1. NEW COKE: DAL FLOP ALLA RIBALTA

1. NEW COKE: DAL FLOP ALLA RIBALTA

di Federica Montalbano

Tempo di lettura: 3 minuti

Tempi duri per tutti gli appassionati di serie TV, peggio per chi ha anche l’abbonamento Netflix e non riesce a smettere di guardarne una. Dopo la fine di Game of Thrones, la serie più seguita di sempre, Netflix il colosso dei servizi on demand al 66° posto della classifica Interbrand 2018 colmerà il vuoto dei “TV series addicted” con esaltanti uscite. Fra le più attese vi è la terza stagione di Stranger Things, cult per gli amanti del mistero e degli anni ’80, prevista per il 4 luglio.

Con questa uscita Netflix ha avviato una partnership con Coca-Cola, la prima di questo tipo per la società, in cui farà prender vita ai ricordi di coloro che vissero il 1985 e assistettero al crollo clamoroso della New Coke.

Conoscete la storia della New Coke? Se la risposta è no, credo che sia arrivato il momento di recuperare.

La New Coke è un chiaro esempio di fallimento nel lancio di un nuovo prodotto perché l’azienda non ha saputo interpretare i bisogni del suo mercato di riferimento. La Coca-Cola nel 1985 decise di lanciare sul mercato una nuova versione più dolce della sua ricetta, per assicurarsi un vantaggio competitivo nei confronti di Pepsi Cola. Prima di ciò venne condotta una ricerca di mercato attraverso un blind test, in cui i consumatori assaggiavano la bevanda ed esprimevano il loro gradimento. Dal blind test era emersa vincente la ricetta della New Coke, molto più dolce e simile alla sua rivale la Pepsi Cola. Dopo la sua uscita sugli scaffali di tutti i supermercati però la bevanda non piacque ai consumatori, e dopo soli 79 giorni sul mercato, la New coke fu ritirata a causa di un flop di acquisti.

Perché il brand più amato dai consumatori di bevande gassate non è riuscito a lanciare un nuovo prodotto e a farlo apprezzare al suo pubblico? Perché nel processo di scelta e acquisto del prodotto, gioca un ruolo importante l’emozione. I consumatori erano molto affezionati al brand Coca-Cola Classic e non lo avrebbero sostituito con altri. Ciò che rende Coca-Cola tale, è la forza del suo brand e il valore che ha per il consumatore, tanto da guadagnarsi il 5° posto della classifica Interbrand 2018.

L’idea di questa collaborazione nasce dai creatori di Stranger Things, Ross e Matt Duffers, che per promuovere il loro show ambientato nell’estate del 1985, hanno pensato di riproporre New Coke.

Ai microfoni di CNN Business, il presidente di Sparkling Business Unit di Coca-Cola, Stuart Kronauge, ha dichiarato che “Comprare 30 secondi di pubblicità da inserire in un video on-line non rende più come una volta- aggiunge- il mondo sta andando sempre più nella direzione dello streaming e questa partnership rappresenta per Coca-Cola un modo per raggiungere il pubblico in un panorama mediatico in evoluzione”.

In più ha aggiunto “Per noi è importante assicurarci di essere presenti laddove gli occhi, i cuori e gli spiriti dei nostri clienti si trovano”, infatti, da oggi sul canale Instagram @cocacola evincono le prime immagini della vecchia New Coke.

In un’era in cui i giovani amano i social e sono influenzati da essi, in cui lo streaming ha preso il sopravvento sulla TV, le aziende hanno deciso di adeguarsi ed optare per il product placement così da poter colpire i consumatori nel momento in cui sono più vulnerabili, senza il cellulare in mano e concentrati sulla trama della serie TV.

Questa volta però, non tutti potranno acquistare la lattina come in passato.

Coca-Cola ha prodotto 500 mila lattine vintage-style e gli sponsor saranno proprio i personaggi della ben nota serie TV. Per averle, vi sono tre modi: in regalo con la Limited-Edition Stranger Things, attraverso i distributori automatici installati in diverse città, o in omaggio acquistando il biglietto presso il World of Coca-Cola di Atlanta.

Sapete perché questo sarà un successo e non un flop come 34 anni fa? L’azienda sta giocando sul marketing della scarsità, sul costante bisogno di possedere qualcosa che nessun altro potrà avere, sul bisogno incessante dell’uomo di apparire. Chi non vorrebbe postare una foto con la famigerata lattina della serie TV se poi è anche limited edition?

