FINO A CHE PUNTO SI PARLERA’ DI SHARING ECONOMY?

FINO A CHE PUNTO SI PARLERA’ DI SHARING ECONOMY?

5. FINO A CHE PUNTO SI PARLERA’ DI SHARING ECONOMY?                                                         tempo di lettura: 2 minuti

   di Francesca Cisternino

La parola del 2018 è condivisione, e non mi riferisco alle foto dei cenoni pubblicate nelle storie di instagram, ma all’ evoluzione del mondo dei servizi attraverso la sharing economy.

Grazie all’ ubiquità degli smartphone e alla diffusione di apposite applicazioni, è improvvisamente diventato possibile trasformare le città in una grande comunità. In poco tempo abbiamo iniziato a condividere: l’auto mediante app che utilizzano sistemi di car sharing, il nostro tempo libero, offrendo aiuto al vicinato dietro un piccolo pagamento, un posto letto per i turisti.

Tuttavia a giudicare dalle ultime news che riguardano i principali portavoce dello sharing, la risposta sarebbe negativa.

Perché? Semplicemente si è perso l’obiettivo iniziale e se n’è creato un altro secondo cui gli unici vincitori sono le tanto amate startup (con valutazioni da decine di miliardi di dollari), i cui guadagni finiscono nelle tasche di pochi venture capitalist.

Facciamo alcuni esempi: con Uber si è passati dalla condivisione di un’auto, a driver professionisti che svolgono un lavoro di fatto dipendente (ma senza godere di tutele lavorative), inoltre il colosso continua a lavorare alla sua flotta di auto autonome e nel giro di pochi anni potrà anche fare a meno dei driver. In questo modo Uber diventerà una normalissima compagnia di taxi.

Allo stesso modo anche le persone che ci portano la pizza a casa sono rider di Deliveroo o Glovo, privi di assicurazione e sottoposti ad un ranking feroce, in cui un punteggio basso può causare l’estromissione dalla piattaforma

Non ci dimentichiamo di Airbnb che nasce con l’idea di offrire un divano a qualche turista, per poi trasformarsi in un vero business per chi possiede diversi appartamenti e preferisce affittare per brevi periodi (causando l’espulsione di chi già abitava in quelle case e provocando un aumento dei prezzi dell’affitto). Oggi Airbnb è pronta a costruire le proprie case in collaborazione con Brookfield Property Partners, una delle più grandi agenzie immobiliari al mondo. Non si starà mica trasformando in un servizio alberghiero? Cosa condivideranno i turisti?

Insomma l’ideologia californiana che ha dato vita all’economia condivisa si è trasformata in una fortemente centralizzata, questo perché le piattaforme non sono state ben distribuite e indirizzate a comunità mirate (come si pensava all’inizio) ma sono diventati dei monopoli verticali in cui c’è spazio per una sola app nel settore.

Senza fare di tutta l’erba un fascio, continuano ad esistere ancora realtà che conservano l’idea originaria di condivisione: BlaBlaCar consente di trovare un passaggio dovendo solo dividere le spese, Enjoy, Car2Go o le biciclette di Mobike sono effettivamente dei mezzi condivisi.

 

ALLA BASE DEL FUNNEL MARKETING

ALLA BASE DEL FUNNEL MARKETING

di Mario Francese
tempo di lettura: 3 minuti

Il mondo, oggigiorno, si evolve molto velocemente, e con lui anche tutti noi.

Siamo quotidianamente bombardati da advertising, pubblicità varie, sistemi di vendita più o meno efficaci, e questo ci porta passivamente ad “abituarci”, nel corso del tempo, alle strategie del mercato, seppur senza conoscerle.

Il Marketing è, nel business, l’elemento che si evolve più velocemente di tutti, proprio per rispondere in maniera efficace al nostro adattamento.

Uno dei sistemi di Marketing più efficaci attualmente è sicuramente il Funnel Marketing. Ma che cos’è esattamente?

Il Funnel Marketing è un approccio di marketing finalizzato alla generazione di contatti, alla loro conversione e alla loro fidelizzazione con il fine di aumentarne il Life Time Value.

Ciò significa, per i “non addetti ai lavori”, creare contatti e trasformarli in clienti che spendano ripetutamente presso la nostra azienda.

Ma l’elemento fondamentale che distingue il funnel marketing dalle altre strategie è uno: è un sistema. La maggior parte delle aziende ha un’attività di marketing online finalizzata solo alla sponsorizzazione: pagano per farsi vedere sui social o sui motori di ricerca. Ma questo senza generare contatti, senza vendere, senza coinvolgere l’utente. La differenza tra un’azienda “normale” e un’azienda che applica il funnel marketing è che la prima gode solo di presenza online, la seconda ha attivo un sistema.

Il Posizionamento 

Prima di sviluppare un funnel, l’azienda deve avere chiaro il proprio Posizionamento. Questo significa conoscere il proprio cliente ideale, le sue abitudini, i suoi bisogni, dove vive, per cosa pagherebbe. Senza conoscere il proprio cliente, un’azienda “spara nel mucchio”. È fondamentale invece essere dei cecchini, per ottimizzare ogni singolo euro investito nel marketing.

Successivamente, bisogna conoscere i propri concorrenti: cosa offrono? A chi si rivolgono? Che bisogni soddisfano?

Infine, l’impresa deve sapersi distinguere. Deve quindi chiedersi “Cosa succede acquistando il mio servizio? Cosa faccio di diverso rispetto alla concorrenza? Cosa si perde il cliente che non acquista presso di me?”

Questi sono processi fondamentali per iniziare a sviluppare un proprio sistema.

La Strategia

Il secondo aspetto da considerare è la Strategia: qual è il mio core product? Come posso accompagnare il mio cliente verso l’acquisto del mio prodotto? Come posso fare up-selling e cross-selling? Come posso monetizzare da ogni singolo cliente? 

La strategia prevede la costruzione di una “mappa” che rappresenti l’intero ecosistema di prodotti che posso offrire al mio cliente ideale, con il fine di massimizzare le mie entrate.

