di Alessio Lo Giudice
Tempo di lettura: 2 minuti

La mole di dati giornalmente generata dai nostri smartphone e dai nostri pc assume in numero valori esorbitanti, e sempre maggiore è l’interesse che i colossi hi-tech e le multinazionali hanno nei confronti di questi dati, al fine di personalizzare sempre più l’offerta per il consumatore digitale.

Ma quale valore economico possono avere questi dati? Quanto vale la vostra privacy?
Sareste disposti a cedere questi dati in cambio di un corrispettivo da spendere online?

Questa è l’idea che ha avuto Amazon, in occasione del Prime day dello scorso 15 e 16 Luglio. Attraverso Amazon Assistant, un tool, da installare sul browser web, che assiste l’utente nella sua customer experience, permettendogli di comparare i prezzi dei prodotti cercati sul web, con quelli presenti nell’assortimento di Amazon. Dal 1 al 14 luglio per gli utenti prime veniva offerto un buono di 10 euro da spendere su Amazon se avessero scaricato questo tool per la prima volta.

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Si è trattato di un vero è proprio scambio, tra i dati del cliente ed un corrispettivo in denaro da utilizzare sullo stesso store digitale.
Per essere operativo infatti l’assistente necessita di analizzare le attività web degli utenti, compresi i link e determinati contenuti delle pagine visualizzate.
Lo scopo del software è quello dunque di avvisare i consumatori se lo stesso prodotto ricercato sul web presso un competitor, ha un prezzo migliore su Amazon. L’obiettivo? Spingere sempre più clienti su Amazon.

Diverse sono comunque le implicazioni che una mossa del genere può avere e il suo potenziale a livello di marketing per il colosso di Jeff Bezos. Si può infatti migliorare l’offerta finale di prodotti e servizi per il consumatore e ,conoscendo le sue ricerche, creare un marketing ad hoc per quelli che sono i suoi bisogni, favorendo inoltre la vendita di prodotti cross selling. Si può inoltre ridurre la concorrenza al dettaglio, divenendo Amazon sempre più una scelta quasi obbligata.

Questa mossa ha avuto parecchio successo negli USA, dove sono già oltre sette milioni di clienti ad utilizzare questo strumento attraverso i vari browser web, bisogna precisare però che rispetto all’Europa dove è stato approvato il Gdpr, negli Stati Uniti, operazioni simili sono soggette a minori restrizioni.
Diversi sono già i tool esistenti che lavorano con la comparazione di prezzo online, ma è la prima volta che un retailer “paga” i suoi clienti per accedere ai dati sensibili di quest’ultimi, e non priva di fondamento è l’ipotesi che sempre più aziende in futuro imiteranno l’operato di Amazon dei giorni scorsi.
L’idea di fondo infatti è quella che i Grandi della tecnologia ricompensino i loro clienti per il valore dei loro dati.

Ma quanto valgono realmente questi dati? Vale davvero la pena cedere parte della propria privacy?
Questa è una riflessione soggetta ad opinioni antitetiche che spetta senza dubbio al consumatore decidere.

 

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