2. IKEA: UNA COMUNICAZIONE DI SUCCESSO

2. IKEA: UNA COMUNICAZIONE DI SUCCESSO

di Roberta Fontanarosa

Tempo di lettura: 2 minuti

Quando pensiamo a Ikea pensiamo sicuramente al leader indiscusso dell’arredamento low cost, ma il colosso svedese è noto anche per la sua strategia di comunicazione integrata facendo uso di tutti i mezzi possibili, sia digital che tradizionali.

E a proposito di questo, Ikea riesce a rendere originale anche un mezzo di comunicazione come il catalogo.

Si pensi infatti che  le copie del catalogo stampate ogni anno sono oltre  200 milioni, più del numero delle Bibbie stampate nello stesso arco di tempo. Da più voci il catalogo Ikea è considerato uno degli oggetti di comunicazione più potenti che sia stato ideato negli anni. Nel caso di Ikea il catalogo diventa interattivo, permettendo di “provare” gli arredamenti Ikea nelle stanze della propria casa tramite un’applicazione. Il catalogo non si limita a presentare i prodotti con i relativi prezzi ma racconta storie e mostra momenti della vita di tutti i giorni.

Altro mezzo tradizionale utilizzato da Ikea è l’ambient marketing. Tra le installazioni più originali c’è quella della stazione metro parigina di Medeleine che fu arredata con mobili e accessori brandizzati trasformandola in un catalogo fisico.

Fonte: insidemarketing.it

O ancora l’iniziativa di Ikea Francia di arredare con gusto anche la fermata dell’autobus, secondo  l’idea che ogni posto può diventare casa se arredato al meglio.

Fonte: insidemarketing.it

Passando al lato “social” la strategia di Ikea prevede pagine dedicate per ogni paese piuttosto che un’unica pagina globale, così da offrire una comunicazione diversificata per lingua e contenuti. La gestione autonoma permette di definire i contenuti migliori per il target di ogni paese e di affrontare al meglio le relazioni con gli utenti.

Per i 25 anni di presenza in Italia ha lanciato una campagna di storytelling su Facebook: protagoniste le icone dell’azienda come Billy la famosa libreria e la borsa blu per gli acquisti.

A proposito di quest’ultima…  Un post pubblicato per sbaglio su Facebook, con solo sei lettere casuali (“hhsdjh“), è diventato infatti nell’arco di pochi minuti uno dei contenuti più virali di sempre tra quelli della pagina. Ikea ha saputo cogliere l’occasione  producendo addirittura un’edizione speciale dell’iconica shopper blu da regalare ai fan più attivi e veloci.

Fonte: insidemarketing.it

O ancora quando Balenciaga ha lanciato una borsa che appariva chiaramente come una copia della famosa bag blu FRAKTA , ecco come rispondeva Ikea:

Fonte: insidemarketing.it

Ikea grazie allo storytelling riesce a raccontare delle storie usate come strategie commerciali e persuasive, in grado di veicolare determinati valori e caratteristiche. La creazione dell’hahstag #siamofattipercambiare ripropone questa capacità del brand di adattarsi ai tempi che cambiano, proprio come i suoi mobili moderni e a basso costo, e di soddisfare le esigenze di tutte le persone, che possono trovare nella proposta Ikea la soluzione a qualsiasi richiesta.

E come non citare il Real-time marketing a cui Ikea fa spesso ricorso.

Uno degli ultimi riguarda il tanto discusso caso Bansky e l’auto distruzione di una sua opera. Ikea sempre sul pezzo ha pensato a un set stampa + cornice + forbici per dare a tutti la possibilità di replicare l’ultima moda!

Fonte: insidemarketing.it

O ancora quando morì uno dei personaggi più amati di Game of Thrones ecco cosa pubblicava Ikea:

Fonte: insidemarketing.it

Tutti questi esempi ci fanno capire come Ikea sia sempre al passo con i tempi, la sua comunicazione infatti è sempre originale, creativa, ironica e mai scontata!

 

3. AR: LA NUOVA FRONTIERA DELL’ADV

3. AR: LA NUOVA FRONTIERA DELL’ADV

di Laura Marina Popa

Tempo di lettura: 3 minuti

Quante volte ci è capitato di utilizzare uno dei filtri interattivi di Instagram o di Snapchat?