La Big Idea

Il terzo passo consiste nel definire la Big Idea: la promessa che offro al mio cliente, la trasformazione che gli garantisco tramite il mio meccanismo. Deve essere veicolata attraverso un messaggio originale che incuriosisca il mio cliente.

Marketing Storyboard

Per veicolare il mio messaggio in maniera efficace, entra in gioco il quarto elemento: Marketing Storyboard. Questo consiste nella “storia” che accompagna il mio utente ad acquisire consapevolezza e che lo converta da contatto a cliente pagante.

L’offerta

La consapevolezza crescente del mio utente trascina quest’ultimo a desiderare il mio prodotto o servizio, lasciando spazio al quinto aspetto chiave: l’Offerta. La mia offerta è ciò che mi garantisce la conversione del contatto in cliente.

Questi aspetti sono chiaramente da modellare in base all’azienda che adotta il sistema. Va da sé che il Funnel Marketing può essere applicato praticamente in ogni business, il che è l’elemento più interessante e che dimostra la sua efficacia.

INTERVISTA A STEFANO GOTRA

INTERVISTA A STEFANO GOTRA

La Huawei in un anno fa circa 4-5 mila nuovi brevetti. In Italia nel complesso di tutte le aziende, di tutti i settori, depositiamo mediamente (in un anno) 10 mila brevetti. Questo vuol dire che la Huawei da sola equivale a metà Italia.

Scoprite l’importanza della deposizione di marchi e brevetti in questa intervista a Stefano Gotra, Partner European and Italian Patent and Trademark Attorney at Bugnion S.p.A.

WELCOME HOME | Caffeina

WELCOME HOME | Caffeina

di Manuela Fiku
tempo di lettura: 2 minuti

Caffeina è nota a tutti come digital agency. Quello che tutti magari non sanno però è la storia, tra passato, presente e futuro. 


Cosi come per le persone, conoscere la storia di un’azienda ti permette di capirne e apprezzarne l’identità. Caffeina ha una bellissima storia e una meravigliosa identità ed entrambe sono state raccontate e valorizzare al meglio dai tre soci fondatori Tiziano Tassi, Henry Sichel e Antonio Marella oltre che dagli special guest che si sono alternati: dal sindaco Federico Pizzarotti, a Nicola Rosi, passando per Andrea Amico, Alessandro Casu, Francesco Orlando, Daniele Chieffi, Maria Cristina Origlia e Mauro Del Rio.


Quello che è emerso è stato un percorso in salita, fatto di sacrifici, idee persone e valori, concretizzati oggi nel rebranding con il nuovo logo e soprattutto il nuovo Head Quarter.

Abbiamo centinaia di foto scattate all’inaugurazione dell’HQ di Caffeina | Ideas Never Sleep. ma credo che questa sia una delle più significative.

È la foto di una scritta su una delle pareti degli uffici e racchiude probabilmente i concetti chiave che stanno alla base di quest’azienda.

Crescita.
Perché Caffeina è una startup nata nel 2012 che è riuscita a crescere in maniera sostenibile arrivando ad avere oggi più di 110 dipendenti e un portafoglio clienti da far invidia. Questa crescita prevede evoluzioni, alleanze e nuove idee.

Idee.
Come dicono sempre loro “ideas never sleep” e dopo una giornata intera passata in quest’azienda posso confermare: non si fermano mai. Hanno ridefinito il concetto di agenzia digitale ma non solo. Tante le novità presentate, tra queste la digital academy.

Impatto.
Il loro modo di operare mira alla creazione di valore per i dipendenti, i clienti, l’azienda stessa e persino la comunità. Caffeina investe in formazione, in creazione (in quanti hanno provato la VR?), in sostenibilità ambientale e satisfaction sia dei dipendenti sia dei clienti.

Amazing.
(non lo traduco perché in inglese rende di più). La prima cosa che ho pensato quando sono entrata nell’HQ è stata “tutto questo è pazzesco” e ora, post evento, posso riconfermare che tutto ciò che fanno e che sono è veramente pazzesco.

L’evento, suddiviso tra speech e party, tra ufficio e rooftop, è stato qualcosa di incredibile, un’occasione per far incontrare dipendenti e clienti, amici e parenti.

 

Il team di Oikosmos ha partecipato cercando nel suo piccolo di contribuire a qualcosa di grande e siamo grati ai fondatori di Caffeina per averci dato questa opportunità.

Auguriamo un enorme in bocca al lupo a Tiziano, Henry, Antonio e a tutti i coloro che contribuiscono a rendere Caffeina unica.

E mi raccomando, #NeverSleep.

 

 

NEAM AGOSTO 2018

NEAM AGOSTO 2018

Agosto è il mese in cui tutto si ferma. In Italia più che mai.

Gli uffici chiudono, la gente prepara le valige, spiagge e piscine si riempiono.
Sono tutti fermi.
Ma NOI no!

NEAM AGOSTO è pronto!

Abbiamo scelto per voi:

1. Birkenstock e Supreme: questo matrimonio non s’ha da fare

2. Kalashnikov lancia la sua auto elettrica

3. Starbucks e McDonald’s : un progetto per la salvaguardia dell’ambiente

4. Problemi con DAZN?

5. Alla scoperta della domotica con Amazon Experience Center

Buona lettura!

 

  1. BIRKENSTOCK E SUPREME: QUESTO MATRIMONIO NON S’HA DA FARE                             di Asia Bonaldi

Avete presente “I Promessi Sposi” no? Renzo e Lucia, Don Abbondio, Don Rodrigo e via dicendo. Ecco, prendete la storia e cambiate i nomi dei personaggi con i nomi di alcuni dei brand più famosi e amati dai millenials (ma non solo).

