Aprile è terminato e Neam è pronto ad informarvi sulle notizie più sorprendenti del mese !

Abbiamo scelto per voi :

  1. ZARA : lo shopping diventa hi tech
  2. Adidas ripulisce l’oceano : 11 bottiglie per un paio di scarpe
  3. Tesla : la miglior fabbrica automatica ha bisogno dell’essere umano
  4.  Alter Ego trasforma i pensieri in ricerche Google
  5. Walmart punta sull’agricoltura 4.0 con le api drone

Buona lettura!

 

  1. ZARA: LO SHOPPING DIVENTA HI TECH                                                                                  di Marta Candito

Il colosso del fast fashion iberico sorprende ancora una volta.

Dopo le innumerevoli novità introdotte a partire dallo scorso anno (ritiri online in giornata, store privi di camerini, pagamenti tramite cellulare, introduzione di veri e propri “sarti virtuali”) Zara focalizza la sua attenzione sulla clientela virtuale sperimentando una vera e propria esperienza di realtà aumentata.  Sulle orme di altri noti brand come Sephora, Yoox, Dior, Burberry, Anthropologie e Nike, a partire dal 18 aprile e per una durata di due settimane 120 store sparsi in tutto il mondo offriranno ai propri clienti la possibilità di vivere un’esperienza futurista. In Italia sono 5 i punti vendita aderenti all’ iniziativa:  lo store di Milano (Via Torino 2), Firenze (Piazza della Repubblica 1), Roma (Via del Corso 189), lo store presente nel Centro Commerciale Porta di Roma e a Marcianise presso il Centro Commerciale Campania.

Cosa si intende per “realtà aumentata” e come funziona?

La “realtà aumentata” è una tecnica di realtà virtuale (dall’inglese argumented reality AR) attraverso la quale è possibile aggiungere delle informazioni alla scena reale. Nel campo dei brand fashion e beauty questa tecnica permette di mostrare ai propri clienti una versione olografica e realistica di abiti, accessori, scarpe o perfino make-up direttamente dalla realtà.

Per vivere un’esperienza di realtà aumentata è semplicissimo, è necessario scaricare dall’apposito store l’app Zara AR, grazie alla quale dopo aver inquadrato con la fotocamera i vari cubi bianchi sparsi nei negozi raffiguranti la scritta “Save the look” i clienti potranno visualizzare davanti ai loro occhi modelli e modelle virtuali con addosso la nuova collezione Zara. L’iniziativa non è limitata ai negozi fisici, al contrario, è estesa anche ai clienti più pigri che preferiscono godersi lo shopping comodamente da divano. Di fatto anche gli shopping online aholic potranno provare questa esperienza inquadrando semplicemente il loro ordine.

Sebbene la realtà aumentata presenti numerosi vantaggi (come risparmiare tempo e lunghe code stressanti davanti ai camerini) la sensazione di provare un capo sulla propria pelle e sceglierlo per puro istinto resta insostituibile.

 

2. ADIDAS RIPULISCE L’OCEANO : 11 BOTTIGLIE PER UN PAIO DI SCARPE                           di Ilenia Casieri

         

“ Crediamo che il potere di cambiare sia nelle mani dei consumatori, sempre che questi possano fare una scelta.
Il potere di plasmare questa nuova attitudine mentale del consumatore è nelle mani delle industrie creative.

[…]  Nessuno salva gli oceani da solo. Ognuno di noi può avere un ruolo nella risoluzione del problema.
È compito delle grandi industrie reinventare i materiali, i prodotti, i modelli di business. Il consumatore può solo che aumentare la domanda in linea con il cambiamento”. – Pearley for the Oceans.

Queste le parole di Cyrill Gutsch, fondatore di Parley for the Oceans, associazione ambientalista, che da anni ha come obiettivo delle sue campagne quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione dell’inquinamento degli oceani. Quello che l’associazione chiede è semplice: per migliorare il mondo bisogna che le persone possano scegliere un prodotto più pulito, e per poterlo scegliere le grandi aziende devono crearlo.

Questo il momento in cui, il colosso tedesco dell’industria tessile, Adidas accoglie e risponde attivamente alla più vecchia e blasonata delle sfide: rendere il mondo, il nostro mondo, un posto migliore.

Cominciata lo scorso anno con un prototipo, la sfida ambientale di Adidas sembra ormai vinta.
La multinazionale tedesca ha alzato il velo sui numeri, rivelando di aver venduto, solo questo mese, oltre un milione di paia di scarpe realizzate con plastica rinvenuta negli oceani. I numeri svelati vengono subito seguiti dalla precisazione su quello che rimane l’obiettivo reale dell’impresa: la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema dell’inquinamento marino, piuttosto che la mera monetizzazione.