Questi sono perfetti esempi di realtà aumentata (AR), una tecnologia ormai ben affermata. I primi esempi risalgono ai primi anni Novanta, a seguito delle ricerche effettuate in campo militare, su dispositivi in grado di visualizzare nei visori dei piloti americani informazioni virtuali relative ad obiettivi o indicazioni di volo.

Fonte: standard.co.uk

La realtà aumentata non è da confondere con la realtà virtuale che, al contrario, crea un ambiente totalmente artificiale e digitale. Avvalendosi dell’uso di tecnologie che aumentano la verosimiglianza del virtuale, dona l’illusione di trovarsi realmente immersi in uno scenario reale. Con la AR non si cerca di ricreare un intero universo virtuale, ma si sovrappongono solo alcuni elementi al mondo reale, che rimane il contesto principale della visione. Più semplicemente, la realtà aumentata non è altro che la realtà che ci circonda, arricchita da animazioni e contenuti digitali.

Nel 2014, Mark Zuckerberg acquistò Oculus, azienda nota per le sue tecnologie di realtà virtuale.

“Con Oculus c’è la possibilità di creare la piattaforma più social di sempre, e cambiare il nostro modo di lavorare, giocare e comunicare” ha dichiarato il noto imprenditore.

Ecco come la realtà aumentata è sbarcata sui nostri dispositivi e sulle piattaforme social, da quel momento il modo di comunicare di molti brand si è trasformato. Questo nuovo tipo di advertising ha consentito agli utenti di provare i prodotti attraverso l’uso della fotocamera frontale dello smartphone potenziata dalla realtà aumentata.

Fonte: socialmediamarketing.it

Una delle prime aziende a sfruttare questa funzionalità su Facebook fu Michael Kors.  Una particolarità di questo tipo di ADV è la sua innovativa e originale Call To Action, chiamata “Tap To Try On”, visibile al centro della foto. Basta un tap sul viso della modella e attraverso l’uso della fotocamera frontale e il dispositivo utilizzato proietterà il prodotto sul nostro viso.

Come abbiamo già detto questa nuova tecnologia ha aperto le porte per un nuovo modo di comunicare, basti pensare a tutti gli e-commerce di accessori, vestiti, gioielli e moda presenti nel mondo: è nata la possibilità di sviluppare nuove tipologie di ADV, di stimolare creatività degli editor e SMM che sono stati capaci di sorprendere l’audience con uno strumento del tutto innovativo.

Ma da Facebook, su cui Mark ha testato quest’innovazione, passiamo ad Instagram dove la tecnologia è arrivata solamente nel 2018.

Una delle prime a sfruttare i filtri AR personalizzati per Instagram Stories è stata Kylie Jenner per la sua linea personale di cosmetici. L’influencer ha creato il suo filtro personalizzato “Kylie Cosmetic AR” utilizzabile nelle Stories, attraverso il quale possibile provare virtualmente i diversi rossetti (come Candy K e Glitz) e testare a tonalità che si adatta meglio al proprio tono di pelle prima di effettuare l’acquisto.

Questo è un perfetto esempio di come le aziende potrebbero utilizzare i filtri AR personalizzati.

Fonte: later.com

Non solo i filtri sono divertenti da usare, ma rappresentano anche un ottimo metodo di passaparola. Chi utilizza il filtro permette anche agli altri utenti di “collezionarlo” ed utilizzarlo, generando un flusso di pubblicità involontaria in cui sono gli utenti stessi a pubblicizzare il brand. Inoltre, è super utile se si sta effettivamente cercando di acquistare il prodotto.

Ci sono molte ragioni per cui AR può essere un potente strumento di marketing per le imprese, il principale è la pubblicità dei propri brand da parte delle aziende in modo del tutto innovativo, ovvero attraverso un effetto wow. Come suggerito dal nome del filtro stesso, tramite i filtri le aziende offrono un servizio che supera le aspettative e che crei meraviglia, lasciando gli utenti piacevolmente sorpresi. Questo permette di focalizzare l’attenzione dell’audience e sull’azienda in maniera positiva e contribuisce alla costruzione di una forte reputazione del brand. Mettendo in pratica l’effetto wow si attiverà un processo di fidelizzazione dei clienti già esistenti e di acquisirne di nuovi, perché si sa che la migliore pubblicità è proprio il passaparola.