Gli sposini della situazione sono i brand Birkenstock e Supreme. Aimè, il ruolo di Don Rodrigo lo riveste proprio il CEO dell’azienda tedesca, Oliver Reichert, che ha rifiutato con fermezza una possibile collaborazione con Supreme, noto marchio americano che inizialmente rivolse il suo sguardo al mondo degli skater e che, crescendo, ha diversificato la propria offerta basandosi principalmente su collaborazioni con altri brand molto noti. Strategia che ha funzionato con marchi come Nike, Vans, Louis Vuitton, Stone Island. Ha funzionato con tutti, tranne che con Birkenstock.

Reichert ha rilasciato un’intervista a The Cut in cui ha spiegato il rifiuto a collaborare con Supreme (ma anche con Vetements). “Non c’è alcun beneficio per noi nell’accettare di prostituirci, perché questa sarebbe solo una forma di prostituzione”, queste le testuali parole rilasciate da Reichert.

Inoltre, facendo un passo indietro nella storia di Brikenstock, notiamo che è stato proprio Reichert a tirare fuori il potenziale nascosto di queste calzature. Convinto del successo che avrebbero potuto raggiungere si è fissato un obiettivo, apparentemente molto ambizioso: vendere 20 milioni di scarpe all’anno, entro il 2020. Obiettivo centrato con ben 3 anni di anticipo!

Una grossa mano al fatturato dell’azienda tedesca è stata data da Céline, nel 2012, che ha deciso di far sfilare le proprie modelle della collezione primavera/estate con addosso un paio di Arizona, nere in visone, di Birkenstock.

Da qui, Birkenstock non è stata più vista come produttrice di scarpe ortopediche, anti-moda e perfette per stare in casa, ma è diventato un vero e proprio Brand, con la B maiuscola.

Le collaborazioni non sono mai mancate ma Reichert ha ammesso di averne rifiutate alcune con veri e propri giganti della moda “perché Birkenstock non aveva bisogno di ulteriori richieste oltre all’intensa produzione da rispettare, soprattutto perché i clienti di quei marchi conoscono e probabilmente già indossano Birkenstock”.

Pochi giorni dopo il rilascio dell’intervista è arrivata, immediata, la smentita da parte di Vetements, che ha precisato che “era in trattative con Birkenstock, in passato, per una collaborazione relativa a una sfilata. Ma il progetto non è andato in porto per questioni tecniche di produzione e progettazione”, mentre da Supreme il nulla.

Insomma, così è stato deciso, questo matrimonio non s’ha da fare… Né domani, né mai!

 

2.  KALASHNIKOV LANCIA LA SUA AUTO ELETTRICA                                                di Marco Scopece

L’azienda Kalashnikov cala un asso inaspettato. Nella continua lotta all’innovazione tecnologica tra oriente ed occidente, all’iconica figura di Elon Musk e alla sua voglia di rendere elettrico il mondo dei trasporti, la Russia risponde con le sue armi migliori. Ed è proprio il caso di dirlo, l’azienda che ha creato uno dei fucili più famosi del XX secolo, l’AK-47, oggi propone al mondo la sua automobile completamente elettrica.
Ma come sono passati dalle armi alle automobili? Procediamo per gradi.
A cavallo tra il 2017 ed il 2018, l’azienda Kalashnikov viene privatizzata: la conglomerata di stato Rostec cede il 26% delle proprie partecipazioni ad enti privati, perdendone la maggioranza e mantenendone solo il 25%.

Il disimpegno dello stato nei confronti dell’azienda produttrice dell’Ak-47 ha richiesto una riorganizzazione dell’azienda stessa che, trovatasi con circa 2 miliardi di rubli (30 milioni di euro) di debito ha iniziato dapprima ad ampliare la propria gamma di armi ed in secondo luogo a diversificare il proprio business.
Se pensavate che le armi fossero un mercato redditizio per tutti, beh questo è il momento di cambiare idea.

Ed ecco dunque che l’Ak-47 si trasforma nella Kalashnikov CV-1, una macchina con un stile retrò, completamente elettrica che dalle prime indiscrezioni sul web dovrebbe avere una batteria da 90 kWh e scatta da 0 a 100 km/h in circa 6 secondi, per un’autonomia di 350 km. La vera novità messa a punto dalla Kalashnikov è l’inverter, ovvero il sistema in grado di trasformare l’energia elettrica continua proveniente dalle batterie in energia alternata per alimentare il motore.
Il passato torna in veste di futuro. Ma la sfida con gli States e con Mr.Musk non sembra ancora decollata perché le prestazioni delle Tesla sono ancora di gran lunga superiori.

La Kalashnikov in questa nuova veste spiazza un po’ tutti: non solo automobili, il processo di diversificazione del business ha portato l’azienda Russa a produrre anche motocicli, una linea di abbigliamento, ombrelli e persino cover per cellulari e oggetti per la casa.
Ma non pensiate si sia rammollita: nella stessa occasione, è stato presentato un robot bipede che sembra uscito da una pellicola cinematografica anni ‘90. La funzione principale? Uccidere

 

3.  STARBUCKS E MCDONALD’S: UN PROGETTO PER LA SALVAGUARDIA DELL’AMBIENTE       di Francesca Cisternino

L’attenzione per la salvaguardia dell’ambiente si diffonde giorno per giorno , sempre più velocemente tra le diverse realtà aziendali.

Ma chi l’avrebbe mai detto che due concorrenti agguerrite a livello globale nel tentare di strapparsi a vicenda i clienti ai quali fornire caffè e bevande, si sarebbero alleate nel nome della sostenibilità? Ebbene sì,  Starbucks e McDonald’s hanno un obiettivo comune: produrre un bicchiere completamente green.

Ma questi prodotti non erano già riciclabili?

Sì, infatti i bicchieri utilizzati attualmente dai due giganti del food sono già riciclabili a livello tecnico ma non esiste uno standard universale per riciclare correttamente questo oggetto, che quindi potrebbe essere riciclato correttamente a New York ma non a Detroit, a seconda di come la raccolta differenziata venga gestita.

Starbucks e McDonald’s insieme distribuiscono annualmente il 4% dei 600 miliardi di bicchieri nel mondo e rappresentano due delle prime tre catene Food & Beverage più popolari, quindi migliorando il riciclaggio delle coffee cup si darebbe una svolta ecologica al settore .

