RETAIL DESIGN 2019: LE DIMENSIONI FISICHE NELL’ERA DIGITALE

RETAIL DESIGN 2019: LE DIMENSIONI FISICHE NELL’ERA DIGITALE

di Marta Candito

Tempo di lettura: 4 minuti

Il 13 giugno 2019 si è svolto, presso il Campus dell’Università degli studi di Parma, il workshop: “Retail Design: Le dimensioni fisiche nell’era digitale” a cura del RetaiLab, laboratorio di ricerca sulla distribuzione interno all’università.

Come ogni anno, il team Oikosmos ha partecipato attivamente all’evento curandone alcuni aspetti organizzativi.

Una giornata ricca di spunti di riflessione sull’importanza della fisicità in un contesto come quello odierno, dove digitalizzazione è la parola d’ordine.

Layout, attrezzature, display, packaging continuano ad essere elementi preziosi su cui l’impresa deve lavorare per riuscire ad instaurare una relazione di fiducia e fedeltà con il consumatore.

Durante il workshop, moderato da Luigi Rubinelli, direttore di RetailWatch, i docenti del RetaiLab hanno avuto l’occasione di esporre i risultati delle proprie ricerche nonché di confrontarsi con imprese e professionisti.

Dopo un breve “Welcome Coffee”, Gaetano Aiello, presidente dell’Accademia Nazionale di Economia Aziendale, ha aperto il convegno soffermando la propria attenzione sul  fenomeno dei prodotti cosiddetti italian sounding e sull’importanza del “made in”. A seguire, la professoressa Cristina Ziliani ed il professore Davide Pellegrini hanno illustrato i punti salienti del corso di laurea di Trade and Consumer Marketing e del lavoro che quotidianamente viene svolto all’interno del laboratorio del RetaiLab.

A prendere la parola è stato poi Sigurdur Thorsteinsson, partner di Design Group Italia, il quale ha cercato di fare luce sul ruolo che la tecnologia gioca nel processo d’innovazione.

“La tecnologia è un elemento che aiuta e facilita il cambiamento ma non si può pensare che sia la base dello stesso” spiega Thorsteinsson durante il suo intervento. E’ importante infatti non dimenticare che a scegliere sono i consumatori e che gli stessi si orientano verso scelte emotive e irrazionali alle quali poi cercano di aggiungere un velo di razionalità. In un contesto come quello odierno lo sviluppo della tecnologia contribuisce a rafforzare il fattore umano e, quindi, la risposta per le imprese sembra essere solo una: il Design Thinking.

Il convegno è proseguito poi con la presentazione della ricerca svolta dalle professoresse Tania Vergura e Beatrice Luceri sull’impatto che il packaging esercita sulle scelte del consumatore.

Tra le componenti del pack, il materiale è sicuramente quello che più incide sulla valutazione del prodotto. Il consumatore è, infatti, abituato ad associare determinati nessi al materiale.

Focalizzando l’attenzione sui principali materiali utilizzati in sei diverse categorie di alimenti e sull’importanza associata da parte dei consumatori al fattore della sostenibilità ambientale, i risultati della ricerca dimostrano che molto spesso le risposte emotive non sono sempre perfettamente allineate con le risposte cognitive. Questo implica che l’impresa debba conoscere entrambe le risposte e assumere le decisioni sulla base delle stesse. Saper emozionare e il rispetto per l’ambiente diventano così le due chiavi per un packaging di successo.

L’importanza del packaging, quale driver di scelta, è stata poi ripresa nella seconda parte dell’evento, dove l’attenzione si è spostata sul mondo dei freschi e dell’ortofrutta.

A riguardo, dall’intervento del professore Guido Cristini e della professoressa Silvia Bellini è emerso che la presenza di informazioni sui prodotti, quali ad esempio il grado di maturità degli stessi, aiuti il consumatore ad effettuare una scelta più consapevole. Questo contribuisce ad evitare che il consumatore si disorienti e rinunci all’acquisto.

Il compito dell’impresa diventa pertanto, riuscire a rispondere attraverso il packaging alle due esigenze del consumatore: minimizzare il tempo dedicato alla scelta del prodotto e raccogliere informazioni dettagliate sullo stesso. Secondo la professoressa Silvia Bellini questa duplice anima del consumatore può essere soddisfatta dallo “smartpack”.

