NEAM LUGLIO 2019

NEAM LUGLIO 2019

L’informazione non va in vacanza!
Luglio segna definitivamente l’inizio dell’estate, portando con sè tante nuove notizie.

Questo mese abbiamo scelto per voi:

1.Starbucks creamer da 7,15 miliardi di dollari
2.Quanto vale la vostra privacy? Il “nuovo” esperimento di Amazon
3.Il “mercato nero” di Carrefour: una campagna di comunicazione può cambiare la legge?
4.Shoelace: la nuova avventura social di Big G
5.Rivoluzione pubblicitaria: l’impegno di P&G in Italia

1. STARBUCKS CREAMER DA 7,15 MILIARDI DI DOLLARI

1. STARBUCKS CREAMER DA 7,15 MILIARDI DI DOLLARI

di Francesca Cisternino 
Tempo di lettura: 2 minuti

Amanti del caffè sull’attenti. 

La partnership di inizio anno tra i due competitors, Nestlè e Starbucks sta dando i suoi frutti, o meglio le sue coffee creamers.

businesstimes.com

Le ultime indagini qualitative hanno rivelato un aumento dei consumatori di caffè a casa, dovuto in particolare a ritmi di vita più frenetici e necessità di time saving.
I due colossi hanno deciso di cavalcare questa tendenza unendo forze e competenze. Risultato? Starbucks creamer .
Starbucks, entra per la prima volta nel mercato delle creme refrigerate sfruttando le conoscenze di Nestlè, leader nel settore delle bevande cremose.

businesstimes.com

Mark Schneider, amministratore delegato Nestlè ha dichiarato:
“Con Starbucks, Nescafè e Nespresso, riuniamo tre marchi iconici nel mondo del caffè. Questo è un grande giorno per gli amanti del caffè di tutto il mondo”

Nestlè pagherà Starbucks per 7,15 miliardi di dollari per poter vendere caffè con il marchio della nota catena di Seattle.
I Coffee Creamer di Starbucks al gusto di caramello, cioccolato bianco e cannella dolce, si troveranno in vendita negli
Stati Uniti a partire da Agosto, sia presso store di prodotti alimentari, sia in rivenditori online selezionati.

businesstimes.com

I vantaggi di questa collaborazione sono molteplici: sia perché Nestlè lancia prodotti Starbucks a velocità notevole permettendo a quest’ultimo di espandersi nel settore delle bevande cremose, sia perché i clienti Starbucks potranno godere dei caffè Starbucks anche restando a casa, senza dimenticare che la creazione e commercializzazione di questi prodotti stanzierà circa 500 nuovi posti di lavoro.

E’ ancora presto per valutare il successo o meno di questa strategia di brand extention di Starbucks. Io per ora, da amante del caffè, mi limiterò a provare tutti i gusti.

 

2. QUANTO VALE LA VOSTRA PRIVACY? IL “NUOVO” ESPERIMENTO DI AMAZON

2. QUANTO VALE LA VOSTRA PRIVACY? IL “NUOVO” ESPERIMENTO DI AMAZON

di Alessio Lo Giudice
Tempo di lettura: 2 minuti

La mole di dati giornalmente generata dai nostri smartphone e dai nostri pc assume in numero valori esorbitanti, e sempre maggiore è l’interesse che i colossi hi-tech e le multinazionali hanno nei confronti di questi dati, al fine di personalizzare sempre più l’offerta per il consumatore digitale.

Ma quale valore economico possono avere questi dati? Quanto vale la vostra privacy?
Sareste disposti a cedere questi dati in cambio di un corrispettivo da spendere online?

Questa è l’idea che ha avuto Amazon, in occasione del Prime day dello scorso 15 e 16 Luglio. Attraverso Amazon Assistant, un tool, da installare sul browser web, che assiste l’utente nella sua customer experience, permettendogli di comparare i prezzi dei prodotti cercati sul web, con quelli presenti nell’assortimento di Amazon. Dal 1 al 14 luglio per gli utenti prime veniva offerto un buono di 10 euro da spendere su Amazon se avessero scaricato questo tool per la prima volta.

hdblog.com

Si è trattato di un vero è proprio scambio, tra i dati del cliente ed un corrispettivo in denaro da utilizzare sullo stesso store digitale.
Per essere operativo infatti l’assistente necessita di analizzare le attività web degli utenti, compresi i link e determinati contenuti delle pagine visualizzate.
Lo scopo del software è quello dunque di avvisare i consumatori se lo stesso prodotto ricercato sul web presso un competitor, ha un prezzo migliore su Amazon. L’obiettivo? Spingere sempre più clienti su Amazon.