Questo progetto a cui hanno preso parte anche Subway e Burger King prende  il nome di THE NEXTGEN CUP CHALLENGE: dal primo giorno di settembre, imprenditori,ricercatori, creativi e start up impegnate sul fronte della lotta allo spreco sono invitati a presentare le proprie idee.

I 7 progetti vincitori della sfida  potranno accedere al programma di incubazione che per 6 mesi li aiuterà a sviluppare il prodotto su ampia scala.

L’ iniziativa vede coinvolti il WWF, accademici e ricercatori , l’industria della plastica e della carta e la piattaforma di investimento Closed Loop Partners, la quale opera a sostegno dell’economia circolare, finanziando progetti sostenibili.

La challenge fornirà sovvenzioni a buone idee e aiuterà le startup a lavorare insieme per fornire soluzioni pronte per il mercato.

Marion Gross ( chief supply chain officer di  McDonald’s Stati Uniti) ha dichiarato: “Nella sicurezza alimentare non c’è alcun vantaggio competitivo. Dobbiamo tutti portare soluzioni e assicurarci di stare attenti all’interesse pubblico. E’ un problema sociale ed esiste un modo in cui possiamo venirne fuori insieme, non come concorrenti, ma come risolutori di problemi. Possiamo usare la nostra scala collettiva per fare la differenza”.

Hai qualche idea per migliorare il riciclaggio delle coffee cup e incentivare la tutela dell’ambiente?

Leggi il bando e partecipa al progetto!

 

4.  PROBLEMI CON DAZN?                                                                                                        di Jacopo Colavecchia

Criticata e contestata sin dal principio, la piattaforma Dazn continua a scatenare l’ira dei tifosi soprattutto dopo le prime due giornate di campionato.
Doveva essere la novità che permetteva all’Italia e soprattutto al calcio italiano di rilanciarsi rispetto agli altri campionati, ma l’esordio della piattaforma targata Perform, è stato tutto fuorché positivo.
I tifosi non hanno potuto seguire in maniera scorrevole nessuna delle partite offerte da Dazn, in particolare le due più importanti dell’esordio della piattaforma: Lazio-Napoli e Sassuolo-Inter. La piattaforma non ha retto l’elevato numero di utenti collegati nello stesso momento, incappando in problemi di connessione e di buffering.
La cosa, che ha mandato ancor di più su tutte le furie i tifosi, è stata l’arroganza del colosso Perform nel definire i problemi come “irrilevanti e prontamente risolti”, nonostante così non fosse.
Al termine della prima giornata di campionato, Il CEO di Dazn è tempestivamente intervenuto per scusarsi dei problemi verificatisi e per assicurare che per le successive partite sarebbe filato tutto liscio. Ma, purtroppo per i tifosi, così non è stato e anche le partite della successiva giornata (in particolare Napoli-Milan) hanno riportato i soliti problemi di buffering e connessione della settimana precedente, segno di un sistema che, almeno per ora, proprio non funziona. Quindi Perform, per calmare le acque, ha annunciato “ulteriori investimenti per migliorare i servizi”.
Il campionato non è entrato nel vivo e già siamo allo scontro totale, tanto che il Codacons ha denunciato sia Dazn che Sky per pratiche commerciali scorrette nei confronti dei tifosi. Già! perché alla fine, gli unici a rimetterci sono sempre loro.
5. ALLA SCOPERTA DELLA DOMOTICA CON AMAZON EXPERIENCE CENTER                                    di Benedetta Ruffolo

Da molto tempo ormai sentiamo parlare di IoT e domotica. Ma cosa sono?

Per IoT si intende l’internet delle cose. Espressione utilizzata da qualche anno, per indicare apparecchiature e dispositivi – diversi dai computer – che utilizzano una connessione internet. Si passa dai sensori per il “fitness”, automobili, climatizzatori, ma anche elettrodomestici, lampadine e telecamere.

Obiettivo?

Semplificare la vita, automatizzando alcuni processi e mettendoci a disposizione informazioni che prima non avevamo. Esempi sono le strade intelligenti, che sono in grado di dialogare con le automobili, i semafori e la segnaletica per ottimizzare il traffico o ridurre l’inquinamento e i termostati che sono in grado di stabilire la temperatura adatta per ogni momento, permettendo così di risparmiare energia.

Pensate ora di avere la possibilità di sapere se il vostro frigo ha il necessario per la cena, ma siete fuori casa. Con un semplice click sul proprio smartphone si può ottenere una risposta, ecco questa è la domotica.

La domotica è l’applicazione dell’IoT nelle abitazioni. Ciò rende le case intelligenti e capaci di utilizzare i dati ambientali per il loro funzionamento, in modo da rispondere alle esigenze dei proprietari.

Le continue innovazioni tecnologiche portano sul mercato dispositivi e apparecchiature altamente performanti, ma non bisogna dare per scontato che gli utilizzatori sappiano da subito utilizzarle o quantomeno comprenderne le funzioni.

Per questo motivo Amazon ha pensato di creare gli Amazon Experience Center. Nel 2014, Il colosso di Jeff Bezos ha introdotto sul mercato Alexa, l’assistente vocale personale che è in grado di interagire con la voce, fissare appuntamenti, riprodurre musica e dare informazioni sul meteo e il traffico, inoltre è in grado di controllare diversi dispositivi “intelligenti”, fungendo da sistema di automazione per la gestione della domotica. Dal momento che non tutti riescono a stare al passo con le nuove tecnologie, Amazon ha creato una nuova catena di showroom, chiamata appunto Amazon Experience Center, per consentire alle persone di toccare con mano i vantaggi delle case intelligenti.

Per la realizzazione degli showroom Amazon ha stretto una partnership con l’impresa di costruzioni Lennar, che ha installato i dispositivi quali: gli Amazon Dash Button, le TV collegate al sistema Fire TV di Amazon e i prodotti che interagiscono con Alexa, all’interno degli showroom. Sarà possibile quindi controllare tutti i dispositivi che sono connessi quali ad esempio: luci, tapparelle, termostato o televisione.