Nella parte finale del convegno, la sostenibilità ambientale ha assunto un ruolo centrale. Packaging e sostenibilità, al giorno d’oggi non possono essere due aspetti scollegati. In un contesto dove il consumatore mostra una sempre più accentuata sensibilità per l’ambiente è imprescindibile per le imprese pensare di sottovalutare in fase di progettazione del packaging aspetti quali la tipologia di materiale, la quantità e le modalità di smaltimento dello stesso.

A tal proposito interessante è evidenziare l’attenzione che Coop Italia ha da 10 anni riservato all’ambiente e con la sua campagna Coop for Kyoto, il cui successo è confermato dal crescente numero di aziende coinvolte, da 30 a 400.

Infine a prendere la parola è il professore Edoardo Sabbadin, il quale attraverso un breve e divertente gioco ha cercato di fare il punto della situazione e colto i temi che si presume saranno il centro d’interesse dei prossimi anni.

Tra Ambush e Viral Marketing: il caso di Kinsey Wolansky

Tra Ambush e Viral Marketing: il caso di Kinsey Wolansky

di Alessio Lo Giudice

Tempo di lettura: 5 minuti

Voi tutti saprete, appassionati di calcio e non, cosa è successo la notte del primo Giugno al Wanda Metropolitano di Madrid. Durante la finale di Champions League tra Tottenham e Liverpool, al 17’ minuto del primo tempo, una giovane e prestante ragazza, Kinsey Wolansky ha, eludendo i controlli, fatto un’invasione di campo, cogliendo di sorpresa tutti i presenti.

Fonte: repstatic.it

Complice un primo tempo fin lì non piuttosto brillante tra le due squadre, l’attenzione su questa invasione di campo è stata massima. La Uefa di solito tende a non riprendere le invasioni di campo per policy contro i fenomeni di ambush marketing.

Dal punto di vista social l’accaduto è stato ri-condiviso quasi istantaneamente da varie pagine sul web, ed è subito venuto fuori tra i vari commenti degli utenti il nome della ragazza e il suo profilo Instagram, come avviene spesso nel caso di fenomeni virali sul web. Al momento dell’accaduto il suo profilo Instagram contava meno di 300 mila followers; analizzandolo tramite il sito Ninjalitics, abbiamo monitorato la crescita esponenziale dello stesso che da quel momento ha avuto una crescita vertiginosa. In questo momento il profilo conta 2,6 milioni di followers ed è allo stato attuale in continua crescita.

Fonte: trends.google.it

Come possiamo vedere dalle immagini che seguono, la curva del grafico di analisi dei followers ha avuto un andamento esponenziale tra la la notte in cui è avvenuto l’evento e il giorno seguente.

La crescita è stata però interrotta da Instagram che, riscontrando un aumento del tutto anomalo dei followers, ha temporaneamente bloccato l’account. Analizzando il profilo giorno per giorno, questi sono i dati raccolti.

Fonte: ninjialitics.it

Come è possibile vedere, da quando il profilo è stato inserito sulla piattaforma Ninjalitics, (prima di quel giorno l’account non era ancora stato monitorato dal sito) a giorno 1, l’incremento è stato di 557543 followers. Il giorno successivo non risultano dati raccolti per via del blocco, mentre invece quando il profilo è stato riaperto ha avuto un incremento netto di più di 1,5 milioni di followers. Ma quanti seguaci ha potenzialmente perso la giovane modella a causa del blocco del profilo subito?

Questo non si può sapere, è possibile notare però come la popolarità che nasce e si sviluppa sui social network sia comunque sotto il controllo di chi lo gestisce.

Fonte: trends.google.it

Di seguito, analizzando il profilo, possiamo ancora notare come, oltre al numero dei followers, sia aumentato in modo proporzionale anche il numero dei like e il numero di interazioni nei post pubblicati successivamente all’invasione. Questo ci dimostra la totale autenticità delle interazioni e soprattutto la potenza mediatica che ha ancora la TV.