Ci sono innumerevoli possibili applicazioni per l’AR: marche di cosmetici possono utilizzare la tecnologia per permettere ai loro seguaci, attraverso la funzionalità  “Try On” di provare il cosmetico, brand di arredamento possono utilizzarla per mostrare come sarebbero i loro prodotti nelle case della gente, e nel settore abbigliamento invece si può utilizzare per creare camerini virtuali, permettendo alle persone di provare camicie, occhiali da sole, o interi abiti per vedere come si adatta alla loro forma e stile.

Utilizzando l’AR le imprese possono connettersi con i clienti e anche diventare virali su Instagram!

4. GOOGLE “ROMPE” CON HUAWEI

4. GOOGLE “ROMPE” CON HUAWEI

di Nunzio Salvatore Minissale

Tempo di lettura: 3 minuti

L’annuncio della “rottura” tra Google e Huawei ha monopolizzato per un po’ il dibattito sul web (ma anche nei bar di tutta Italia) creando panico e incertezza tra gli utenti e un insieme di domande, scandite come una litania, riassumibili nel più classico “e adesso che succederà?”. Proviamo a rispondere, ripercorrendo i passaggi fondamentali di questa vicenda e tenendo conto sempre della complessità che questo tema, ancora in divenire, porta con sé.

Fonte: forbes.it

Tutto comincia la mattina del 20 maggio (ora italiana) con l’annuncio da parte di Google, che produce il sistema operativo Android (quello che fa funzionare la stragrande maggioranza degli smartphone che utilizziamo) della sospensione dei rapporti con la cinese Huawei, un colosso i cui volumi di produzione sono secondi solamente a Samsung.

La sospensione della licenza per l’utilizzo dei servizi Android è dovuta all’applicazione di un ordine esecutivo, diramato cinque giorni prima dalla Casa Bianca, che sostanzialmente vieta alle aziende americane di vendere i propri prodotti ad una serie di aziende tech cinesi, (inserite per decisione del dipartimento del Commercio degli Stati Uniti nella cosiddetta “Entity List”) senza una preventiva approvazione da parte del governo. Il tutto in una cornice di crescente tensione politico-economica tra USA e Cina, che sembrano aver trovato il proprio playing field proprio sul terreno dell’innovazione tecnologica e delle telecomunicazioni: bisogna infatti ricordarsi che proprio Huawei è stata recentemente accusata da Donald Trump di fare spionaggio per conto del governo cinese, e l’azienda, che oltre agli smartphone produce sistemi di telecomunicazione (ripetitori cellulari, cavi sottomarini per Internet) ed è partner di numerosi operatori mobili per la costruzione delle infrastrutture della rete 5G, è stata praticamente messa al bando e non può fare affari nel mercato statunitense.

A seguito della mole di richieste di chiarimento da parte dell’utenza, preoccupata delle ripercussioni che una decisione del genere avrebbe potuto avere, in concreto, sulla user experience di tutti i possessori di uno Huawei o di un Honor (altro brand di smartphone di proprietà dell’azienda), non sono mancate dichiarazioni “rassicuranti” da entrambe le parti:

<<Ci stiamo conformando all’ordine e stiamo valutando le ripercussioni. Per gli utenti dei nostri servizi, Google Play e le protezioni di sicurezza di Google Play Protect continueranno a funzionare sui dispositivi Huawei esistenti>> ha detto un portavoce di Google.

Fonte: twitter.it

Huawei ha invece diffuso un breve comunicato: <<Huawei ha dato un contributo sostanziale per lo sviluppo e la crescita di Android in tutto il mondo. Come uno dei partner globali chiave per Android, abbiamo lavorato a stretto contatto con la sua piattaforma per sviluppare un ecosistema di cui beneficiassero sia gli utenti sia il settore. Huawei continuerà a fornire aggiornamenti di sicurezza e servizi a tutti gli smartphone e tablet esistenti di Huawei e del marchio Honor, sia per quelli già venduti sia per quelli ancora in magazzino. Continueremo a costruire un ecosistema sicuro e sostenibile, in modo da offrire la migliore esperienza ai nostri utenti su scala globale.>>

Tali esternazioni sono però apparse piuttosto vaghe, e di certo non in grado di rispondere alla più annosa delle questioni: cosa succederà ai prodotti che verranno venduti in futuro? e a quelli esistenti, quando dovranno essere aggiornati?