Gli Amazon Experience Center non saranno solamente delle rappresentazioni delle case modello, dove le persone potranno toccare con mano le soluzioni smart della case, potranno inoltre essere utilizzate, per ordinare dei servizi a domicilio presenti nell’Amazon Home Services, che permettono ad esempio di prenotare un elettricista o un idraulico.

Il direttore generale di Amazon Services, Nish Lathia, ha spiegato che la società voleva che i propri clienti testassero le soluzioni smart e i vantaggi e le comodità di Alexa, in un vero contesto domestico. Se i dispositivi e le attrezzature smart sono il futuro delle abitazioni, Amazon, riconosce il vantaggio per i consumatori di conoscere appieno le funzionalità e gli utilizzi.

Per il momento il progetto sarà attivo solo in America, dove Amazon conta di aprire 15 “centri esperienziali” nelle città di Dallas, Atlanta, Los Angeles, Miami, Orlando, San Francisco, Washington Dc e Seattle.

NEAM LUGLIO 2018

NEAM LUGLIO 2018

 

Dopo un caldo mese di Luglio, NEAM vi offre fresche notizie!

Abbiamo scelto per voi:

1. Amazon conquista i farmaci da banco

2. Satispay e la corsa al mobile payment

3. Walkee: la startup che trasforma i passi in energia elettrica

4. Facebook investe nella realtà aumentata. Una startup italiana pensa marketplace

5. Smart mobility: la Volkswagen si prepara al futuro

Buona lettura!

 

  1. AMAZON CONQUISTA I FARMACI DA BANCO                                                       di Arianna Ziveri 

 

“Il mercato è ancora una volta nelle mani di Amazon”. A confermare questa affermazione è proprio l’ultimo annuncio di Amazon. Amazon comprerà il piccolo PillPack online per farmacia. Questa mossa metterà il più grande rivenditore online al mondo, qual è Amazon, in concorrenza diretta con catene di drugstore, distributori di farmaci e gestori di benefit farmaceutici.

Chi l’avrebbe mai detto che Amazon si sarebbe spinto così oltre i confini del rivenditore standard?

Ma andiamo più nel dettaglio, quali sono le intenzioni di Amazon verso PillPack?

PillPack fornisce farmaci prescritti e altri servizi pre-ordinati a persone che assumono più farmaci, è un mercato in crescita poiché la popolazione americana invecchia e richiede un trattamento per più condizioni complesse e croniche.

Amazon, quindi, è entrato in gioco e sta gareggiando per una quota di quello che è un mercato totale di farmaci da prescrizione da oltre $ 450 miliardi, secondo la società di ricerche IQVIA.

Sebbene PillPack si aspetta che le vendite superino solo $ 100 milioni (circa) quest’anno, l’enorme base di clienti di Amazon e l’infrastruttura di spedizione esistente potrebbero consentire all’azienda di crescere rapidamente. Amazon potrebbe anche negoziare direttamente con le aziende farmaceutiche, dando loro la possibilità di offrire farmaci generici economici anche ai clienti senza assicurazione sanitaria, secondo gli esperti del settore. Ma dovrà affrontare una concorrenza profondamente radicata dominata dalle farmacie gestite da CVS Health, Walgreen Boots Alliance e Walmart Inc e dai benefici della farmacia forniti da CVS, Express Scripts UnitedHealth Group.

Come sostiene Neil Saunders, Managing Director di GlobalData Retail, l’acquisizione di PillPack da parte di Amazon è un avvertimento di quello che sta per diventare una grande battaglia all’interno dello spazio farmaceutico.

Il potenziale dell’operazione di sconvolgere i principali attori della filiera farmaceutica a livello nazionale sta avendo il suo seguito: questa operazione di Amazon ha provocato una svendita di azioni dei rivali, mentre l’invio di azioni di Amazon è aumentato del 2,5%. Stiamo assistendo a un crollo delle catene di farmacie e drugstores che hanno perso circa $ 14 miliardi di valore di mercato e a una crescita sempre più rapida di Amazon che ha guadagnato circa $ 5,5 miliardi.                                                                                                                                               Le azioni di CVS chiudono con un 6,1%, mentre Walgreen ha perso il 10%. Le azioni dei drugstores McKesson Corp, Cardinal Health e AmerisourceBergen sono cadute tutte.

La notizia di questa operazione by Amazon arriva appena una settimana dopo che una joint venture di Amazon, Berkshire Hathaway Inc e JPMorgan Chase & Co ha nominato un CEO che avrà il compito di ridurre in modo significativo i costi sanitari per 1 milione di dipendenti.

Sebbene i negozi offline possano sentire gli effetti della competizione di Amazon, le più grandi battaglie saranno probabilmente combattute dalle farmacie per corrispondenza, che generalmente servono pazienti con patologie croniche come diabete e malattie cardiache e che potrebbero richiedere farmaci per controllare la pressione sanguigna, colesterolo e altri problemi.

PillPack, in proposito, ha detto che ha decine di migliaia di clienti in tutto il paese. Ma la sua aspettativa di oltre $ 100 milioni nel 2018 è in aumento rispetto ai concorrenti più grandi. Lo scorso anno il CVS ha incassato circa $ 45,7 miliardi di ricavi dalla sua attività di farmacia per corrispondenza, pari a circa il 15% delle sue dichiarazioni in farmacia.

I benefit manager della farmacia (PBM) negoziano prezzi dei medicinali con obbligo di prescrizione medica per datori di lavoro e gestiscono grandi farmacie per corrispondenza, offrendo incentivi ai pazienti per conseguire le prescrizioni con loro. Medici e PBM hanno a lungo detto che i pazienti che non assumono correttamente i loro farmaci sono una delle cause principali dell’aumento dei costi sanitari, che portano a ricoveri e problemi di salute più gravi. Aziende come PillPack e Express Scripts che offrono servizi di gestione delle cure per migliorare la conformità dei pazienti sono considerate sempre più importanti per aiutare a controllare i costi in aumento.