Fonte: ninjialitics.it

Fonte: ninjialitics.it

Ovviamente nei giorni a seguire, il numero di nuovi followers è andato a scemare, a dimostrazione del fatto che la popolarità ottenuta sul social è stata una conseguenza dovuta a quanto accaduto; sarà adesso abilità della modella continuare a crescere, o almeno mantenere questi numeri, creando contenuti in linea con il target di riferimento. Ma andrà realmente cosi? O la modella godrà soltanto dei famosi «15 minuti di popolarità» di cui parlava Andy Warhol?

Se pensate però che quanto accaduto sia solo una mossa per far crescere la popolarità della modella sui social vi sbagliate. La ragazza in questione infatti, si è scoperto essere la compagna di Vitaly Zdorovetskiy, noto Youtuber (il suo canale ha quasi 10 milioni di followers) ed ex attore a luci rosse, il quale risulta essere proprietario del sito web per adulti Vitaly Uncensored, che compariva sul costume indossato dalla ragazza durante l’invasione. Lo scopo principale della ragazza era appunto la promozione (in questo caso ovviamente illecita) al sito web in questione, che addirittura è andato in crash per il numero esorbitante di visite registrate dopo i fatti del 1 giungo.

Considerato, infatti, il vasto interesse e l’audience per un evento del genere, se l’avvenente modella ha guadagnato oltre 2 milioni di followers su Instagram, la crescita ottenuta da Vitaly Uncensored in termini di followers sui vari social, senza tener conto di quanto abbia “girato” il nome del sito in sé, ha un valore di circa 3,5 milioni di euro. A riferirlo è stato una nota società di marketing, Apex Group Marketing; dunque rispetto alla multa di 15.000 euro ricevuta e una notte in questura per la giovane ragazza, il piano escogitato è andato a buon fine, generando una piccola fortuna  alla giovane coppia.

Un ultimo aspetto da analizzare che però chiarisce i due fatti precedentemente osservati, è la viralità del fenomeno. Infatti, come visibile su Google Trends, la sera stessa dell’accaduto e nei giorni a seguire, il nome della modella e del brand sponsorizzato sul costume della ragazza, hanno avuto un picco massimo di ricerche online in quasi tutto il mondo.

Fonte: trends.google.it

Fonte: trends.google.it

Fonte: trends.google.it

Addirittura la sera stessa dell’evento il brand è stato più cliccato della modella stessa.

Fonte: trends.google.it

Da quanto analizzato in questo articolo emergono diverse considerazioni in merito: senza dubbio, nella sua totale scorrettezza, questa mossa di marketing, o come la si voglia chiamare, è stata ben pianificata e soprattutto risulta essere andata a buon fine, avendo generato click, visite e abbonamenti al sito stesso.

 

 

 

MILLENNIAL WARRIORS SBARCA A PARMA

MILLENNIAL WARRIORS SBARCA A PARMA

 

di Anna Lo Coco

Tempo di lettura:  3 minuti

Mercoledì 22 maggio, il Team Oikosmos ha partecipato ad un evento di formazione mirato ai giovani che si approcciano al mondo del lavoro e alle difficoltà riscontrate nelle varie scelte che devono prendere nel corso della vita.

L’evento si apre con Alessandro Sandionigi e Marta Basso che hanno presentato la loro community “Millennial Warriors” interagendo con i giovani tramite un confronto di idee e pensieri.

Durante l’evento si è parlato degli stereotipi con cui spesso vengono etichettati i giovani, il famoso “gap generazionale” di cui tanto si parla, e sull’effetto che queste parole provocano nella mente dei giovani.

Tutto questo in un contesto molto giovanile qual è Caffeina, Creative Digital Agency.

Importanti sono stati i consigli ricevuti da Tiziano Tassi, CEO di Caffeina, e da Francesco Fabbro, Marketing Manager di Mulino Bianco che hanno spronato i giovani a darsi da fare e a cogliere tutte le opportunità che gli vengono offerte.

“Tre consigli: siate tosti come Marines, abbiate spirito di mediazione e siate calmi”

(Francesco Fabbro – Marketing Manager di Mulino Bianco)

“Un suggerimento: io mi sono costruito il network, con cui ho lanciato questa azienda, quand’ero studente, partecipando ad eventi come questi. Sfruttate queste possibilità!”