A queste domande manca ancora una risposta certa, e le ipotesi messe in campo da opinionisti ed esperti sono molte: sicuramente Huawei potrà continuare a utilizzare la versione libera (open source) di Android, messa a disposizione tramite l’Android Open Source Project (AOSP). È una versione base del sistema operativo, sulla quale poi Google costruisce quella che viene poi installata sugli smartphone dei principali produttori, con accordi e licenze d’uso. AOSP comprende diverse funzionalità, ma non tutte quelle che Google offre come “servizi aggiuntivi”, tramite le sue applicazioni, e che gli utenti sono ormai abituati a trovarsi su uno smartphone Android. Oltre alla mancanza di alcuni servizi di Google, Huawei potrebbe avere problemi a diffondere gli aggiornamenti di sicurezza per i suoi dispositivi, dovendo attendere che siano disponibili su AOSP e dovendo poi provvedere autonomamente alla loro diffusione.

La soluzione definitiva potrebbe invece essere il lancio di un sistema operativo proprio, al quale il colosso cinese sta lavorando già da anni e che potrebbe essere pronto per la fine del 2019:

<<Non vogliamo arrivare a questo, ma saremo costretti a causa del governo degli Stati Uniti>> ha detto all’emittente CNBC Richard Yu Chengdong, CEO of the Consumer BG Huawei <<credo che questi eventi non influenzeranno negativamente solo noi, ma anche le compagnie statunitensi, poiché supportiamo gli affari degli USA.>>

In effetti, pare che la vicenda non coinvolga soltanto Google, ma (stando a fonti raccolte da Bloomberg) anche aziende produttrici di microprocessori quali Intel, Qualcomm, Xilinx e Broadcom, che avrebbero comunicato ai loro dipendenti di congelare il supporto a Huawei fino a nuovo ordine. Se quindi da un lato l’azienda asiatica si potrebbe trovare presto senza approvvigionamenti (avendo dichiarato di avere scorte di prodotto sufficienti per soli 3 mesi) dall’altro vi è un settore chiave dell’industria USA che perde un importantissimo cliente straniero. Ed è difficile prevedere l’impatto che questo avrà in termini occupazionali e di indotto.

Fonte: repubblica.it

Sicuramente tutti i player coinvolti dovranno operare in fretta e trovare delle soluzioni alternative, cosa che può essere facilitata dalla decisione del Dipartimento del Commercio di posticipare di 90 giorni l‘applicazione del “bando”. Arrivata a 24 ore di distanza dalla prima (e dopo il prevedibile tonfo del Nasdaq all’apertura di lunedì 21 maggio), questa scelta è stata ufficialmente giustificata dal Segretario al Commercio Wilbur Ross: <<“La Temporary General License concede agli operatori il tempo di sottoscrivere altri accordi e (dà) modo al Dipartimento per determinare le misure a lungo termine che dovranno essere adottate  per calmierare i disagi per gli americani e per i fornitori di telecomunicazioni che attualmente si affidano alle apparecchiature Huawei per servizi critici>>.  Altre voci e indiscrezioni parlano però di una silenziosa ritorsione cinese, che riguarderebbe il mercato delle cosiddette “terre rare”, materiale di fondamentale importanza per l’industria tech, soprattutto quella legata ai microconduttori. Di fatto, l‘ingrediente base per pc, laptop, tablet e smartphone. Ingrediente che gli Stati Uniti importano, per l’80%, proprio dalla Cina. Un aumento dei dazi o una limitazione alle esportazioni da parte del governo di Pechino potrebbero mettere in ginocchio l’intero settore, ed è forse questa la vera ragione che ha spinto la Casa Bianca a ritardare l’entrata in vigore della direttiva.

Qualunque sarà l’evolversi di questa complicata vicenda (alla quale potrebbero essersi aggiunti nuovi tasselli nel momento in cui leggerete questo articolo), una cosa è certa: nel mondo globalizzato in cui viviamo, anche vicende che sembrano distanti anni luce da noi (come le tensioni crescenti tra USA e Cina potrebbero apparire) hanno ripercussioni anche importanti sulla nostra vita quotidiana, persino su gesti che ci appaiono scontati come guardare un video sull’app di Youtube o scaricare qualcosa dal Play Store di Google, o ancora utilizzare Google Maps per raggiungere il ristorante dove abbiamo prenotato per festeggiare il nostro anniversario. Gesti semplici, ma allo stesso tempo permessi da una globalizzazione che oggi mostra qualche crepa, a ricordarci che ogni cosa è una conquista, e non bisogna dare nulla per scontato.

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