minissale

Tempo di lettura: 3 minuti

L’annuncio della “rottura” tra Google e Huawei ha monopolizzato per un po’ il dibattito sul web (ma anche nei bar di tutta Italia) creando panico e incertezza tra gli utenti e un insieme di domande, scandite come una litania, riassumibili nel più classico “e adesso che succederà?”. Proviamo a rispondere, ripercorrendo i passaggi fondamentali di questa vicenda e tenendo conto sempre della complessità che questo tema, ancora in divenire, porta con sé.

Fonte: forbes.it

Tutto comincia la mattina del 20 maggio (ora italiana) con l’annuncio da parte di Google, che produce il sistema operativo Android (quello che fa funzionare la stragrande maggioranza degli smartphone che utilizziamo) della sospensione dei rapporti con la cinese Huawei, un colosso i cui volumi di produzione sono secondi solamente a Samsung.

La sospensione della licenza per l’utilizzo dei servizi Android è dovuta all’applicazione di un ordine esecutivo, diramato cinque giorni prima dalla Casa Bianca, che sostanzialmente vieta alle aziende americane di vendere i propri prodotti ad una serie di aziende tech cinesi, (inserite per decisione del dipartimento del Commercio degli Stati Uniti nella cosiddetta “Entity List”) senza una preventiva approvazione da parte del governo. Il tutto in una cornice di crescente tensione politico-economica tra USA e Cina, che sembrano aver trovato il proprio playing field proprio sul terreno dell’innovazione tecnologica e delle telecomunicazioni: bisogna infatti ricordarsi che proprio Huawei è stata recentemente accusata da Donald Trump di fare spionaggio per conto del governo cinese, e l’azienda, che oltre agli smartphone produce sistemi di telecomunicazione (ripetitori cellulari, cavi sottomarini per Internet) ed è partner di numerosi operatori mobili per la costruzione delle infrastrutture della rete 5G, è stata praticamente messa al bando e non può fare affari nel mercato statunitense.

A seguito della mole di richieste di chiarimento da parte dell’utenza, preoccupata delle ripercussioni che una decisione del genere avrebbe potuto avere, in concreto, sulla user experience di tutti i possessori di uno Huawei o di un Honor (altro brand di smartphone di proprietà dell’azienda), non sono mancate dichiarazioni “rassicuranti” da entrambe le parti:

<<Ci stiamo conformando all’ordine e stiamo valutando le ripercussioni. Per gli utenti dei nostri servizi, Google Play e le protezioni di sicurezza di Google Play Protect continueranno a funzionare sui dispositivi Huawei esistenti>> ha detto un portavoce di Google.

Fonte: twitter.it

Huawei ha invece diffuso un breve comunicato: <<Huawei ha dato un contributo sostanziale per lo sviluppo e la crescita di Android in tutto il mondo. Come uno dei partner globali chiave per Android, abbiamo lavorato a stretto contatto con la sua piattaforma per sviluppare un ecosistema di cui beneficiassero sia gli utenti sia il settore. Huawei continuerà a fornire aggiornamenti di sicurezza e servizi a tutti gli smartphone e tablet esistenti di Huawei e del marchio Honor, sia per quelli già venduti sia per quelli ancora in magazzino. Continueremo a costruire un ecosistema sicuro e sostenibile, in modo da offrire la migliore esperienza ai nostri utenti su scala globale.>>

Tali esternazioni sono però apparse piuttosto vaghe, e di certo non in grado di rispondere alla più annosa delle questioni: cosa succederà ai prodotti che verranno venduti in futuro? e a quelli esistenti, quando dovranno essere aggiornati?

A queste domande manca ancora una risposta certa, e le ipotesi messe in campo da opinionisti ed esperti sono molte: sicuramente Huawei potrà continuare a utilizzare la versione libera (open source) di Android, messa a disposizione tramite l’Android Open Source Project (AOSP). È una versione base del sistema operativo, sulla quale poi Google costruisce quella che viene poi installata sugli smartphone dei principali produttori, con accordi e licenze d’uso. AOSP comprende diverse funzionalità, ma non tutte quelle che Google offre come “servizi aggiuntivi”, tramite le sue applicazioni, e che gli utenti sono ormai abituati a trovarsi su uno smartphone Android. Oltre alla mancanza di alcuni servizi di Google, Huawei potrebbe avere problemi a diffondere gli aggiornamenti di sicurezza per i suoi dispositivi, dovendo attendere che siano disponibili su AOSP e dovendo poi provvedere autonomamente alla loro diffusione.