(Tiziano Tassi – CEO di Caffeina)

In occasione di questo evento abbiamo intervistato Marta Basso e Alessandro Sandionigi.

Com’è nato Millennial Warriors? Qual era l’esigenza?

Millennial Warriorsè nato dall’esperienza lavorativa, che pur diversa, ha portato Marta Basso, CEO for a Month di Adecco, e Alessandro Sandionigi, Sales Manager in Tupperware,  a conclusioni molto simili.

“Abbiamo capito che la nostra visione del mondo del lavoro era privilegiata rispetto a quella della maggior parte dei nostri coetanei: potevamo vedere quello che quasi nessuno aveva visto, occupando posizioni di responsabilità, lavorando tutti i giorni fianco a fianco di top manager e vedendo la strategia da un punto di vista top downoltre che bottom up. Abbiamo avuto l’estrema necessità di colmare lo scollamento tra giovani e mondo del lavoro e tra diverse generazioni

Che messaggio volete trasmettere ai giovani con queste testimonianza e con i vostri video messaggi?

“Il messaggio è semplice: è ora di smettere di lamentarsi e cominciare a giocare” – ed è proprio da qui che nasce il loro slogan #STOPWHINING, #STARTPLAYING – “ci riempiamo la vita di scuse e di pregiudizi senza rendercene conto e questo ci impedisce di cominciare a giocare. Giocare mettendosi in gioco, avere il coraggio di scoprire le proprie attitudini e costruirci delle abitudini” –  Marta ed Alessandro si rendono conto che il problema ricade su tutte le generazioni per questo scelgono di comunicare tramite video messaggi, un mezzo diretto ed immediato utilizzato da molti giovani –  “Riassumendo, potremmo dire che il gap generazionale non esiste davvero, è solo un prodotto della nostra mente e in quanto tale siamo responsabili di superarlo e crearci un ponte sopra”.

Visto le vostre esperienze passate e la vostra giovane età, che consiglio vi sentite di dare ai giovani che si approcciano al mondo del lavoro?

“Vorremmo dire a tutti i giovani che non si fermino a quello che gli viene raccontato a scuola, in famiglia, o all’università. Bisogna avere il coraggio di esplorare il mondo, non necessariamente viaggiando per mari e monti, ma anche il mondo in cui siamo nati e cresciuti, che spesso non conosciamo come crediamo. Bisogna imparare a sporcarsi le mani, facendo letteralmente qualsiasi cosa, che rispetto a non fare niente è sempre meglio: attività di volontariato, lavori cosiddetti “umili”, anche durante gli studi, a volte anche lavorare gratis se la moneta di scambio non è finanziaria ma comunque economica.

Vorremmo dire ai giovani che tutto questo parlare di “futuro” forse ci ha fuorviati: se parlassimo di presente rimanderemo così tanto a domani le decisioni importanti sulla nostra vita?”

2. LA RIVOLUZIONE DIGITALE DI LUSH

2. LA RIVOLUZIONE DIGITALE DI LUSH

di Manuela Fiku

tempo di lettura: 3 minuti

This isn’t the end, it’s just the start of something new.

Si concludeva così l’annuncio fatto in contemporanea su Facebook, Instagram e Twitter da Lush UK.

Fonte: GDO week

Per chi non lo sapesse, Lush è un’azienda cosmetica conosciuta soprattutto per la vendita di prodotti sfusi.

Negli ultimi giorni però, le scelte controcorrente dell’azienda non hanno riguardato né l’assenza di packaging né le caratteristiche dei prodotti, bensì la comunicazione digital, in particolare i social.

Fonte: profilo instagram Lush UK

“Siamo stanchi di combattere contro gli algoritmi e non vogliamo pagare per comparire nel newsfeed. Abbiamo deciso quindi che è ora di dire addio ad alcuni dei nostri canali social e di aprire invece la conversazione tra te e noi

Con pagine da oltre mezzo milione di followers, Lush sembrava voler dire addio ai social.