Qual è il pensiero generale di analisti del settore di questa mossa di Amazon?  Vediamo pareri contrastanti.

L’analista di Mizuho Ann Hynes afferma che le assicurazioni sanitarie e le fusioni PBM di Aetna Inc con CVS e Cigna Corp con Express Scripts “sono ancora più critiche ora”.

L’amministratore delegato di Walgreen – Stefano Pessina – in una conferenza ha dichiarato di non essere “particolarmente preoccupato” per l’accordo PillPack. “Il mondo della farmacia è molto più complesso rispetto alla consegna di alcune pillole o di alcuni pacchetti”- sempre Pessina aggiunge – “Sappiamo che dobbiamo cambiare il livello dei nostri servizi per i clienti e stiamo lavorando molto duramente in questa direzione”.

Alcuni analisti, invece, hanno minimizzato la minaccia immediata. Ad esempio, l’analista Morningstar Vishnu Lekraj, crede che l’abbiano comprato per conoscere il mercato e per determinare se sono in grado di fare investimenti più grandi.

L’analista di Cantor Fitzgerald, Steven Halper, ha osservato che i PBM in genere richiedono ai membri del piano sanitario di utilizzare le proprie farmacie per corrispondenza. In più, sostiene che PillPack potrebbe essere cacciato dalle attuali reti PBM, specialmente se Amazon ha progetti per aumentare considerevolmente il volume delle prescrizioni.

In una nota di ricerca George Saunders, scrittore statunitense, ha affermato che non solo Amazon ha finalmente fatto una solida mossa nel settore farmaceutico, ma lo ha fatto attraverso un fornitore innovativo che aiuta i pazienti a gestire e organizzare i loro farmaci da prescrizione. Inoltre, aggiunge che a suo parere questo “è solo il primo gioco” in una strategia sempre più aggressiva di Amazon per un ruolo molto più significativo in farmacia.

Dopo questi pareri discordanti di analisti e scrittori, che ne sarà di Amazon? Sarà un insuccesso o sarà il nuovo competitor più temuto nell’ambito della vendita di farmaci da banco? Staremo a vedere.

 

2. SATISPAY E LA CORSA AL MOBILE PAYMENT                                                                       di Francesca Cisternino

 

Satispay è l’applicazione gratuita per pagare nei negozi convenzionati fisici e online, per effettuare ricariche telefoniche e inviare denaro ai contatti della propria rubrica telefonica.
Come nasce?
“Dalla scomodità quotidiana di non poter pagare tante spese, specie quelle piccole, con una carta di credito perchè il negoziante sceglie di non accettarla a causa delle commissioni alte. E poi dal fatto che per i giovani anche i contanti non sono comodi. Così abbiamo iniziato a pensare come si poteva fare con il telefonino una delle poche cose che ancora non si facevano ” spiega Alberto Dalmazzo uno dei tre soci fondatori.

Alberto insieme a Dario Brignone e Samuele Pinta hanno iniziato a lavorare sul loro progetto nel gennaio 2013 e grazie all’aiuto di Giuseppe Donnagemma hanno raccolto negli ultimi due anni circa 8,5 milioni di euro di finanziamento , toccando nell’anno in corso la soglia di oltre 14 milioni.
In un’intervista Dario Brignone spiega con un semplice esempio le funzionalità di Satispay: “tu scarichi la nostra App e ci dai il tuo IBAN, ossia il numero di conto corrente. Dopo alcuni controlli l’app viene attivata e tu scegli quanti soldi vuoi sul telefonino ogni settimana, proprio come faresti con i contanti. Se hai scelto di avere 100 euro e nella settimana precedente ne hai spesi solo 40, il lunedì prenderemo dal tuo conto 40 euro per riportare la tua disponibilità al livello iniziale. Se non hai speso nulla in settimana non ci saranno operazioni. Se un amico ti ha accreditato 30 euro e ne hai 130, quei 30 verranno bonificati sul tuo conto corrente».

Gli elementi che contraddistinguono questo gruppo di giovani ragazzi sono gli stessi che li “proteggono” dagli altri player del mobile payment , essi sono :
– semplicità, creando un’applicazione intuitiva simile a quelle di messaggistica;
– sicurezza, perché utilizza solo il numero di telefono e l’IBAN dei propri clienti per i pagamenti, rendendo la procedura iniziale un po’ più macchinosa ma il risultato finale sicuramente più safe;
– indipendenza, che è anche la principale differenza rispetto alla maggior parte degli altri player sopra citati.

Satispay inoltre, é riuscita a differenziarsi sul mercato per un motivo ben preciso : mentre i grandi colossi considerano il pagamento un accessorio , spesso funzionale ad alimentare nuovi prodotti , l’ innovativa start up italiana ha incentrato il suo core business proprio nel pagamento, offrendo un servizio di alta qualità.

Viene spontaneo chiedersi come a costi così bassi e in tempi molto rapidi possa questo innovativo mobile payment  riscuotere tanto successo e crescere a ritmi frenetici , soprattutto in un settore molto concorrenziale, ricco di grandi player internazionali.

Come guadagnano?
“Con la commissione di 20 centesimi che ogni esercente paga sulle transazioni sopra i 10 euro. E studiamo i modi di far fruttare una piattaforma come questa, con un altissimo grado di personalizzazione: possiamo dire a un esercente che con Satispay può programmare una campagna di sconti rivolta solo a donne tra i 24 e i 33 anni. E alcuni ci chiedono anche di pensare al credito al consumo» chiarisce Samuele Pinta.

Una cosa é certa : la storia di Satispay è ancora tutta da scrivere.