Diverse sono comunque le implicazioni che una mossa del genere può avere e il suo potenziale a livello di marketing per il colosso di Jeff Bezos. Si può infatti migliorare l’offerta finale di prodotti e servizi per il consumatore e ,conoscendo le sue ricerche, creare un marketing ad hoc per quelli che sono i suoi bisogni, favorendo inoltre la vendita di prodotti cross selling. Si può inoltre ridurre la concorrenza al dettaglio, divenendo Amazon sempre più una scelta quasi obbligata.

Questa mossa ha avuto parecchio successo negli USA, dove sono già oltre sette milioni di clienti ad utilizzare questo strumento attraverso i vari browser web, bisogna precisare però che rispetto all’Europa dove è stato approvato il Gdpr, negli Stati Uniti, operazioni simili sono soggette a minori restrizioni.
Diversi sono già i tool esistenti che lavorano con la comparazione di prezzo online, ma è la prima volta che un retailer “paga” i suoi clienti per accedere ai dati sensibili di quest’ultimi, e non priva di fondamento è l’ipotesi che sempre più aziende in futuro imiteranno l’operato di Amazon dei giorni scorsi.
L’idea di fondo infatti è quella che i Grandi della tecnologia ricompensino i loro clienti per il valore dei loro dati.

Ma quanto valgono realmente questi dati? Vale davvero la pena cedere parte della propria privacy?
Questa è una riflessione soggetta ad opinioni antitetiche che spetta senza dubbio al consumatore decidere.

 

3. IL “MERCATO NERO” DI CARREFOUR: UNA CAMPAGNA DI COMUNICAZIONE PUO’ CAMBIARE LA LEGGE?

3. IL “MERCATO NERO” DI CARREFOUR: UNA CAMPAGNA DI COMUNICAZIONE PUO’ CAMBIARE LA LEGGE?

di Dario Consoli
Tempo di lettura: 3 minuti

Quest’anno, il Cannes Lions Grand Prix per la Creative Effectiveness, uno dei premi più ambiti nel mondo della pubblicità, è stato assegnato all’insegna francese Carrefour, per il suo progetto “Black Supermarket” che ha costretto l’Unione europea ad un cambiamento legislativo sulla biodiversità.
Non tutti forse sono a conoscenza che in Europa, ma come accade in tutto il resto del mondo, vige un catalogo ufficiale di specie autorizzate che elenca gli unici esemplari di semi e piante che possono essere coltivati e commercializzati dagli agricoltori, con l’obiettivo dichiarato (almeno in origine) di voler tutelare la salute e la sicurezza dei consumatori. Il risultato però, oggi, è che i consumatori acquistano e consumano soltanto il 3% delle varietà di frutta, verdura e ortaggi presenti in natura, e la maggior parte di questi sono frutto di incroci di laboratorio studiati appositamente per essere più resistenti ai pesticidi e adatti alle coltivazioni di tipo intensivo. Tutto a vantaggio delle lobby dell’agro chimico, come ha dichiarato il direttore creativo dell’iniziativa di Carrefour ad AdWeek. 

insidemarketing.it

In Europa, l’Official Catalogue of Authorized Species vieta la coltivazione, e quindi la distribuzione e commercializzazione, del 97% delle varietà di frutta, verdure e altri vegetali esistenti in natura. Da qui è nata l’idea dell’agenzia Marcel, di proprietà di Publicis, di allestire dei piccoli mercati neri all’interno dei punti vendita della catena francese, dove i clienti possono familiarizzare con oltre sei mila specie di rape, carote, patate e altri innumerevoli prodotti agricoli vietati dall’Unione Europea. Tutto ciò ha permesso di riscoprire varietà di frutta e verdura dimenticate o poco conosciute e di avere una scelta diversa rispetto a quella a cui la Grande Distribuzione ci ha abituato, caratterizzata spesso e volentieri da prodotti standardizzati, senza gusto, di massa.