Certo la polemica contro le sponsorizzate è lecita: raggiungere il proprio target attraverso contenuti organici è sempre più un miraggio.

Ma vale davvero la pena di abbandonare tutto?

Come spiega Gianluca Diegoli, esperto di digital marketing, consulente, docente alla IULM, e co-founder di Digital Update: le risorse sono tante. La gestione di una pagina implica foto e video che continuano a essere cercati e utilizzati nel tempo, ma ricordiamoci che questa è solo una parte: messaggi, bot, storie e così via, sono tutti elementi che possono avere un loro significato.

“In un’epoca in cui Facebook sta diventando praticamente presente in tutte le parti del funnel, dalla parte di awareness, alla parte di consideration, fino alla parte di remarketing, non lo so, uscirne mi sembra un po’ un atto eroico che però sacrifica nel lungo periodo una potenzialità”

Dello stesso parere sembra essere Steven Lo Presti, esperto e consulente di marketing, Founder di Marketing Ignorante, il quale spiega come rinunciare a questi canali significhi perdere un’opportunità. Non solo. Il fatto che l’azienda abbia dichiarato di raggiungere solo il 6% dei suoi followers fa riflettere sui contenuti pubblicati.

“È come ammettere di avere difficoltà nel creare contenuti coinvolgenti senza l’utilizzo di sponsorizzate”

Digitale ovviamente non significa solo social media. Il sito ad esempio è un altro importante canale che l’azienda sfrutta al meglio. Come emerge su Gartner, il sito di Lush è tra i migliori della categoria, ma risulta tuttora ricco di rimandi social (a partire dagli hashtag personalizzati).

Ci sono dunque dubbi sul reale abbandono dei social media.

Rileggendo il post di annuncio, l’enfasi ricade più volte sul concetto di community poiché saranno gli amanti del brand a creare contenuti. A confermarlo arriva il nuovo hashtag lanciato alla fine: #LushCommunity

Più lavoro per gli influencer dunque? Forse, ma per ora Customer Care e Community Management sembrano essere il centro di questa nuova strategia basata su canali owned.

Sito e negozio sono dunque i canali principali in quest’era di integrazione tra online e offline su cui l’azienda vuole concentrare le sue forze.

Nel Regno Unito il tutto è arrivato inaspettatamente e, mentre Lush Nord America ha tweettato che sarebbe rimasto in funzione, in Italia i social rimangono attivi come prima, ma emerge comunque un cambiamento in quella direzione.

“Il canale principale per fare brand awareness è il nostro sito web che è anche la nostra piattaforma di e-commerce; poi utilizziamo parte dei canali social. Ma quello che dobbiamo proprio raccontare di LUSH è la capacità di coinvolgere la community non solo attraverso dei canali istituzionali (sito web e social) ma anche attraverso i profili dei fondatori, delle persone che creano i nostri prodotti in giro per il mondo.”

Ha raccontato qualche giorno fa Rossella Campisi, Digital Manager di LUSH.

Perché la community parte proprio dall’interno, dai dipendenti stessi, che sui loro profili manifestano l’entusiasmo e l’orgoglio di essere parte di questa azienda e parte della Lush Commuity.

Un marketing relazionale che si integra al personal branding dello staff.

Un negozio che viene valorizzato attraverso eventi ed esperienze instore.

Un sito che diventa il canale principale, utilizzato per mostrare, vendere, dialogare e creare innovazione (vedi LushLab: prodotti che nascono dall’interazione tra la community e l’azienda).

Meno social, più socialità.

Meno pubblicazioni, più ascolto.

Meno intermediari, più canali di proprietà.

Le scelte di Lush, benchè incomprese inizialmente, si sono rivelate essere in passato scelte vincenti. Potremo dire lo stesso di questo cambio di rotta digitale?

Non resta che attendere: This isn’t the end, it’s just the start of something new.

1. GREEN MARKETING: FLOOR ADVERTISING E STREET MARKETING

1. GREEN MARKETING: FLOOR ADVERTISING E STREET MARKETING

di Anna Lo Coco

Tempo lettura: 2 minuti

Il “Green marketing” viene definito come un insieme di attività ecosostenibili volti a promuovere un prodotto, per conciliare i bisogni dell’ambiente con quelli dei consumatori facendo così accrescere il valore dello stesso prodotto.