“ Questa nuova scarpa non è soltanto un accessorio. È un simbolo, un nuovo modo di stabilire un nesso tra i prodotti e la causa dell’inquinamento dell’oceano” – Adidas.

Come ha tenuto a precisare la stessa Adidas, per un paio di scarpe vengono utilizzate circa 11 bottiglie di plastica, materiale che viene utilizzato per realizzare sia la tessitura esterna, sia la fodera, sia le stringhe. Più nello specifico, il 95% della scarpa è realizzato con plastica riciclata raccolta nei pressi delle Maldive.

La vera svolta ecologica: eliminare la plastica da ogni processo produttivo.

Adidas sostiene la raccolta dei rifiuti plastici nelle acque delle Maldive, zona in cui l’inquinamento idrico e la sofferenza di molte specie ittiche è sopra i livelli di guardia.
I rifiuti vengono trovati e trasformati, dando vita a tre modelli di scarpe: UltraBoost Parley, UltraBoost X Parley e UltraBoost Uncaged Parley.

Il modello UltraBoost Uncaged Parely, è quello di una scarpa da running prodotta per il 95% da materiali plastici recuperati dal mare, e per il restante 5% da materiali riciclati in altri modi, realizzate con il metodo della stampa 3D. Il design è semplice ma performante, sulla tomaia bianca sono disegnate le onde azzurre di un oceano più pulito. Le oltre 7.000 paia prodotte saranno disponibili online e nei negozi Adidas al costo di circa 200 euro. L’impegno del leader nel mercato dell’abbigliamento sportivo, non si ferma qui, di fatti Adidas produce anche 2 maglie speciali per due celebri squadre di calcio. Ecco la divisa del Bayern Monaco, anch’essa prodotta con rifiuti provenienti dal mare e già utilizzata dalla squadra il 5 Novembre contro l’ Hoffenheim.

Inoltre Adidas si è impegnata ad eliminare la plastica dai suoi capi e dai suoi processi produttivi e di distribuzione. Se questo non bastasse, l’azienda ha assicurato che entro la fine del 2018 non ci sarà più plastica nei punti vendita Adidas.

Allora, forse, un mondo migliore è davvero possibile!

 

3. TESLA : LA MIGLIOR FABBRICA AUTOMATICA HA BISOGNO DELL’ESSERE UMANO ?      di Francesca Cisternino

Nel contesto di quella che viene definita “quarta rivoluzione industriale“, la robotica funziona spesso da ponte tra il digitale e la materiale produzione di beni e servizi soprattutto con l’avvento dell’automazione.

Ma siamo sicuri che la tecnologia possa sostituire interamente i cari operai umani? Forse ancora no , e a dirlo è  il maggior produttore di veicoli elettrici : Elon Musk.

Si, proprio lui che pochi giorni fa ha scritto su twitter “Oh, comunque sto costruendo un drago cyborg” :  secondo alcune supposizioni si tratta di  di una capsula spaziale prodotta da SpaceX che consente di portare carichi (e in futuro persone) da e verso oggetti in orbita.  Sarà vero? Ricordiamoci che la sua soluzione per diminuire il rischio di un’estinzione umana è stabile una colonia su Marte !

Musk è uno tra gli imprenditori più potenti al mondo con un patrimonio di 19,5 miliardi di dollari capace però , di perderne 800 mila in un solo giorno a causa delle perdite azionarie di Tesla.

Il 2018 è stato finora un anno davvero disastroso per Tesla: dai ritardi nella produzione delle auto già pagate dai clienti, agli incidenti dovuti al nuovo autopilot, fino al ritiro di 100,000 Model S per un  difetto alle vetture prodotte prima dell’aprile 2016 che consisteva nella corrosione di alcuni bulloni che avrebbe potuto compromettere la funzionalità del servosterzo.

Musk in un’intervista dichiara di aver puntato troppo sull’automazione. Ci vuole forse far credere che la più grande fabbrica automatica al mondo ha bisogno dell’aiuto di “semplici esseri umani”? Per ora ha annunciato che questo cambiamento è necessario per aumentare e velocizzare la produzione. Magari è un un’azione di marketing, magari no; lo scopriremo solo vedendo se la situazione si sblocchi o meno. Tuttavia questa sua testimonianza ci fa riflettere su quanto la tecnologia  stia facendo passi da gigante ma sia ancora in una fase in cui non potrà interamente sostituire l’essere umano.