 

3. WALKEE: LA STARTUP CHE TRASFORMA I PASSI IN ENERGIA ELETTRICA                       di Manuela Fiku

Il fatto che l’attività fisica faccia bene sia al corpo che alla mente è avvalorato ormai da secoli (già gli antichi romani dicevano “mens sana in corpore sano”). Camminare per almeno mezz’ora al giorno aumenta la resistenza cardiaca, migliora la forma fisica, incide sull’umore e persino sui neuroni. Ma se a tutto ciò aggiungessimo anche benefici ambientali?

Sembra assurdo, ma grazie a Giuliana Maugeri tutto questo sta per diventare realtà.

Giuliana ha 30 anni, è laureata in ingegneria biomedica al Politecnico di Milano, ha fondato Walkee e proprio grazie a Walkee è stata selezionata per far parte di New Heroes, il progetto di RedBull che racconta la storia dei nuovi eroi del mondo del lavoro.

Ma cos’è Walkee?

Giuliana chiarisce: “Walkee è una mattonella che sfrutta la tecnologia piezoelettrica. Il materiale piezoelettrico è un materiale che se sottoposto a uno stimolo meccanico (quale può essere il passo esercitato da una persona) produce energia elettrica. In particolare, l’idea è quella di catturare l’energia dei passi dei pendolari e convertirla in energia elettrica.”

Come spiega Oscar Montigny di Redbull “La corrente generata viene poi stoccata in degli accumulatori di carica e utilizzata per varie finalità: fornire energia durante un blackout, alimentare (o coalimentare) l’illuminazione nelle stazioni.”

In sintesi, Walkee è una mattonella fatta di plastica riciclata che trasforma i passi delle persone in energia.

Per dare un’idea delle potenzialità di questo progetto, Giuliana ha effettuato uno studio sulla fattibilità e afferma che “utilizzando Walkee per 12 ore si può illuminare la stazione di Milano Cadorna per l’intera giornata.”.

La storia di Walkee è una storia di sostenibilità, è una storia di innovazione ed è una storia di successo. Guardando a questo progetto vediamo energia green, ma la novità non sta nel materiale piezoelettrico quanto piuttosto nella sua portata.

L’idea di sfruttare il calpestio delle persone come fonte rinnovabile infatti, è già stata sfruttata in alcune discoteche come a Rotterdam e a Londra ed è in progetto anche per gli ospedali. La novità sta nella scala e nelle finalità, nell’ottica di pianificare servizi di pubblica utilità.

Entro fine anno verrà implementato un progetto pilota supportato da Polihub e Gruppo Ferrovie Nord Milano. Non sappiamo quali saranno gli esiti quantitativi, ma possiamo già sbilanciarci su quelli qualitativi: il potenziale di Walkee è evidente sia in termini di produzione energetica a costo zero sia di risparmio a medio e lungo termine.

È un’innovazione che porta con sé un valore sociale e, in un’era di robotica e computerizzazione, l’aver conferito alla scienza un approccio così umano è forse la conquista più grande.

 

4. FACEBOOK INVESTE NELLA REALTA’ AUMENTATA. UNA STARTUP ITALIANA PENSA AL MARKETPLACE.

di Federica Montalbano

In Italia una fetta molto piccola della popolazione acquista online: alcuni sono frenati nell’acquisto di indumenti o accessori in quanto desiderano prima provarli e poi successivamente comprarli. Molti consumatori spesso si recano nei negozi per provare gli abiti che poi successivamente acquisteranno su internet o direttamente in negozio.

Questo avviene perché il consumatore quando acquista ricerca soddisfazione e fedeltà che si rispecchia nella relazione con i dipendenti dei negozi o con il brand, cercando di creare un’interazione tra sé stesso e il prodotto.

Le nuove tecnologie hanno reso possibile a coloro che sono poco fiduciosi nell’e-commerce di poter provare i loro prodotti prima di acquistarli; non si sta parlando solo di capi d’abbigliamento ma anche di accessori o di mobili.

Com’è possibile tutto ciò? Attraverso la Realtà Aumentata che Facebook sta introducendo per rendere più interattiva la User Experience dei suoi utenti. La feature già visibile a pochi utenti denominata “tocca per provarlo” consente di indossare in modo aumentato un indumento o un accessorio trasformando lo smartphone in un camerino simile a quello di un grande magazzino.

Le aziende che hanno colto questa innovazione sono state Michael Kors, Sephora e Bobbi Brown.

Grazie alla Realtà Aumentata gli annunci pubblicitari su Facebook saranno molto simili ad un camerino virtuale, consentendo così agli utenti di provare e indossare i prodotti pubblicizzati interagendo con la loro versione digitale. Le campagne pubblicitarie verranno prima testate negli Stati Uniti e poi arriveranno anche nel resto del globo.

Il potenziale di crescita del mercato della Realtà Aumentata è in forte aumento: si stima possa raggiungere i 120 miliardi di dollari nel 2020, con un tasso di crescita annua del +180% (fonte: Digi – Capital). Proprio per questo Facebook sta investendo molto in questo settore.

Applicando questa nuova tecnologia al marketing si potrà riscontrare una forte attrattività, tale da poter migliorare l’esperienza di acquisto e di conoscenza dei prodotti.

La startup italiana AR Market, già attiva nel mercato della Realtà Aumentata, si pone come protagonista nella creazione del primo Marketplace dell’AR, che consente di approcciare il mercato “aumentato” in maniera innovativa.

Il logo dello slogan è “Un’App per vederli tutti!”. Il Marketplace di AR Market punta a raccogliere in un’unica applicazione innumerevoli brand con vetrine personalizzate per ogni tipo di esperienza, dal marketing all’intrattenimento, alla didattica, cultura, medicina, industria, fino alla vendita.

Gli ideatori di AR Market annunciano che questa consentirà agli utenti, che vorranno fruire della Realtà Aumentata, di non dover scaricare diverse applicazioni ma di trovarle tutte in un’unica App.

Per cercare potenziali investitori AR Market dal 7 luglio scorso ha lanciato una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Crowdfundme.

Le basi per un’applicazione di successo ci sono tutte e il mercato è in costante mutamento tecnologico che apprezzerà questo modo innovativo di effettuare gli acquisti e chissà probabilmente aumenterà anche la percentuale di shopper che usufruisce dell’e-commerce.