Fonte: https://www.euronews.com/2018/10/27/italy-graffiti-campaign-seeks-to-save-lesser-used-words-from-extinction

 

Un esempio di “Green marketing” lo ritroviamo nel “Floor Advertising”, una tipologia di pubblicità fatta tramite messaggi pubblicitari incollati sul pavimento, che permettono di ridurre i costi e di ottimizzare gli spazi all’interno del punto vendita, in quanto andrebbero a sostituire i normali cartelli pubblicitari.

Questo tipo di pubblicità è utilizzata principalmente nella Grande Distribuzione Organizzata per guidare il consumatore verso alcuni prodotti in promozione o semplicemente per fornire un percorso personalizzato all’interno del punto vendita.

Il pavimento pubblicitario viene realizzato tramite la stampa digitale su PVC (cloruro di polivinile – plastica riciclabile), che tramite le sue proprietà, consente al consumatore di poterci camminare sopra senza paura di scivolare. Inoltre utilizza delle applicazioni che permettono di modificare le immagini per personalizzarle.

Nonostante il “Floor Advertising” abbia un costo inferiore rispetto ai soliti cartelli pubblicitari, molte aziende si sono ritrovare a dover tagliare altri costi, per questo si è pensato di riadattarlo alla strada utilizzando la tecnica dello Street Marketing.

(Fonte: https://www.euronews.com/2018/10/27/italy-graffiti-campaign-seeks-to-save-lesser-used-words-from-extinction)

Uno dei più recenti esempi di Street Marketing è quello portato da Zanichelli, che ha lanciato l’iniziativa “La cultura si fa strada” per riprendere alcune parole italiane che si stanno per perdere.

L’azienda ha posizionato dei graffiti urbani, con l’hashtag #laculturasifastrada, in 50 città italiane, in prossimità di scuole e zone pedonali per colpire il proprio target di riferimento, ovvero i ragazzi.

(Fonte: https://corrieredelweb.blogspot.com/2017/12/jungle-firma-campagna-di-street-adv-per.html)

I graffiti sono stati realizzati con una miscela che aveva come base lo yogurt, preso da scarti industriali, e da gesso che si sarebbe cancellato, in due settimane circa, utilizzando solamente dell’acqua. In questo modo non vengono utilizzate sostanze tossiche e non viene prodotto alcun tipo di rifiuto.

Stessa tecnica è stata adottata da “Banca 5” che, grazie all’agenzia pubblicitaria Jungle, ha realizzato 240 graffiti green, sparsi in tutta Italia, temporanei ed ecosostenibili.

Possiamo, dunque, affermare che questa tipologia di marketing pubblicitario permette all’azienda di raggiungere il proprio target in minor tempo con messaggi originali che attirano l’attenzione, riducendo l’impatto ambientale e senza produrre rifiuti.

 

L’impresa può creare felicità?

L’impresa può creare felicità?

di Francesca Bisi
tempo di lettura: 5 minuti
video BEST OF in fondo all’articolo

DALLARA ACADEMY


“L’impresa può creare felicità?”

Questo è il grande interrogativo che ha caratterizzato la giornata del 27 marzo in Dallara Academy in occasione della pubblicazione del libro “Creazione di lavoro nella stagione della quarta rivoluzione industriale. Il caso dell’Emilia-Romagna” a cura di Stefano Zamagni, docente di Economia Politica all’Università di Bologna e Adjunct Professor of International Political Economy alla Johns Hopkins University di Bologna, con la prefazione di Mons. Matteo Zuppi.

DALLARA ACADEMY

Il libro è nato dal bisogno di interpretare l’ambiente che ci circonda: l’avvento delle nuove tecnologie ha inevitabilmente cambiato “l’idea stessa di lavoro, le relazioni interpersonali, i modelli culturali, il rapporto uomo-natura” ed è compito dell’uomo saper reagire con saggezza. In particolare, il contesto di riferimento che prende in considerazione l’autore riguarda gli ultimi vent’anni in Emilia-Romagna e l’impatto della rivoluzione digitale nel mondo del lavoro.