La soluzione definitiva potrebbe invece essere il lancio di un sistema operativo proprio, al quale il colosso cinese sta lavorando già da anni e che potrebbe essere pronto per la fine del 2019:

<<Non vogliamo arrivare a questo, ma saremo costretti a causa del governo degli Stati Uniti>> ha detto all’emittente CNBC Richard Yu Chengdong, CEO of the Consumer BG Huawei <<credo che questi eventi non influenzeranno negativamente solo noi, ma anche le compagnie statunitensi, poiché supportiamo gli affari degli USA.>>

In effetti, pare che la vicenda non coinvolga soltanto Google, ma (stando a fonti raccolte da Bloomberg) anche aziende produttrici di microprocessori quali Intel, Qualcomm, Xilinx e Broadcom, che avrebbero comunicato ai loro dipendenti di congelare il supporto a Huawei fino a nuovo ordine. Se quindi da un lato l’azienda asiatica si potrebbe trovare presto senza approvvigionamenti (avendo dichiarato di avere scorte di prodotto sufficienti per soli 3 mesi) dall’altro vi è un settore chiave dell’industria USA che perde un importantissimo cliente straniero. Ed è difficile prevedere l’impatto che questo avrà in termini occupazionali e di indotto.

Fonte: repubblica.it

Sicuramente tutti i player coinvolti dovranno operare in fretta e trovare delle soluzioni alternative, cosa che può essere facilitata dalla decisione del Dipartimento del Commercio di posticipare di 90 giorni l‘applicazione del “bando”. Arrivata a 24 ore di distanza dalla prima (e dopo il prevedibile tonfo del Nasdaq all’apertura di lunedì 21 maggio), questa scelta è stata ufficialmente giustificata dal Segretario al Commercio Wilbur Ross: <<“La Temporary General License concede agli operatori il tempo di sottoscrivere altri accordi e (dà) modo al Dipartimento per determinare le misure a lungo termine che dovranno essere adottate  per calmierare i disagi per gli americani e per i fornitori di telecomunicazioni che attualmente si affidano alle apparecchiature Huawei per servizi critici>>.  Altre voci e indiscrezioni parlano però di una silenziosa ritorsione cinese, che riguarderebbe il mercato delle cosiddette “terre rare”, materiale di fondamentale importanza per l’industria tech, soprattutto quella legata ai microconduttori. Di fatto, l‘ingrediente base per pc, laptop, tablet e smartphone. Ingrediente che gli Stati Uniti importano, per l’80%, proprio dalla Cina. Un aumento dei dazi o una limitazione alle esportazioni da parte del governo di Pechino potrebbero mettere in ginocchio l’intero settore, ed è forse questa la vera ragione che ha spinto la Casa Bianca a ritardare l’entrata in vigore della direttiva.

Qualunque sarà l’evolversi di questa complicata vicenda (alla quale potrebbero essersi aggiunti nuovi tasselli nel momento in cui leggerete questo articolo), una cosa è certa: nel mondo globalizzato in cui viviamo, anche vicende che sembrano distanti anni luce da noi (come le tensioni crescenti tra USA e Cina potrebbero apparire) hanno ripercussioni anche importanti sulla nostra vita quotidiana, persino su gesti che ci appaiono scontati come guardare un video sull’app di Youtube o scaricare qualcosa dal Play Store di Google, o ancora utilizzare Google Maps per raggiungere il ristorante dove abbiamo prenotato per festeggiare il nostro anniversario. Gesti semplici, ma allo stesso tempo permessi da una globalizzazione che oggi mostra qualche crepa, a ricordarci che ogni cosa è una conquista, e non bisogna dare nulla per scontato.

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