 

4. ALTER EGO TRASFORMA I PENSIERI IN RICERCHE GOOGLE                             di Roberta Signorino Gelo

                      

Dimenticatevi di dire “Hey Siri” o “Ok Google”, con AlterEgo vi basterà pensare.

Si, avete letto bene. AltrerEgo è un prototipo creato da Arnav Kapur e Pattie Maes del Mit MediaLab e permette di trasformare i pensieri in ricerche su Google.

Il modello, che ricorda molto una cuffia con microfono, è in realtà un complesso sistema di sensori posizionati in sette aree chiave della testa che passano dalla guancia al mento. Questi sensori sono in grado di “leggere” il nostro pensiero con un meccanismo molto particolare: quando noi pensiamo determinate parole sul nostro viso si producono degli impercettibili segnali neuromuscolari associati al suono delle parole (processo di Subvocazione). Secondo gli ideatori, basterà pensare la query per far partire la ricerca.

La cosa ancor più strabiliante è che la risposta viene sussurrata all’orecchio attraverso un modello a conduzione ossea, che trasmette il suono all’orecchio interno e non dal timpano. Questo fa si che solo la persona che indossa AleterEgo possa udire la risposta e contemporaneamente udire i rumori esterni (e ci aspettiamo possa essere molto utile durante gli esami).

AlterEgo è ad oggi in grado di decifrare le cifre da 0 a 9 ed un vocabolario di circa 100 parole con un’accuratezza di circa il 90%, ed è in grado di dare informazioni sui fusi-orari, realizzare calcoli aritmetici e suggerire la mossa migliore in una partita di scacchi ( e ci aspettiamo possa essere molto utile per fare bella figura e sembrare intelligenti).

Non si tratta, però, del primo dispositivo di questo genere: Stephen Hawking già utilizzava Acat, una interfaccia sviluppata da Intel perfettamente in grado di trasformare i pensieri in parole; dall’Università di Hull, invece, arriva un’apparecchiatura pensata per i malati di cancro alla laringe.

Sarà questo il futuro degli assistenti vocali?

 

 

5. WALMART PUNTA SULL’AGRICOLTURA 4.0 CON LE API DRONE                    di Benedetta Ruffolo

     

Le api sono insetti pacifici e laboriosi, che fanno del lavoro una filosofia di vita; sono responsabili di circa il 70% dell’impollinazione di tutte le specie vegetali viventi sul pianeta, provvedendo a diffondere nell’ambiente i semi delle piante e garantendo circa il 35% della produzione globale di cibo.

Purtroppo però gli apicoltori vedono di anno in anno ridursi i loro allevamenti e le produzioni di miele; le api muoiono continuamente a causa dell’uso in agricoltura di alcuni tremendi pesticidi a base di neonicotinoidi che fanno perdere l’orientamento alle api impollinatrici che non riescono a tornare nei loro alveari.

Ma possiamo scorgere un barlume di speranza, i paesi membri dell’UE hanno approvato la proposta della Commissione europea che introduce il divieto di utilizzo all’aperto di tre pesticidi neonicotinoidi perché nocivi per le api. L’impiego dei principi attivi (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam), che è molto diffuso in agricoltura, sarà consentito solo in serra. La decisione segue restrizioni già imposte dall’Ue nel 2013. L’Italia ha votato a favore della proposta di divieto insieme ad altri 15 Paesi.

A stupire arriva un’innovazione particolare da parte del colosso del commercio al dettaglio Walmart, che ha depositato alcuni brevetti che potrebbero avere un forte impatto sull’agricoltura: oltre ai droni destinati al mondo agricolo (un mercato che potrebbe superare il miliardo di dollari entro il 2024), ad esempio in grado di identificare i parassiti ed utilizzare l’apposito pesticida, Walmart ha presentato un brevetto per una particolare “ape robot“.

Queste api elettroniche, chiamate “droni per l’impollinazione” saranno utilizzate per ridurre i danni legati alla riduzione del numero delle api, oltre a essere in grado di impollinare le piante come le api originali, sarebbero anche equipaggiate di una mini-telecamera in grado di individuare le piante su cui posarsi. Sono previsti anche sensori in grado di stabilire se l’impollinazione è avvenuta con successo o meno.

Questi brevetti potrebbero essere il segnale di come l’azienda speri di avventurarsi e crescere nel settore agricolo, ottenendo un maggior controllo sulla propria filiera alimentare, puntando sull’agricoltura 4.0.

 

La tua opinione conta, lascia un commento!

Condividilo sui social!

Powered by Oikosmos