“Dallara Academy nasce dall’idea che l’imprenditore vuole restituire al territorio parte di quello che gli ha dato”

Stefano Zamagni, Docente di Economia Politica dell’Università di Bologna

La scelta del luogo non è stata casuale perché Dallara è un esempio tangibile di un’impresa ad impatto sociale “che si cura di togliere i viluppi che impediscono alla società di crescere grazie ad un progetto di sviluppo in sinergia con il territorio”, ha spiegato Stefano Zamagni.

Nella giornata tanti sono stati gli ospiti che hanno partecipato alla discussione del libro tra cui Sara Rainieri, Pro Rettrice alla Didattica dell’Università di Parma, Giampaolo Dallara, Presidente di Dallara, Franco Mosconi, docente di Economia industriale all’Università di Parma e co-autore del volume, e Andrea Pontremoli, Amministratore delegato e Direttore generale di Dallara.

DALLARA ACADEMY

Da sinistra: Franco Mosconi, Andrea Pontremoli, Sara Rainieri, Stefano Zamagni, Giampaolo Dallara, Angelia Dallara

 

 

DALLARA ACADEMYIl primo intervento è stato fatto dal professore Franco Mosconi, che ha collaborato per la stesura del primo capitolo sulla manifattura, in cui ci ha parlato della vocazione dell’imprenditore come figura capace di seguire il bene comune e rendere accessibili a chiunque i beni di questo mondo.

Questa immagine di imprenditore prende vita proprio in Emilia-Romagna, grande area di manifattura avanzata che guarda ai mercati internazionali grazie alla forte struttura tecnologica costruita negli anni.

 

“È il lavoro che deve essere sempre pensato per l’uomo.”

Franco Mosconi, Docente di Economia Industriale all’Università degli Studi di Parma

 

Il lavoro si crea, lo creano le imprese e non si redistribuisce”, questa è una importante lezione che la regione Emilia-Romagna ha interpretato alla perfezione nella ricerca di un dialogo tra le reciproche competenze per trovare risposte efficaci e innovative per tutti.

DALLARA ACADEMYLa discussione poi è continuata con il Pro Rettore Sara Rainieri, in rappresentanza dell’Università degli Studi di Parma. La parola chiave per affrontare il mondo del lavoro è multidisciplinarietà per offrire agli studenti le giuste competenze per adattarsi alle sfide di questa rivoluzione che sta emergendo.

 

“È solo dialogando in maniera costante con le aziende che possiamo capire bene quali sono le competenze e i modi di formare i giovani.”

Sara Rainieri, Pro Rettore alla didattica dell’Università degli Studi di Parma

 

Sara Rainieri ha parlato del coraggio di non essere sempre tradizionalisti, ma di investire in verticale e Dallara è uno di questi esempi con la sua Academy che forma ogni giorno molti studenti.

 

DALLARA ACADEMYSul tema del lavoro si è poi soffermato l’ingegnere Giampaolo Dallara che ha raccontato l’evoluzione della società italiana in cui “le persone vivevano per sopravvivere” ad un futuro in cui prevedono “che l’uomo lavorerà l’1% del suo tempo”. Il grande problema è quello di garantire una dignità alle persone tramite il lavoro, “capire come organizzarlo in maniera diverso”.

 

Per Giampaolo Dallara sono i giovani che devono guidare questo cambiamento. È un invito a pensare in un altro modo a come potrebbe svilupparsi la società, ossia dove le persone si preoccupano degli ultimi e vivono il lavoro non solo come produzione di beni, ma anche al servizio della comunità.

 

“Il problema non è il tempo libero che avremo, il problema è il lavoro degli altri”

Giampaolo Dallara, Presidente e Fondatore Dallara

 

DALLARA ACADEMYLa parola poi è passata al CEO di Dallara, Andrea Pontremoli, che ha immediatamente constato la differente visione di obiettivi tra il manager e l’imprenditore: il primo lavora per gli obiettivi definiti dal consiglio di amministrazione, il secondo vede l’azienda come un “figlio”. L’imprenditore moderno deve poter creare un futuro dove “questo suo figlio stia sempre meglio”, pensando non solo al successo dell’azienda, ma anche al futuro del territorio dove opera.