insidemarketing.it

Tutto ciò non si sarebbe potuto realizzare se non con la collaborazione di contadini, imprenditori agricoli e piccoli agricoltori, che hanno accettato il rischio di coltivare specie non ammesse in Europa. La catena francese ha infatti stretto con tali fornitori un accordo quinquennale che riguarda la distribuzione e la commercializzazione di tali prodotti non autorizzati. Si tratta sicuramente di un progetto abbastanza ambizioso che ha fatto rischiare Carrefour e i coltivatori direttamente coinvolti, di incappare in una pesante multa prevista proprio per chi coltiva e distribuisce in Europa specie non contemplate nel catalogo ufficiale. Nonostante ciò, l’iniziativa è stata apprezzata a tal punto che i consumatori hanno acquistato complessivamente circa settanta tonnellate di prodotti dal “mercato nero”. Per la prima volta, i clienti Carrefour sono stati in grado di poter assaggiare la cipolla rosa di Armorique, il carciofo Camus du Lèon, la zucca Angelica, il pomodoro Kanevedenn, i fagioli di cocco Trègor, lo scalogno mezzo lungo Clèder e innumerevoli altri prodotti fino ad oggi sconosciuti. 

insidemarketing.it

Il Black Supermarket rappresenta un esempio di Marketing Esperienziale di successo: allestire dei veri e propri piccoli mercati proibiti all’interno dei tradizionali punti vendita Carrefour, ha permesso ai clienti, anche quelli abituali, di muoversi in mezzo a scaffali stracolmi di specie vegetali mai viste, offrendo loro un’esperienza inedita e coinvolgente. La sfida del Black Supermarket di Carrefour è stata quella di voler promuovere un cambiamento a favore della biodiversità agro-alimentare; cambiamento legislativo prima ancora che culturale. 

La catena francese, leader in Europa, ha infatti contemporaneamente creato una petizione su change.org per modificare la legge, ottenendo più di 85.000 firme da attivisti digitali. In tal modo è riuscita a fare pressione sugli organi europei addetti che, a maggio 2019, hanno allentato i criteri e i requisiti per la compilazione della lista di alimenti permessi. Una vittoria di cui Carrefour va molto fiera, visto che da sempre si è mostrata sensibile ai temi della biodiversità e sicurezza alimentare. 

adweek.com

In un mercato sempre più saturo, in cui i prodotti sono sempre più simili e il consumatore è sempre più evoluto, le insegne hanno la necessità di spostare l’attenzione del consumatore su altri elementi, come ad esempio l’esperienza di consumo. Carrefour, ancora una volta, riesce ad adattarsi brillantemente alle condizioni del mercato, assumendo il ruolo di vero e proprio “regista di esperienze”, dimostrando di meritare alla grande uno dei premi più ambiti nel mondo della comunicazione. Chapeau!

 

4. SHOELACE: LA NUOVA AVVENTURA SOCIAL DI BIG G

4. SHOELACE: LA NUOVA AVVENTURA SOCIAL DI BIG G

di Laura Marina Popa
Tempo di lettura: 2 minuti

Dopo il fallimento della piattaforma Google+, Mountain View pare già pronta per la sua nuova avventura “social”.
Shoelace, dall’inglese laccio per le scarpe. Il nuovo progetto di Google si propone però come un’esperienza di socialità autentica – lontano dallo schermo e improntata alla condivisione degli interessi con incontri dal vivo.
Nasce dalle menti del team di lavoro per prodotti sperimentali di Google, Area 120 (n incubatore interno all’azienda dedicato ai suoi dipendenti che hanno idee innovative e   l’ intenzione di avviare una startup).
Il social network ora è disponibile sotto forma di applicazione, versione Android e iOS (senza controparte Web, almeno per ora) e, per il momento, è nella sola area metropolitana di New York.

repubblica.it


Consentirà ai suoi utenti di socializzare con persone geograficamente vicine e con cui condividono gli stessi interessi.

Shoelace ha lo scopo di raccogliere interessi ed hobby degli iscritti e crea una mappa di persone con passioni e gusti simili, che frequentino gli stessi luoghi oltre a creare un calendario di eventi in linea con i gusti del singolo iscritto.
Il nuovo esperimento social è accessibile soprattutto solo su invito; una caratteristica come questa sarebbe una chiara definizione della direzione dei social network, quella del private social. 
Non bisogna aspettarsi però grandi interazioni digitali con questo nuovo social network visto che l’obiettivo di Google è quello di indurre gli utenti a fare più attività offline e disconnessi dalla rete.
Gli utenti social si mostrano interessati alle persone ed è proprio la centralità delle persone (umane) a dover essere recuperata.

È questo il cuore del private social e, se le funzionalità del nuovo social network di Google lo colgono appieno, anche le tradizionali piattaforme sembrano muoversi in questa direzione. A confermare questa supposizione basti pensare ad una delle ultime novità di Instagram: uno speciale adesivo Chat sulle storie di Instagram permette, infatti, a chi le visualizza di entrare a far parte di una vera e propria conversazione di gruppo, ma privata e in DM, sull’argomento in questione.