 

5.SMART MOBILITY: LA VOLKSWAGEN SI PREPARA AL FUTURO                         di Caterina Pavarotti

Stare al passo coi tempi significa ripensare il proprio core business sulla base delle esigenze di una società che cambia. È un’urgenza con cui i maggiori produttori di autoveicoli si stanno confrontando ormai da anni. Sempre più ‘sedili vuoti’, sempre meno interazione tra le persone, attività quotidiane che hanno un impatto ambientale preoccupante: da queste considerazioni partono le migliori proposte di re-thinking della mobilità. Inoltre, la possibilità di entrare nel nuovo mercato delle auto elettriche, del car pooling e del ride hailing è un’occasione da non farsi scappare per avere controllo sui nuovi trend.

“Siamo convinti che il mercato del car sharing abbia ancora un grande potenziale” – ha di recente affermato Jürgen Stackmann, direttore vendite di Volkswagen – “la nostra offerta sarà on-demand e costituita esclusivamente da veicoli elettrici. Vogliamo promuovere una viabilità sostenibile e migliorare le condizioni di traffico delle grandi metropoli”.

Sulla scia dell’esperienza di Volvo (M), BMW (DriveNow) e Mercedes/Smart (Car2Go) anche Volkswagen è in procinto di lanciare il proprio brand dedicato alla smart mobility: si chiama Volkswagen WE e dall’anno prossimo sbarcherà nelle maggiori città di Germania (2019), Europa, Nord America e Asia (2020). Con l’obiettivo di offrire una mobilità zero-emissions a tutto tondo, la VW si propone come fornitore unico per tutte le esigenze di mobilità: non solo brevi spostamenti urbani, ma anche tratte più lunghe per i vacanzieri.

Il car sharing – oltre 50 modelli elettrici entro il 2025 – è solo uno dei servizi disponibili sulla piattaforma della casa di Wolfsburg. In fase di elaborazione è anche We Park, una parking app, e We Deliver, per la consegna di pacchi e prodotti, oltre a soluzioni di micro mobilità e di scooter sharing con i modelli a due ruote presentati lo scorso anno: I.D. Cityskater, una sorta di monopattino elettrico con una ruota anteriore e due potsteriori, e I.D. Streetmate, un e-scooter.

Infine Moia, sub brand nato nel 2016 come risposta al traffico globale, mette a disposizione navette elettriche di ultima generazione, dotate di ogni confort e Wi-Fi, per il trasporto di persone (al massimo sei) lungo tratte cittadine. Tramite l’app, gli utenti possono prenotare la propria corsa e l’algoritmo si occupa di organizzare il percorso in modo tale che le stazioni ‘virtuali’ siano posizionate entro un raggio di 2,5km da ciascun passeggero e l’orario di arrivo sia puntuale per tutti. Il prezzo del biglietto è più alto se messo a confronto con quello dei mezzi pubblici, ma rimane più conveniente rispetto ad un taxi.

Sebbene Volkswagen sia un automaker, lo scopo di Moia è quello di ridurre la presenza di autoveicoli sulle strade di almeno 1 milione di unità grazie all’attività di sharing, per ridurre le emissioni di Co2 e l’inquinamento acustico e ‘restituire le città alle persone’.

Questo, dopo il fallimento del progetto Twist, è un interessante tentativo di Volkswagen di rispondere ai cambiamenti della domanda, che soprattutto nelle aree urbane sta trasformando il proprio approccio in relazione alla proprietà dell’automobile.

Sulla base di una ricerca condotta da Alix Partners in Europa, Gran Bretagna e Francia sono i Paesi con maggiore propensione alla formula di ride sharing; al contrario, Italia e Germania preferiscono il car sharing.

In America invece la situazione è decisamente diversa: il car sharing è un prodotto maturo e negli ultimi 4 anni il suo utilizzo è diminuito del 20%, per contro si prevede un aumento del ride sharing del 18%. La Cina dimostra di essere un mercato molto dinamico, con prospettive di aumento di 40 punti percentuali sia su ride che car sharing nei prossimi 12 mesi. In Giappone invece treno e metropolitana continuano ad essere le formule più popolari.

I produttori di automobili si rendono conto che i servizi di car sharing e ride hailing potrebbero erodere le vendite di veicoli, e per non perdere la loro market share stanno mettendo in atto strategie di diversificazione del proprio tradizionale portfolio servizi.

Ma perché lanciarsi oggi in un business che, dati alla mano, risulta poco remunerativo anche per i maggiori competitors?

In primo luogo, si tratta di un’ottima occasione per aumentare la brand awareness dei nuovi prodotti, dato che tutti i modelli utilizzati saranno veicoli elettrici della linea I.D. È una vera e propria rivoluzione del concetto stesso di test drive: gli utenti potranno testare il veicolo di interesse nella quotidianità e per un tempo prolungato, e decidere di acquistarlo solo se veramente convinti. Per clienti e produttori questa soluzione rappresenta senza ombra di dubbio un’opportunità importante, potrebbe però rivelarsi una minaccia per i concessionari.

Inoltre questi servizi sono ad alto valore aggiunto per il cliente, e dunque funzionali a migliorare la Consumer Loyalty rispetto al brand: spesso si inseriscono in un vuoto d’offerta del trasporto pubblico, andando a sopperire alla necessità di spostamenti rapidi in aree non coperte in maniera efficiente.

Tutti i servizi della piattaforma Volkswagen WE vengono gestiti da UMI Urban Mobility International GmbH, sussidiaria interamente di proprietà di Volkswagen, con sede a Berlino e guidata da Philip Reth, che ha commentato “ i nostri clienti si aspettano una flotta ecosostenibile che li porti a destinazione velocemente ad un prezzo onesto. Ed è esattamente questa l’esperienza che offriremo.”

Non resta che attendere il lancio del servizio in Italia, ad oggi previsto per la sola città di Milano.

 

 

 

 

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