 

“Strategia non vuol dire pensare adesso a quali decisioni dovremo prendere in futuro, ma vuol dire quali decisioni prendo adesso per cambiarlo.”

Andrea Pontremoli, CEO Dallara

Dallara con la sua Academy punta tutto sulle nuove generazioni con l’obiettivo di formarle e aiutarle a costruire le competenze necessarie a gestire e disegnare il futuro. Futuro che è il risultato delle nostre scelte, non di proiezioni matematiche, è un cambio di prospettiva in cui le persone diventano sempre più consapevoli che “il futuro più facile da predire è quello che provi a costruire”.

Infine, la giornata si è conclusa con l’intervento dell’autore del libro, Stefano Zamagni, che ha risposto all’interrogativo: “L’impresa può creare felicità?”.

DALLARA ACADEMYLa sua riflessione è partita dalla constatazione che c’è sempre di più una concezione “petrolifera” del lavoro: il lavoro assimilabile ad una miniera e al quale si può attingere al bisogno. Questo è un grave errore di valutazione perché non si cerca lavoro, il lavoro si crea. In Italia questa mentalità è frutto della concezione neo-statalistica, secondo cui è lo Stato che crea il lavoro, quando invece lo Stato deve favorire la creazione di lavoro da parte dell’impresa.

Per Zamagni un buon imprenditore deve avere tre caratteristiche: la propensione al rischio, la capacità di innovare e possedere l’arte della combinazione.

La prima non significa essere temerario, ma significa agire pur non sapendo dove andrà finire; la seconda parla dell’importanza di avere il coraggio di rompere gli schemi e di cercare sempre nuove soluzioni; infine, la terza è l’idea dell’imprenditore come un “direttore d’orchestra” che conosce i propri dipendenti e li sa mettere in armonia.

Anche il rapporto tra manager e imprenditore è un nodo cruciale: sono due figure diverse che rischiano spesso di entrare in conflitto e questo è una grave pericolo, in quanto devono imparare ad “andare alla stessa velocità” e lavorare in sinergia.

Che ruolo ha la scuola in questa trasformazione? Scuola e lavoro vengono troppo spesso poste come alternative, quando invece devono convergere. Ecco perché, secondo l’autore, bisogna tornare a parlare di educazione, partendo dalla fondamentale distinzione tra istruire ed educare. Istruire vuol dire mettere dentro la testa concetti, nozioni che crea soggetti sempre più bravi a risolvere problemi di scelta in cui si è chiamati a selezionare un’opzione tra tante di cui si conoscono tutte le caratteristiche. Educare invece è l’esatto contrario, significa tirare fuori le competenze che permettono di essere inserirti nella realtà e risolvere problemi di decisione in cui non si sanno le caratteristiche delle opzioni che si hanno di fronte. L’università deve tornare ad avere compiti educativi, non solo istruttivi.

Questo è stato l’obiettivo della ricerca che ha portato alla stesura di questo libro: capire come l’impresa civile può operare al meglio nel territorio. Non basta occuparsi di far funzionare bene l’azienda, ma essa deve preoccuparsi anche che nel territorio ci sia un progetto di sviluppo umano integrato, questa dovrebbe essere la sua vera missione.

DALLARA ACADEMY

L’impresa può quindi creare felicità? Si, può farlo se l’impresa diventa il luogo “dove si forma il carattere umano e ha di mira la felicità delle persone che ci lavorano e del contesto circostante”.

L’impresa non deve operare in un “deserto sociale”: nel crescere deve considerare non solo la dimensione quantitativa, ma anche quella spirituale. Lo scopo di fare impresa è “consentire alle persone di fiorire, sbocciare”.

“Quando il sole tramonta, quando le cose si fanno difficili, non piangere. Perché le lacrime ti impedirebbero di vedere le stelle.”

Rabindranath Tagore, Premio Nobel per la letteratura nel 1913

Una di queste stelle è proprio “il network delle imprese che rappresentano il modello della via Emilia” conclude Stefano Zamagni.

 

Vuoi ripercorrere i momenti salienti della giornata? ecco qui il video “BEST OF”:

 

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