In quest’ottica, se davvero questo è quello che gli utenti cercano dai social, anche la presenza e la strategia social più nativa dei brand rischia di apparire disturbante e fonte d’interruzione. Da qui decisioni come quelle di Lush o Unicredit che, hanno lasciato i social e deciso di strutturare diversamente la propria presenza digitale, attraverso app e chatbot dedicati, per esempio, o un lavoro di community management e customer engagement decisamente più incentrato sulla persona.
Non è difficile immaginare, del resto, che nell’era del private social l’obiettivo per un brand possa diventare quello di essere presente nelle conversazioni, nelle interazioni private degli utenti: per farlo serve trasformare ogni singolo consumatore in ambassador del brand o, ancora, puntare su micro e nano influencer in modo da creare una cerchia attiva e fedele di utenti.

insidemarketing.it

Da quel che si può vedere al momento, Shoelace è un progetto molto più piccolo e molto meno ambizioso di Google+: non più un social a tutto tondo ma una semplice app per mettere in contatto le persone in base agli interessi condivisi e alla posizione geografica. 

La principale differenza tra Shoelace e Google+ è che il secondo si poneva come obiettivo di spodestare Facebook dal trono dei social universali mentre Shoelace ha come scopo finale l’incontro delle persone. 

 

 

1. FCA E AURORA PER LA GUIDA AUTONOMA

1. FCA E AURORA PER LA GUIDA AUTONOMA

di Dario Iudice

Tempo di lettura: 3 minuti

Quando si chiude una porta, si apre un portone.”

Anche quando la porta è un colloquio per una fusione con un gruppo come la Renault. Per FCA, l’affare fallito con il colosso automobilistico francese è stato davvero un duro colpo, anche perché si poteva concretizzare un affare che avrebbe portato vantaggi importanti. Si parlava di un unione tra due potenze industriali in grado di produrre potenzialmente 15 milioni di autovetture l’anno, unendo la tecnologia (il know-how dei brevetti per le vetture elettriche in possesso della Renault), piattaforme per ogni singolo modello, gamma di veicoli commerciali in grado di sbaragliare il mercato e tanto altro.
Però tutto per ora è sfumato, perciò FCA non si è abbattuta e ha focalizzato le sue attenzioni per la creazione di una nuova partnership oltreoceano, per la precisione nuovamente negli Stati Uniti con la startup tecnologica Aurora Innovation. Quest’ultima è già conosciuta per l’affare con Amazon, da cui ha incassato un assegno da 530 milioni di dollari per sviluppare la tecnologia della guida autonoma. 

Fonte: FCA corporate website

Il piano di FCA è ben preciso, continuare il lavoro fino ad ora svolto con BMW, Intel e Mobileye per avanzare nel campo della guida autonoma.
L’accordo è stato annunciato da FCA US (la parte americana della casa automobilistica) e dalla stessa Aurora, che hanno firmato un documento d’intesa per i veicoli commerciali, come il brand RAM e FIAT PROFESSIONAL, a guida autonoma.

Fonte: corriere.it

Da note ufficiali, sulla gamma Fca, verrà inserito un sistema chiamato Aurora Driver, piattaforma di self-driving della startup americana fondata nel 2016 da Chris Urmson, ex dirigente di Google , da Sterling Anderson, ex dirigente Tesla e specializzato proprio su questo campo e Drew Bagnell, ex dirigente Uber.
Questo sistema, esattamente, è in grado di riconoscere e guidare, senza aiuto umano, nell’ambiente circostante dando la possibilità al veicolo commerciale su cui sarà montato di orientarsi.
Mike Manley, CEO di Fiat Chrysler Automobiles, ha dichiarato “Aurora porta con sé un insieme di capacità uniche che combinate con una tecnologia mirata e avanzata che migliorerà il nostro approccio alla guida autonoma”. Dello stesso avviso è il co-fondatore della startup americana Sterling Anderson, “siamo entusiasti di stringere una partnership con Fca Usa per sviluppare un modello di business significativo per offrire i vantaggi dei veicoli commerciali a guida autonoma”
E’ straordinario analizzare quanto, aziende di questo genere, possano emergere velocemente nel settore automotive. Per Aurora, in particolare, si parla di finanziamenti ricevuti da Amazon e Shell pari a 620 milioni di dollari. La valutazione della startup americana ha raggiunto i 2,5 miliardi di dollari, continuando su questa strada, quest’ultima potrebbe investire sensibilmente la tecnologia apportata per la guida autonoma, rendendola non più un miraggio, ma un vero è proprio sistema disponibile.

 

 

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